David Bowie (Reality)

Quando David Bowie se n’è andato, tredici giorni fa, non ho fatto ricerche in archivio per vedere cosa avessi scritto su di lui; a memoria non ricordavo nulla e un’indagine “a caldo” mi pareva in qualche misura irrispettosa. Mi sono deciso una settimana fa, senza aspettarmi granché: sapevo perfettamente che non avrei trovato articoli estesi e che, in tempo reale, avevo recensito ben poco. Ciascuno ha “il suo” (o “i suoi”) David Bowie, e a me quello/i post 1980 non ha quasi mai davvero esaltato; il precedente sì, ma avendo cominciato a fare questo lavoro nel 1979 non ho avuto la possibilità di occuparmene se non a posteriori. Alla fine è saltato fuori questo pezzo del 2003 a proposito di Reality, e dopo averlo riletto mi sono fermato ancora; insomma, era una mezza stroncatura, e non mi andava di passare, riproponendolo sul blog, come uno di quelli che andavano in direzione contraria solo per farsi notare. Ora che le acque si sono un po’ placate, lo rendo disponibile; eliminando un paio di piccole imprecisioni, perché non mi sembrava il caso di dar luogo a equivoci, ma lasciando del tutto inalterate le considerazioni. Che nella sostanza, lo ammetto senza problemi, condivido ancora oggi, e pazienza se qualcuno griderà alla lesa maestà.

Bowie copReality (ISO)
Affermare che David Bowie non pubblica un album davvero degno di nota dai tempi della Trilogia Berlinese sarebbe forse da manichei, ma è comunque un dato di fatto che nelle produzioni successive non ci sia granché da scialare. Meritano Scary Monsters, il pur controverso Let’s Dance curato da Nile Rodgers, il primo Tin Machine, e solo qualcosa di Outside, Hours e del penultimo Heathen. Per il resto, prove se non proprio deboli piuttosto interlocutorie, dove a emergere non è la musica ma il trasformismo e l’intelligenza del loro demiurgo: qualità che il Nostro, oltretutto abilissimo imprenditore di se stesso, ha saputo capitalizzare alla grande, assurgendo a un ruolo di icona pop che ormai prescinde dai risultati puramente artistici. E l’indulgenza con la quale tanti valutano la sua carriera post-1980 la dice lunga sulla solidità di tale posizione di semi-intoccabile, peraltro guadagnata con i capolavori storici dei ‘70 (Hunky Dory, Ziggy Stardust, Aladdin Sane, Low e Heroes i più mitizzati), con la capacità di cavalcare (e spesso anticipare) le tendenze e con un carisma personale non meno che straordinario.
Secondo titolo a veder la luce per l’etichetta autogestita ISO, Reality è un altro di quei dischi per i quali è francamente difficile strapparsi i capelli dall’entusiasmo, anche se la classe scorre a fiumi, le intuizioni brillanti non mancano – riesumare dal semi-oblio una canzone formidabile come Pablo Picasso è un’idea geniale: peccato solo che la rilettura, non brutta ma troppo patinata, non valga l’originale dei Modern Lovers di Jonathan Richman – e l’ispirazione generale non pare annichilita dalla routine. E questo perché, al di là di un paio di canzoni più riuscite della media, di qualche frase in odore di poesia e delle scintille di creatività che peraltro ne illuminano a tratti i solchi, l’album è il ritratto di un musicista che non sembra più in grado di offrire rivelazioni o rivoluzioni, e che si accontenta di riciclare invenzioni proprie e altrui (si veda l’altra cover in scaletta, Try Some, Buy Some di George Harrison) per allestire un entertainment di lusso sospeso fra tradizione e modernità. Un entertainment che, complice il vecchio sodale Tony Visconti in cabina di regia, è giocato su eleganti sonorità filo-elettroniche che a tratti lasciano affiorare echi rock, su brani fortemente melodici che non disdegnano occasionali aperture quasi spiazzanti e su una voce come sempre a metà strada fra passione ed enfasi teatraleggiante. Più o meno il solito David Bowie, insomma: blando, discontinuo e narciso, seppur maestro di estetica e di stile. Reality non è un film, ma se lo fosse si uscirebbe dalla sala abbastanza accigliati.
Tratto dal Il Mucchio Selvaggio n.546 del 16 settembre 2003

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Categorie: recensioni | Tag: | 6 commenti

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6 pensieri su “David Bowie (Reality)

  1. Anonimo

    E’ una analisi assolutamente condivisibile. Quando si ha a che fare con i grandi nomi – e Bowie è un grandissimo – volenti o no, si finisce sempre col fare confronti con i capolavori del passato. Certo, come dice giustamente Guglielmi, la classe non e’ acqua, e qualche grande pezzo lo si trova, bene o male, anche negli album meno riusciti.

  2. Franky

    Pensiamo, se questo disco lo avesse pubblicato un altro, magari un esordiente?

    • Anonimo

      Eh, ma la realtà è un’altra. “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, diceva l’insigne filosofo Peter Parker. 🙂

  3. Gian Luigi Bona

    In effetti questo è probabilmente uno dei dischi peggiori della sua carriera. Sono d’accordo con te che le cose più importanti sono degli anni settanta e a mio parere si fermano con Scary Monsters. Let’s Dance mi ha fatto rabbia perché ero abituato che con ogni disco alzava l’asticella delle aspettative mentre quel disco era al massimo entertaiment di classe.
    Forse è solo perché sono un suo grande ammiratore e del resto è David che mi ha fatto appassionare al rock, però a mio parere 1.Outside, Buddah of Suburbia, Black Tie White Noise e Tin Machine sono molto belli.
    Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi di Blackstar Federico, se ti va ovviamente.
    Quello che mi ha colpito e che sinceramente non mi aspettavo è stata l’ondata di emozione che non vedevo da quando è morto John Lennon e che sinceramente non mi aspettavo.
    Io nemmeno 6 mesi prima ho perso il mio più caro amico ed è una perdita con la quale non ho ancora fatto i conti e credo che non riuscirò mai a farli. Proprio il comune amore per David Bowie ci aveva fatto conoscere e adesso sono veramente più solo. Purtroppo sono cose che capitano, si sa. Per fortuna ho una famiglia veramente ottima.
    Vabbè, prima di scadere nel patetico ti saluto !
    Ciao Federico

  4. DaDa

    Concordo con l’analisi di FG su Reality, aggiungendo che il Duca è riuscito a fare capolavori (aggiungerei alla lista Young Americans), in periodi musicali in cui c’erano fermenti da cui trarre ispirazione (il glam, il rock tedesco etc.). Bowie ha fatto conoscere ad un pubblico più vasto quello che già esisteva nell’underground, perchè era un’appassionato che seguiva tutto quello che avveniva in ambito musicale e se ne appropriava. Con classe. Quando non c’è stato niente da “copiare” ( brutto termine), la sue vena ne ha risentito. Comunque sia per me ” A wizard, a true star” se mi perdonate la citazione.

  5. Stefano

    maah! Io, personalmente, non ho trovato così scadente Reality. Certo, indubbiamente siamo un bel po’ distanti da “quei” livelli, ma se lo si legge (come suggerisce N. Pegg nella sua “summa” bowiana) come il disco che riflette la New York del momento storico in cui viene inciso…ci sta tutto e resta un disco comunque originale e di qualità, a mio parere più vario e brillante di Hours o Earthling…

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