Taste

Da circa due anni e mezzo, cioè da quando mi sono liberato da una serie di incombenze professionali che nulla avevano a che vedere con lo scrivere, sto riscoprendo il piacere di (ri)ascoltare vecchi dischi che magari non frequentavo da anni o dei quali avevo una conoscenza non approfonditissima; di solito, dei Sixties e della prima parte dei Seventies, usciti in tempi in cui ero troppo giovane per interessarmene o troppo squattrinato per dedicarmici come avrei voluto. Il massimo è ovviamente quando, per via della pubblicazione di ristampe o antologie, tali riscoperte si abbinano a qualche recensione. Come in questo caso, che vede sotto il riflettori la band di Rory Gallagher.

I’ll Remember
(Universal)
What’s Going On
(Eagle Rock)
Prima di inaugurare la sua straordinaria carriera solistica (Irish Tour ’74 l’imperdibile pietra miliare) stroncata nel 1995 da una morte prematura figlia indiretta degli eccessi alcolici e chimici, Rory Gallagher si era fatto le ossa nei Taste: una bella palestra per le sue innate doti di blues-rocker sanguigno e ispirato, abilissimo con l’inseparabile Stratocaster Sunburst del 1961 ma anche cantante incisivo, penna brillante, notevole interprete di classici maggiori e minori. Breve ma piuttosto intensa, la parabola della band si esaurì con due LP di studio marchiati Polydor, ai quali fecero da postilla altrettanti live incisi nel 1970 ed editi postumi l’anno successivo; più che abbastanza per lanciare l’irlandese di Cork, appena ventiduenne quando il terzetto si sciolse, verso il suo destino di “guitar hero”. Sembra che, alla domanda su cosa provasse ad essere il più grande chitarrista del mondo, Jimi Hendrix avesse risposto di chiedere a Rory Gallagher.
All’avventura dei Taste, spesso colpevolmente rimossa dalla memoria collettiva, rendono ora giustizia il cofanetto di quattro CD I’ll Remember e il DVD o Blu-ray What’s Going On. Nel secondo, incastonate in un documentario celebrativo e corredate di alcune tracce bonus (come le tre, già ben note, per la TV tedesca), sono proposte le riprese restaurate per l’occasione che Murray Lerner usò in piccola parte per il film Message To Love, testimonianza dell’ultima edizione di quell’Isle Of Wight Festival che, nell’estate 1970, fu la risposta britannica a Woodstock. La performance diurna non è il massimo e tutto è un po’ naïf, ma il reperto è comunque prezioso; l’audio dell’intero concerto è però disponibile solo nelle versioni CD e doppio LP, vendute separatamente (logico!), che in pratica sono da considerare una “deluxe” – dieci pezzi invece di sei – dello storico LP Live At The Isle Of Wight del 1971. I Taste dal vivo sono ampiamente immortalati anche in I’ll Remember; nulla di Wight, ovvio, ma è bello trovare radunato altro materiale di rilievo come i tredici pezzi del 1970 (Stoccolma e Londra) e la ventina di minuti al Woburn Abbey Festival del 1968, più i demo del 1967 con l’organico originario (sì, quelli di Taste First del 1972) e i due episodi del 45 giri pre-Polydor. Il resto del programma è invece costituito dai due album di studio, rispettivamente con sei aggiunte ciascuno: pletoriche quelle del primo (take alternative) e più significative quelle del secondo, con soltanto due altre take e quattro estratti dal famoso showcase della TV tedesca. È comunque un piacere non da poco (ri)ascoltare Taste (1969), a partire da quel mezzo inno che è Blister On The Moon e dallo splendido adattamento dello standard blues Sugar Mama, e On The Boards (1970), in cui Gallagher si concede aperture jazzy (suonando persino il sax), e accorgersi/ricordare che, sì, in linea di massima i ragazzi non sfigurano al confronto con Cream e Blind Faith.
Tratto da Classic Rock n.35 dell’ottobre 2015

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Categorie: recensioni | Tag: | 4 commenti

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4 pensieri su “Taste

  1. Gian Luigi Bona

    Anche a me piace prendere un po’ di tempo per riconsiderare momenti storici e importanti della musica che spesso ho addirittura saltato per gli stessi motivi che indichi tu Federico. Proprio i Taste non sono abbastanza conosciuti, probabilmente la carriera solista di Gallagher li ha eclissati e secondo me il compito di voi giornalisti è anche quello di riportare alla luce ciò che si è dimenticato oltre a quanto di nuovo e valido continua ad uscire.
    Ovviamente ho approfittato subito del l’occasione!

  2. Maudit

    Approfitto di questo approfondimento per chiedere (direttamente a Federico, o a chiunque abbia voglia di rispondermi) qual è il disco imprescindibile di Rory Gallagher, il must have, il suo manifesto. Tempo fa rimasi favorevolmente colpito da uno speciale a lui dedicato e andato in onda nottetempo (purtroppo) su Rai5, e decisi di prendere il suo live Irish Tour (che vedo citato nell’articolo): fulmicotonico. Sono fermo, però, a quello. Quale disco devo possedere assolutamente, per cominciare ad apprezzarlo anche in studio?

    • I primi due (“Rory Gallagher” e “Deuce”), “Tattoo”, “Calling Card”, anche “Top Priority”. Tutti ottimi. Ma dopo “Irish Tour”, qualsiasi disco ti sembrerà peggiore…

      • Maudit

        Perfetto, grazie mille per i suggerimenti, mi metterò alla ricerca dei suddetti album.
        In effetti Irish Tour può sicuramente assurgere ad uno dei più grandi dischi live del rock-blues, e molto probabilmente supera anche gli stretti confini del genere. E’ davvero un tornado di energia dalla prima all’ultima nota.

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