Marco Sanchioni

Nonostante il blog esista da oltre tre anni, non lo sfrutto fino in fondo come vorrei. In primis perché ho poco tempo di scrivere articoli ex novo, e in seconda battuta perché mi dimentico come il mio spazio virtuale sia perfetto per affrontare temi che, almeno per esteso, sarebbe difficile sviluppare su carta. Mi piacerebbe promettere di pubblicare più spesso materiale affine a questo, ma è meglio evitare di garantire cose delle quali non sono davvero sicuro.
Sanchioni fotoNella Fano dov’è nato quarantasette anni e pochi giorni fa, ma anche nella vicina Pesaro e, più in generale, da quelle parti lì, Marco Sanchioni non è proprio uno sconosciuto. Lo stesso non si può dire del resto d’Italia, a dispetto della tenacia con la quale ha coltivato la sua attività musicale. Del resto, è risaputo che lo sbattersi non è sufficiente a garantire risultati, così come non lo è il talento: serve saper gestire i rapporti e cogliere le eventuali occasioni, serve un po’ di fortuna, serve avere la faccia giusta. Non tutti, però, vivono “la carriera” in termini di ricerca del successo su media/vasta scala: in tanti vanno serenamente avanti per la loro strada, magari sperando che le cose si evolvano in meglio ma non facendosi abbattere se ciò non accade. Marco è uno di costoro e pur avendo avuto i suoi momenti di lieve sconforto non ha mai smesso di credere nella sua musica, né tantomeno è stato seriamente tentato di abbandonarla. Anzi.
Mi sono imbattuto per la prima volta in lui nel 1987, al tempo della diffusione del primo demo del gruppo di cui era cantante, chitarrista e songwriter. La band si chiamava The A Number Two e proponeva un brillante rock’n’roll, ruvido e melodico assieme, collocabile fra Hüsker Dü e R.E.M. ma non privo di personalità. A quella cassettina con cinque brani, intitolata Kelly With The Green Neck, ne seguì l’anno dopo una seconda, Her Name Is…, che raccoglieva altri quattro episodi (tra i quali una splendida cover di Standing In The Rain, proprio degli Hüsker Dü). A quel punto non trattenni l’entusiasmo e offrii al quartetto – i compagni d’avventura del Sanchioni erano Francesco Battisti (basso), Alessandro Varotto (batteria) e Giuliano Antinori (chitarra) – la mia produzione artistica e l’opportunità di pubblicare un disco con la High Rise, l’etichetta che allora gestivo; il mini-LP (con sei tracce) It Rains Again On The Rising Sun uscì all’inizio del 1990 e mi sembra tuttora piuttosto valido, ma le sue qualità e i pur moderati consensi non evitarono lo scioglimento. Peccato.
Rimasto solo, Marco cominciò a comporre canzoni in italiano all’insegna di un originale cantautorato rock, spargendole in tre demo: cinque trovarono posto in La fretta di vivere del 1992, altre otto in Tanto impazziti da sembrar normali del 1995, ancora sei in Marco Sanchioni del 1997; ne scelsi poi due, Il ballo dei nuovi ubriachi (1995) e Giorno nero (1997), per Fuori dal Mucchio Vol.1 – Rock d’autore, la prima di due antologie di “a tema” di artisti emergenti che realizzai per la Larione 10 sempre nel 1997. Stranamente, l’album d’esordio si fece attendere per ben cinque anni, ma quando alla fine arrivò non ne rimasi deluso; lo testimonia la mia recensione per il Mucchio allora settimanale, n.485 del 7 maggio 2002.

Sanchioni cop 1Mite (PmA)
Conosco Marco Sanchioni da quindici anni; quando era “bambino”, ed era a capo di una promettentissima band chiamata A Number Two, gli ho anche prodotto un disco. Poi, nei ‘90, ho seguito la sua lenta e sofferta trasformazione in cantautore rock, e sono stato felice di offrirgli un’altra chance di farsi ascoltare inserendo due suoi brani nella nostra raccolta Fuori dal Mucchio Vol.1 – Rock d’autore. E ora, permettetemi di dire “finalmente!”, provo il piacere di vedere il suo nome apposto su un CD, un album nel quale sono contenute dodici delle tante canzoni che Marco ha generato, nutrito e fatto crescere nel suo lungo apprendistato. Canzoni piene di spigoli, ma anche di brillanti melodie, che lasciano affiorare il mai sopito amore per certo punk “evoluto” (Hüsker Dü in primis) e che comunicano attraverso testi in italiano, spesso in rima e spesso con malinconica ironia, una profondità e una ricchezza interiore davvero notevoli.
Non credo di peccare di partigianeria affermando che Marco Sanchioni ha uno stile originale e che sa scrivere cose splendide, ma per correttezza non posso non rilevare che Mite, al di là di qualche imperfezione e qualche eccesso formale, è destinato a dividere proprio per la sua forte personalità compositiva e canora. Non mi sento di dunque di consigliarne l’acquisto a scatola chiusa (anche se sono solo dieci euro), ma invito caldamente chiunque a provare ad “assaggiarlo” sfruttando le opportunità offerte dalla Rete.

Incredibile a dirsi, ma per dar seguito al debutto Marco ha impiegato un intero decennio, peraltro confezionando nel frattempo un CD-R con ben ventuno nuovi pezzi (Risorse umane, 2003), partecipando a varie compilation (non posso non citare la brillante cover di Non è francesca registrata nel 2005 per l’omaggio a Lucio Battisti – Respiriamo liberi – allegato nel numero dell’estate 2005 del “mio” Mucchio Extra) e vivendo pure una specie di crisi d’identità che lo aveva portato ad adottare un infelice pseudonimo, Manchild. Quella del nom de plume è stata per fortuna solo una breve parentesi, dato che il sospirato secondo CD è stato edito (in regime di autarchia: il Manchild è rimasto unicamente come marchio di produzione) con le generalità anagrafiche del suo titolare; così ne ho scritto sul Mucchio n.696 del luglio/agosto 2012.

Sanchioni cop 210 anni dopo (Manchild)
Marco Sanchioni scrive canzoni da quando era minorenne, ma “solo” da una ventina d’anni ha abbandonato l’inglese a favore dell’italiano. Racconta storie intriganti attraverso testi spesso lunghi nei quali affiorano qua e là termini inusuali e ricercati (un po’ alla Guccini, per intenderci), sorretti da una classica strumentazione rock (chitarra, basso e batteria, e all’occorrenza qualche inserto di tastiere e archi) che rimanda per lo più ai R.E.M., con sporadiche esplosioni di energia e compattezza nelle quali si avvertono echi Hüsker Dü. Una formula atipica che, a un decennio esatto dall’esordio Mite, è adesso ribadita con accresciuta efficacia in tredici brani intensi e appassionati dove amarezza e rimpianto sposano sentimentalismi mai stucchevoli, rabbia, ironia e critiche pungenti in un continuo avvicendarsi di evocatività e veemenza. Singolare pure la voce, contraddistinta dalla erre arrotondata, e alta – in quattro o cinque casi altissima – la qualità compositiva, a fornire l’immagine inequivocabile di un autore/interprete di peso.

Sanchioni cop 3Per giungere al difficile terzo album, passando attraverso il contributo alla Bender Point Christmas Compilation (con un pezzo altrove inedito), Marco ha invece avuto bisogno di appena due anni e mezzo. Autoprodotto come il predecessore, Dolcemente gridando sul mondo ha messo in mostra uno stile in sintonia con quello abituale, benché nel complesso più eclettico e attento ai dettagli, e un’ispirazione sempre vivida; undici episodi pieni di energia – sia fisica, sia emotiva – che regalano melodie accattivanti, profondità di atmosfere, trame rock non banali, testi articolatissimi e qua e là terminologicamente inusuali interpretati con voce potente ma dotata di una sua affascinante fragilità. I temi sviluppati nei versi (in rima, per lo più) intrecciano la sfera privata con quella pubblica, ma al di là delle storie personali narrate il “messaggio” punta all’universale. Lo dimostrano i tre singoli finora presentati, espliciti nel denunciare malesseri e “inadeguatezze” comuni a tanti: da Canzone per me, concettualmente analoga alla celeberrima L’avvelenata di Francesco Guccini, alla più avvolgente Gli intellettuali non salveranno il mondo, fino a Sopravvivere vivendo, dove le trame tornano a farsi ruvide e incalzanti. Rimarchevole pure lo sforzo promozionale, giacché tutti e tre sono stati accompagnati da videoclip ineccepibili sotto il profilo della professionalità ma solo in un caso – il secondo, d’animazione: bellissimo – adeguati allo scopo: video così focalizzati sul protagonista funzionano per i volti arcinoti e non per quelli anonimi, a meno che dietro non abbiano idee originali e davvero d’impatto.
Poi, ok, i motivi della mancata affermazione di Marco non risiedono nel marketing “sbagliato”, in alcune immagini poetiche che è possibile trovare fastidiose o in qualche piccolo intoppo nel flusso delle parole. Sarà un problema di atteggiamento, di non sapersi muovere bene, di sfiga o di questi tempi balordi in cui per far strada nella musica non basta essere compositori e interpreti di qualità ma si deve essere “personaggi”. L’importante, dato che gli voglio un gran bene, è che lui se la viva serenamente, come sembra voler chiarire nella strofa conclusiva di quella Canzone per me che va reputata il suo manifesto:
Se già tutto previsto e imprevisti nessuno
Rimango in disparte come un orso bruno

Gustando del miele d’acacia raccolto
E zampate nel culo per chi ride stolto
Godermela in ogni momento

È l’unico intento il più vero che c’è
Sia malgrado i soloni ed i rompicoglioni
Sbraitanti fra quelli che sono con me
Come me
Che in fondo è un po’ come dire “Ho tante cose ancora da raccontare / per chi vuole ascoltare / e a culo tutto il resto”. Per quel che può valere, ad ascoltare le storie di Marco Sanchioni io continuerò ad esserci. E ne attendo tante altre ancora.

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