Queen

Negli ultimi mesi, attendendo il suo ritorno, ad AudioReview ho sostituito Eddy Cilìa nelle stesura delle recensioni di dischi pop e rock in vinile. Sulla rivista il vinile ha uno spazio apposito e gli scritti sono ovviamente “tagliati” per una platea di audiofili, con piccoli accenno a questioni di carattere tecnico che su giornali “per tutti” non avrebbero grande senso. Si parla comunque in massima parte di musica e per la mia “priva volta”, approfittando dell’uscita di un cofanetto(ne), mi sono occupato di una band che da sempre è oggetto di venerazione così come di autentico odio. Ho detto la mia con sincerità, come sempre.
Queen fotoNon ho grandi remore ad ammettere di non essere mai stato particolarmente attratto dai Queen, al punto che nella mia collezione di LP non è compreso alcun loro disco; qualche titolo è invece arrivato dopo, in CD, per documentazione e/o esigenze professionali, perché facendo il mio lavoro non si può ovviamente prescindere da una band che, lo si voglia o meno, ha segnato profondamente la storia del rock e del pop. Che del quartetto britannico non abbia per lungo tempo posseduto nulla non significa, però, che non ne conoscessi la musica. Amici fan mi sottoponevano di frequente a session di ascolto con il dichiarato intento di convertirmi, ma non avevano speranze: a metà anni ’70, quando Freddie Mercury, Brian May, John Deacon e Roger Taylor iniziarono a divenire importanti con A Night At The Opera, ero nel vortice di Velvet Underground, Stooges, MC5, Deviants, High Tide, New York Dolls e spiriti affini, e di lì a poco l’avvento di punk, post-punk, hardcore, neo-psichedelia e tutto il resto mi avrebbe reso ulteriormente impermeabile al rock pomposo, lezioso e ipertecnico della Regina. Non che quel tipo di formula adesso mi esalti, sia chiaro, ma l’età e la maturità mi hanno quantomeno ammorbidito, così come la competenza e la serietà mi permettono di valutare in modo oggettivo o, comunque, senza essere fazioso, passando serenamente sopra il gusto personale. E quindi, pur consapevole dell’ovvietà dell’enunciato, aggiungerò la mia voce al coro di quelle che affermano la valenza assoluta del gruppo; un gruppo la cui proposta è oltretutto ammirata, di norma, dai cultori del “bel suono”, quello che spesso si esalta se trattato da un impianto Hi-Fi di un certo livello.
Ormai dovrebbero saperlo tutti, ma dalla fine di settembre la Universal ha commercializzato nuove edizioni dei 33 giri di studio dell’ensemble classico. Sono in totale quindici album, tre dei quali doppi, editi in origine dalla EMI nei ventidue anni compresi fra il 1973 (l’esordio omonimo) e il 1995 (Made In Heaven, uscito quattro anni dopo la morte del frontman), e documentano una vicenda che non è errato definire avventurosa, segnata del successo su vastissima scala (si parla di due/trecento milioni di copie vendute in totale) e di notevole dinamismo creativo. Non stavano mai fermi, i Queen: erano costantemente in studio o su qualche palco, a caccia di ulteriori stimoli e idee espressive. E i loro fan attendevano trepidanti sempre nuove invenzioni ed emozioni, veicolate dalle musiche, dai testi, dalle trovate sceniche nelle quali Mercury era maestro; ogni concerto – in Italia ne fecero solo due: Milano, 14 e 15 settembre 1984 – era atteso come una rivelazione, ogni intervista era fonte di esegesi per provare a carpire qualche piccolo segreto, ogni frequente cambio di look provocava accese discussioni. La considerazione, insomma, riservata alle superstar, ruolo che ai Nostri – soprattutto a un Mercury che nel privato era però piuttosto timido – attecchiva come una seconda pelle. Logico che questa loro innata (e assieme cercata) tendenza alla spettacolarità si rifletta in una produzione mai tra le righe, “esagerata” – l’interpretazione positiva o negativa del termine dipende dalla sensibilità di ciascuno – e dunque controversa, nonché ricca di estro. Seppure inconfondibili in tutte le loro eclettiche esternazioni artistiche, ci sono stati molti Queen diversi, e il dibattito su quali siano “i migliori” rimarrà aperto nei secoli dei secoli. C’è tuttavia piena concordia, almeno fra i sostenitori più affezionati, su quale sia il primo album da possedere, la pietra d’angolo dell’imponente castello: il quarto A Night At The Opera, che alla fine del ‘75 risultò decisivo per l’affermazione della band grazie (soprattutto?) al celeberrimo singolo apripista Bohemian Rhapsody, ardita fusione di pop, rock duro, glam e lirica, con la sua sezione centrale giocata su architetture di voci sublimemente kitsch e versi bizzarri (come dimenticare “Scaramouche Scaramouche will you do the fandango” o “Galileo Galileo Galileo Galileo Galileo Figaro Magnifico”?). Della “fase anni ‘70” sono poi tra i più apprezzati i precedenti Queen II e Sheer Heart Attack, entrambi del 1974, nonché il successivo A Day At The Races (1976), più del News Of The World del 1977 che contiene due inni quali We Will Rock You e We Are The Champions; per quando concerne il resto del catalogo, caratterizzato nel complesso da più marcate inflessioni pop e dance, le preferenze vanno soprattutto a Innuendo del 1991 (quello del testamento The Show Must Go On), The Game del 1980 (con la superhit Another One Bites The Dust) e A Kind Of Magic del 1986 (in scaletta la profetica Who Wants To Live Forever).
Come si è già detto, tutti questi dischi sono stati da poco ripubblicati in vinile con rimasterizzazioni ad hoc curate dal maestro Bob Ludwig, sia utilizzando i nastri originari, sia partendo – dove non era possibile fare diversamente – da matrici già restaurate anni fa. Si tratta, in ogni caso, di interventi realizzati specificamente per il supporto analogico, e l’impressione delle mie orecchie (che hanno però testato solo due LP, A Night At The Opera e Innuendo, uno dei doppi), confermata da varie fonti degne di credito, è che dei Queen così ben suonanti, sotto qualsivoglia profilo, non si fossero finora mai sentiti. I 180 grammi non bastano a giustificare un prezzo di listino – € 29,90 ciascuno, € 36,90 per i doppi – vergognosamente alto, ma sappiamo tutti che le major non fanno beneficenza e, anzi, non perdono certo occasione di speculare più che possono sulle debolezze di appassionati e feticisti. A tale proposito, chi fosse interessato al set completo potrebbe fare un pensierino al cofanetto Studio Collection, che acclude anche un bel librone di 108 pagine; lì i “pezzi” non sono neri come quelli venduti separatamente ma di quindici tinte differenti in linea con le grafiche, e si sa che molti, a ragione o a torto, diffidano della resa dei 33 giri colorati. Il “piccolo” problema potrebbe essere il costo di 499 euro, che diventano “solo” 299 su Amazon.it, 449 su Ibs e 399 su La Feltrinelli; divari eccessivi, tanto per cambiare, che portano inevitabilmente a qualche domanda sulle storture di un mercato ormai impazzito.
Tratto da AudioReview n.370 del dicembre 2015

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