Tutti (?) i miei sbagli

Avviso: questo è un post autoreferenziale del tutto privo di motivi di interesse per chiunque non segua il mio lavoro o se ne infischi (anche giustamente, eh) delle dietrologie del giornalismo musicale. Il titolo non si riferisce al famoso brano dei Subsonica ma a qualcosa di personale, anche se il “tutti” non può essere interpretato letteralmente. Insomma, l’idea è dichiarare un tot delle boiate che mi è capitato di scrivere dal 1979 ai giorni nostri; “boiate” come a dire “vaccate”, “errori”, appunto “sbagli”. Dunque, non giudizi che il tempo ha modificato o strafalcioni grammaticali e sintattici (me ne sarà pure scappato qualcuno, ma elencarli sarebbe assai sterile): proprio autentiche fesserie derivate da fonti non corrette, distrazione, convinzioni sballate, momenti di confusione, lapsus, eccetera. Cose che di norma si tende a seppellire sperando non vengano mai alla luce e che, invece, ho tirato fuori per riderci su assieme; non sono felice di averle scritte, ci mancherebbe, ma le accolgo come inevitabile effetto collaterale del mio lavoro e non ho remore a metterle in piazza, sia perché rispetto alla quantità di quello che ho pubblicato sono davvero pochine, sia perché – contrariamente a quanto afferma gente che cerca di screditarmi o che non mi conosce bene – credo di possedere un buon senso dell’ironia e dell’autoironia. Ah, quasi dimenticavo: quando possibile, ho spiegato cosa abbia causato lo svarione; non per giustificarmi, ma solo per illustrare retroscena della mia professione che nessuno fuori dal giro potrebbe forse immaginare. Sono solo sette, come i Peccati Capitali, ma certamente in futuro ne salterà fuori qualcun altro.
Tutti i miei sbagliQuello che mi fece incazzare di più
Pearl Jam. Nella scheda di No Code, inserita nell’articolo sui “100 album fondamentali” degli anni ’90 pubblicato sul n.1 (Inverno 2001) del Mucchio Extra, si può leggere “senza ovviamente trascurare le ballate passionali e avvolgenti (Corduroy, Better Man, Immortality)”; e tutti sanno che i tre brani sono contenuti nell’album precedente della band di Seattle, Vitalogy. È successo che in origine avevo scritto di Vitalogy ma poi, riflettendoci ancora su, ho pensato che No Code sarebbe stato più adatto; la scheda si prestava ad essere “riadattata” e così ho fatto, dimenticandomi però di sostituire con “Red Mosquito, Around The Bend, Present Tense e la più energica Mankind” i titoli in parentesi. Nel libro dei “500 dischi”, approntato non molto tempo dopo, l’errore è stato corretto, ma quando nel 2012 – con la faccenda ormai rimossa dalla memoria – mi sono dedicato a quello dei “1000 dischi”, ho tragicamente ripreso il file vecchio; e così, nella prima tiratura dei “1000 dischi” (solo in quella, per fortuna), lo scempio è stato rinnovato.

Quello più bislacco
Vinicio Capossela. Quando lo intervistai per il dossier apparso sul Mucchio Extra n.10 (Estate 2003), poi ripreso nel libro Voci d’autore, il cantautore mi raccontò che le radici della sua famiglia erano “nella valle dell’Ofanto”. All’epoca, che il padre fosse di Calitri e la mamma di Andretta non era scritto davvero da nessuna parte e così, dato che il fiume Ofanto sfocia nell’Adriatico e attraversa per un bel tratto la Puglia, non sapendo dell’esistenza di una zona dell’Irpinia chiamata proprio “Valle dell’Ofanto”, interpretai quel “valle” come “parte terminale”. Righe più sotto, volendo giocare sui luoghi di origine, di nascita e di crescita di Vinicio, lo definii “pugliese di Germania che il Fato ha trapiantato in Emilia”. Adesso, ogni volta che mi capita di pensare alla Puglia che tanto amo, nella mente si materializza la storia del “pugliese di Germania”.

Quello che tutto sommato mi fa sorridere
Red Temple Spirits. Numero 17 di “Velvet” del febbraio 1990, recensione del secondo LP dei magnifici Red Temple Spirits, If Tomorrow I Were Living For Lhasa, I Wouldn’t Stay A Minute More. Sì, c’è proprio scritto “il magnetismo del canto della sacerdotessa Dallas Taylor”. Peccato che nella band californiana ci fossero solo uomini e che Dallas Taylor ne fosse il chitarrista (alla voce c’era William Faircloth); vero che nelle fotocomposizioni succedeva di tutto e di più, dato che i testi dattiloscritti si consegnavano all’apposito service – i computer privati ancora non erano molto diffusi – dov’erano ribattuti da persone che badavano alla velocità e non alla precisione, per poi essere corretti in bozza, ma sarei tuttora curiosissimo di sapere come andò.

Quello che… vai a capire
Hüsker Dü. Nel 1994 la Warner Bros pubblicò un live postumo del trio di Minneapolis, The Living End, di cui mi occupai su “Rumore” (era il n.47). Nella recensione si legge: “con le cover di You Keep Me Hanging On di Holland/Dozier/Holland e Sheena Is A Punk Rocker dei Ramones”. OK per i Ramones, ma l’altra manca; nella scaletta c’è invece Keep Hanging On, un famoso pezzo (a firma Grant Hart) degli stessi Hüsker Dü, ma tenderei a escludere di aver scambiato Keep Hanging On per You Keep Me Hanging On. Ricordo comunque di aver ricevuto, al tempo, una lettera di un “hater” (sì, esistevano anche prima della posta elettronica) che mi dava dell’ignorante, dell’incompente e del cretino, e che una spiegazione più o meno logica avevo pure saputo dargliela, ma oltre vent’anni dopo ricordare è arduo.

Quello più assurdo
The Clash. Nel n.93 di “Rockerilla”, maggio 1988, scrissi una monografia dei Clash, gruppo che – comprensibilmente: il punk storico è la mia prima “specializzazione” – conosco più che bene. Ciò non mi impedì di collocare l’allontanamento di Mick Jones (settembre 1983) prima di quello di Topper Headon (maggio 1982); come sia potuto incorrere in una topica così grossolana, specie trattandosi di una band della cui storia si sapeva praticamente tutto, rimarrà per sempre ignoto.

Quello quasi invisibile
Dave Provost. Nel n.77 del Mucchio, giugno 1984, scrivendo dei Dream Syndicate, spesi due parole sulla loro line-up più recente, quella con “Dave Provost (ex Distorted Levels) al posto della dimissionaria Kendra Smith”. I Distorted Levels non avevano però alcuna relazione con Provost (proveniente dai Droogs), ma erano il gruppo in cui aveva militato Greg Prevost, poi Chesterfield Kings e, tra l’altro, cantante e non bassista. Colpa dell’assonanza dei cognomi? Probabile. Ma perché abbia citato i Distorted Leves, che non conosceva nessuno e avevano all’attivo un unico, oscurissimo 45 giri, invece dei ben più noti Chesterfield Kings, rimane un beato mistero.

Quello che mi perdono
My Bloody Valentine. Nel 1985 recensii in breve sul Mucchio il mini d’esordio This Is Your Bloody Valentine, attribuendo a Kevin Shields e soci nazionalità tedesca. Avevo acquistato il disco appena uscito in un negozio, della band non avevo letto nulla da nessuna parte né si trovavano informazioni, l’etichetta era di Berlino, i brani erano stati incisi lì e dei musicisti erano riportati, almeno accanto ai relativi strumenti, solo i nomi di battesimo. Il dubbio che potessero essere originari di un’altra nazione non mi sfiorò neppure, credo.

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Un pensiero su “Tutti (?) i miei sbagli

  1. Country Boy

    l’ispettore Rock e dintorni

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