Afterhours 1992-1994

Mentre gli Afterhours stanno (più o meno) completando il loro nuovo album, la mia “biografia atipica” di Manuel Agnelli, uscita lo scorso 23 settembre per Vololibero, ha esaurito la sua seconda tiratura, rendendo necessaria una nuova stampa. Ringrazio allora gli acquirenti e propongo un breve estratto dal libro, utile a far capire meglio a quanti non l’avessero (ancora?) comprato di cosa si stia parlando; si tratta di una piccola sezione del primo capitolo(ne), quello che rispecchia i canoni della biografia “classica”, nella quale vengono affrontati l’arrivo in organico di Xabier Iriondo, il periodo di passaggio fra inglese e italiano, l’album Pop Kills Your Soul.

Manuel libroCercavamo un chitarrista e le inserzioni facevano arrivare metallari coatti, psichedelici sul viale del tramonto e rocker che non avevano niente a che spartire con la nostra indole. Noi non siamo mai stati tamarri, ma in concerto abbiamo giocato a farlo rimanendo in mutande e torso nudo e roteando la chitarra per prendere per il culo; la gente, però, non sempre capiva l’ironia, e quindi si presentavano soggetti incredibili… eravamo disperati. Poi spuntò Xabier Iriondo, un ragazzino con la “banana” e la chitarra di plexiglass trasparente, che di lì a poco avrebbe anche fondato i Six Minute War Madness con Paolo Cantù. Era un nostro fan, sapeva suonare bene i pezzi rispettando il nostro spirito e possedeva una buona presenza scenica, tanto che con un po’ di pratica sarebbe diventato un vero e proprio animale da palco. Inoltre, più gli si chiedevano stranezze e più era contento. Fu chiaro da subito che era la persona giusta“.

Con Xabier, gli Afterhours – all’epoca Manuele, Giorgio Prette e il bassista Alessandro Zerilli, ex Ritmo Tribale – completano nei primi mesi del 1992 quella che sarà una delle line-up più longeve della loro storia. A cementare l’intesa dopo un anno di rodaggio live provvedono nel 1993 due progetti diversi ma complementari, il primo dei quali – una cover per il tributo a Rino Gaetano E cantava le canzoni, promosso da Arezzo Wave e uscito in estate per la EMI – influirà molto pesantemente sull’evoluzione del quartetto.

Non reputavo più l’italiano come una lingua impossibile da utilizzare, un po’ grazie ai Litfiba – dei quali non mi importava nulla, ma che avevano una loro personalità ben precisa e quindi una loro forza – e soprattutto grazie ai Ritmo Tribale, che invece sentivo molto più vicini. L’esperimento funzionò anche perché era un po’ surrealista, visto che consisteva nell’estrarre l’essenza della canzone e sovvertirne completamente la forma. Non ero un fan di Gaetano, ma il personaggio mi piaceva per il suo esser stato, nel panorama italiano dei Settanta, una mosca bianca, uno che non scendeva a compromessi con il potere. Ho scelto Mio fratello è figlio unico perché in qualche modo mi ci rispecchiavo, tant’è che poi l’abbiamo eseguita live per sette/otto anni. In teoria debuttare in italiano con un brano altrui era più rassicurante che non farlo con uno proprio, ma l’abbiamo così sconvolto che l’operazione è stata ancor più coraggiosa e un po’ incosciente“.

Per gli Afterhours, Mio fratello è figlio unico è anche il primo contatto con il Jungle Sound, studio di registrazione che diventerà il principale fulcro dell’attività rock milanese (“si era creata una specie di scena composta da noi, Ritmo Tribale, La Crus, Casino Royale, Karma… ci si scambiava strumenti e suggerimenti tecnici”) e che in agosto ospiterà le session del nuovo album Pop Kills Your Soul, ancora in inglese. Come co-produttore e co-arrangiatore, al fianco di un Agnelli che ha abiurato il Manuele per un più ficcante Manuel, c’è Fabio Magistrali, poi con Six Minute War Madness e A Short Apnea.

Volevamo essere più professionali, provavamo con il clock e prestavamo maggior attenzione alla qualità dei suoni. È venuto fuori un disco di transizione, forse un po’ di maniera, sebbene episodi come Slush rimangano secondo me validi. Il “pop” del titolo non si riferisce al genere musicale ma allo stile di vita, una faccenda alla Andy Warhol ma anche molto anni Ottanta: rendere efficace quel che fai a tutti i costi, al di là dei contenuti e della morale. Insomma, il contrario di ciò che avevo fatto fino a quel momento“.

È un po’ strano, Pop Kills Your Soul: con i suoi istinti selvaggi – anzi, selvatici – in parte soffocati da alcune soluzioni forse troppo pulitine, con le sue fragranze pop sporcate di rumore (emblematica la title track, vigorosamente elettrica in apertura e malinconicamente acustica nella versione che affiora a sorpresa alla fine della scaletta), con le sue cover “destabilizzanti” (On Time dei Bee Gees e Hey Bulldog dei Beatles, oltre alla Terry Fill Me Up di During Christine’s Sleep), con certe sue arie tra hard e glam (per esempio la bella Come Inside, ispirata dalla strage di Ustica). L’accoglienza non è esattamente con la fanfara, ma nessuno se ne preoccupa più di tanto: gli Afterhours, e Manuel in particolare, stanno già percorrendo altre strade.

Ricevevamo un sacco di complimenti per l’efficacia di Mio fratello è figlio unico, specie dal vivo, e cantare in inglese, anche per via della notevole crescita numerica del pubblico, stava diventando un handicap. Ce ne rendevamo conto seguendo i Ritmo Tribale: quando Edda parlava, quello che diceva veniva recepito e le reazioni erano di conseguenza, mentre i miei discorsi a volte non erano capiti neppure dai miei compagni. All’inizio, riferirsi all’estero aveva un senso logico: in Italia non esisteva nulla, e cantare in inglese ci ha consentito di confrontarci con determinate realtà e quindi di maturare. Poi, però, ci siamo trovati davanti al bivio, se rimanere l’ennesimo gruppo rock’n’roll o aspirare a qualcosa di più complesso ma anche più stimolante. Le mie esitazioni sul come muovermi mi hanno spinto a indirizzarmi subito verso il cut-up: Giacomo Spazio mi aveva regalato un libro su William Burroughs nel quale erano appunto spiegati il “taglia e cuci” e il concetto della sdrammatizzazione dell’illuminazione che giunge dall’alto. L’idea che a decidere cosa scrivere non fossi io ma il caso – o, meglio, “la magia” – mi permettava di attribuire la responsabilità alla magia stessa, nonché di sbeffeggiare la “sacralità” del processo creativo della quale troppe band nostrane si riempivano la bocca. È nato tutto come un alibi, una scusa artistica, ma a volte mi sono quasi spaventato nel verificare come certe libere intuizioni, non necessariamente dei testi, abbiano anticipato alcuni avvenimenti: in tal senso la foto di copertina di Non è per sempre, sulla quale c’è Xabier che se ne va, è molto indicativa…“.

L’accidentata via che conduce alla piena conversione all’italiano passa attraverso un’altra cover anch’essa realizzata per un album-tributo, La canzone popolare di Ivano Fossati: fedele al modello, ma saturata e resa più “sguaiata” in modo da incrementarne l’impatto rock, persuasiva al punto di essere collocata come prima delle dodici de I disertori. È l’unica uscita discografica datata 1994 degli Afterhours, concentratissimi nel definire nel dettaglio il loro piano.
Tratto dal libro “Manuel Agnelli – Senza appartenere a niente mai” (Vololibero, 2015)

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