Heymoonshaker

Ebbene sì: anche se raramente, mi capita ancora di rimanere sorpreso da un disco e/o una band. È accaduto con costoro, proprio mentre il 2015 aveva iniziato ad avviarsi verso il congedo.

Heymoonshaker copNoir (Defy)
Fino allo scorso 7 novembre, conoscevo gli Heymoonshaker solo di nome e, forse, per averne distrattamente ascoltato un pezzo; si parla, del resto, di una band che ha appena immesso sul mercato il suo secondo album (e l’esordio Shakerism, del 2013, era poco più di un “mini”) e che non è neppure citata – almeno fino a oggi, 22 novembre – nell’edizione in inglese di Wikipedia (lo è solo in quella in francese, magari perché risiedono Oltralpe e la loro etichetta è a Rennes). Inconsapevolmente, però, qualche genere di input doveva essermi giunto, perché ho accettato, evitando indagini preliminari, di assistere a un loro concerto al Monk, un club romano; era appunto il 7 novembre e lo spettacolo svoltosi sul palco mi ha davvero impressionato, per molti motivi. Innanzitutto, l’organico decisamente insolito, di due soli elementi: Andrew Balcon canta con toni scuri e grintosi e suona la chitarra blues, mentre David Crowe provvede a un accompagnamento ritmico che si direbbe prodotto da strumenti ma che, invece, è creato esclusivamente con la bocca. Non è una novità, dato che gli “human beatbox” esistono da secoli per essi si organizzano addirittura dei campionati mondiali, ma il loro impiego è stato finora limitato per lo più al jazz e all’hip hop; e comunque, benché l’idea non sia originale, è difficile non rimanere notevolmente impressionati dalla sua applicazione, specie nell’ambito di un sound essenziale come quello della band. Band che è di nazionalità britannica, anche se i suoi membri si sono conosciuti nella lontana Nuova Zelanda.
Dal vivo, come si può verificare facilmente cercando qualche stralcio di performance su YouTube, gli Heymoonshaker sono magnetici e coinvolgenti, sia per l’impatto della formula in sé, sia per la qualità di scrittura ed esecuzioni. Su disco, naturalmente, mancano le suggestioni visive, ma Noir – del quale si consiglia la bella stampa in vinile, arricchita del relativo CD – è un efficacissimo surrogato. Basta abbassare le luci – le esibizioni del gruppo giocano parecchio sulle atmosfere crepuscolari/notturne – e far lavorare un minimo la fantasia per trovarsi catapultati in un set dei ragazzi, grazie a dodici episodi che prediligono architetture blues incalzanti e ipnotiche e che soltanto nel caso di Amandine optano per soluzioni più dilatate e morbide. Per il resto, Balcon e Crowe intrigano con trame di sostegno pulsanti e fantasiose alle quali si legano la chitarra – se vogliamo canonica, ma di grande equilibrio e incisività – e una voce che sa ben gestire l’alternanza/fusione di pathos e misurate asprezze. I brani che aprono e chiudono le danze, ovvero il più evocativo Find Myself A Home e il più ruvido e quasi feroce Heavy Grip, riassumono l’umore dominante del disco, ma episodi quali Best Of My Love rivelano come il gruppo possegga un’anima più sensuale e funk/soul. Al di là delle sfumature, i quarantatré minuti di Noir lasciano emergere con educata prepotenza la verve e il talento di un ensemble personale, che avrebbe tutto ciò che occorre per essere allo stesso tempo di culto e di massa. E che, indipendentemente da dove sarà portato dalle contingenze, rinnova il senso di termini come freschezza ed eccitazione. Se a voi ciò sembra poco, significa che vivete in un mondo diverso dal mio.
Tratto da AudioReview n.370 del dicembre 2015

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Categorie: recensioni | Tag: , | 2 commenti

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2 pensieri su “Heymoonshaker

  1. Demis

    Dimenticavo, la voce somiglia al cantante dei Gomez, non trovi?

  2. Demis

    Ciao Federico, il disco e’ bellissimo, solo tu riesci a scovare queste chicche in questi giorni di classifiche di fine anno! Grazie e tanti auguri.

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