The Chills

Sono stato felicissimo del ritorno dei Chills, una delle mie band di culto, e sono stato anche felicissimo di riscontrare che, all’estero, il nuovo album Silver Bullets è stato accolto decisamente bene. Per quanto mi riguarda, non ho certo mancato di propagandare le qualità del gruppo neozelandese in questa nostra disastrata provincia dell’impero rock, intervistandone il leader Martin Phillips per “Classic Rock” e scrivendo più di una recensione del disco. Quella che segue è apparsa un paio di mesi fa su “Blow Up”.

Chills copSilver Bullets (Fire)
Una trentina di anni fa, i Chills di Martin Phillipps erano la band di punta della scena fiorita in Nuova Zelanda sotto l’ala di una magnifica etichetta indipendente/alternativa chiamata Flying Nun. All’improvviso, la città universitaria di Dunedin era divenuta l’area d’azione di un paio di decine di gruppi – Verlaines, Sneaky Feelings, Clean e Bats altri da citare obbligatoriamente – dediti a un sound per lo più stralunato e fascinoso in cui rock, psichedelia, folk e pop deviato erano spesso avvolti in echi wave. Nel complesso più melodici e accattivanti dei compagni di cordata, i Chills sembravano poter aspirare a riscontri più ampi, e infatti i due album sponsorizzati dalla Slash – il secondo Submarine Bells e il terzo Soft Bomb, 1990 e 1992 – assaporarano un quasi-successo. Seguirono problemi di ogni genere, con un quarto disco del 1996 pressoché ignorato e il forzato esilio in patria con un’attività episodica e sommersa.
Dopo un processo di riposizionamento passato attraverso il live Somewhere Beautiful (2013), l’irresistibile 45 giri Molten Gold e la raccolta di incisioni radiofoniche The BBC Sessions (entrambi 2014), i Chills ritornano ora sul serio con un quinto album ispiratissimo: nove canzoni e due intermezzi (e di uno, Liquid Situation, viene proprio da chiedersi perché non sia stato sviluppato in esteso) che rinnovano la magia di una musica dalla straordinaria forza evocativa, legata a filo doppio agli anni ’80 ma al contempo fresca e attuale nel suo abbraccio di chitarre, tastiere, ritmi e voce “sospesa” ma incisiva che oltretutto intona testi non banali. Aggraziati e assieme incalzanti, ipnotici e in qualche modo misteriosi oltre che intrisi di malinconia agrodolce, i brani di Silver Bullets sfilano fieri senza cedimenti qualitativi e, anzi, offrendo picchi con America Says Hello, Underwater Wasteland, Pyramid/When The Poor Can Reach The Moon e Molten Gold. Forse Martin Phillipps non comporrà mai una nuova Pink Frost, singolo-capolavoro del 1984, ma di queste gemme collocabili da qualche parte fra Teardrop Explodes e R.E.M. è davvero arduo non innamorarsi. Perdutamente.
Tratto da Blow Up n.209 dell’ottobre 2015

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2 pensieri su “The Chills

  1. Gian Luigi Bona

    Uno dei dischi più belli di questo generoso, almeno per quanto riguarda la musica, 2015.
    La musica contenuta in “Silver Bullet” è veramente particolare perché è allo stesso tempo familiare e misteriosa. Mi ricorda certi racconti di James G. Ballard, mi fa pensare ad una notte spensierata davanti ad un mare primordiale. Mi fa pensare a quella strana eccitante sensibilità che si ha solo quando si ha vent’anni.
    Un disco straordinario a mio parere.

    • Bene, bene, bene. Credo di essere stato l’unico italiano a intervistare Martin Phillipps, a questo giro. Aspettavo questo disco da almeno tre anni, cioè da quando si è iniziato a vociferare che, forse…

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