Rover

Ritorna in Italia un musicista che amo parecchio: domani 9 febbraio sarà al Biko di Milano, mercoledì 10 al Monk di Roma e giovedì 11 all’Hiroshima Mon Amour di Torino. Non posso evitare il recupero della recensione del suo secondo album che scrissi mesi fa per “Blow Up”, con link a quella dell’esordio e all’intervista che feci allo chansonnier francese in occasione di quell’uscita.

Rover copLet It Glow (Cinq7)
Tre anni fa, proprio di questi tempi, l’uscita dell’omonimo album d’esordio di Timothée Régnier – in arte Rover – aveva suscitato discreto scalpore, poi tradottosi in un successo significativo; basti pensare che il disco è stato ristampato in due differenti edizioni estese, la prima con una manciata di bonus track e la seconda attirittura con un ulteriore CD. Del resto, nonostante l’allora trentatreenne francese – che canta, però, in inglese – richiamasse alla mente una serie di esperienze assai note e consolidate, era molto difficile rimanere insensibile al magnetismo di brani ispiratissimi sotto il profilo del songwriting e eccezionalmente efficaci nei loro equilibri di – a grandi linee – mood crepuscolare, solennità e malinconia, sostenuti da una voce in grado di passare con nonchalance dal baritono al falsetto. Di tutto un po’, dal David Bowie a cavallo fra ’60 e ’70 a Scott Walker, Tindersticks, Divine Comedy; e poi, benché magari Timothée non li avrebbe indicati come sue influenze, Nick Cave, Morrissey, John Grant, Marc Almond, Antony, Jarvis Cocker, Jacques Brel.
Sulla copertina della rentrée, Rover non sembra più il dandy romantico effigiata su quella del debutto, ma una sorta di (improbabile) bluson noir. È più riconoscibile, invece, la formula, che segue le stesse coordinate elettroacustiche-elettroniche e continua a vantare lo stesso spessore e la stessa intensità, anche se un’analisi appena più attenta rivela una scrittura più ricercata e una certa attenuazione dell’enfasi canora e delle architetture strumentali più imponenti. Tali sfumature rendono Let It Glow, almeno a livello di primo contatto, meno immediato e sorprendente di Rover, ma nel complesso più incisivo sulla media e lunga distanza. Sotto molti profili, insomma, un passo avanti in termini di maturità; nonché la prova pressoché inconfutabile che la canzone d’autore dove classico e moderno si uniscono in un abbraccio senza tempo ha un “nuovo” talento al quale potersi affidare per il futuro.
Tratto da Blow Up n.210 del novembre 2015

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