New Wave italiana: gli albori

Cinque anni fa, di questi tempi, la Cramps Music pubblicò una raccolta da me curata dedicata ai primi vagiti della new wave nazionale: si intitolava “Punk e Post-Punk 1977-1980”, faceva parte della bella collana (purtroppo morta dopo tre volumi) “L’Anthologia” ed è tuttora reperibile. Perché la ritiro fuori adesso? Non per festeggiarne il compleanno, ma perché la recentissima uscita del nuovo maxi-cofanetto di Fabrizio De André (ne ho scritto qui) mi ha fatto pensare a quanto mi irritai nel realizzare che, per il veto di uno solo dei componenti, non sarebbe stato possibile inserire nel “mio” compact un brano secondo me fondamentale per realizzare il documento perfetto di quei fermenti, ovvero Transylvania 1760 dei Mittageisen; pensai persino di lasciar perdere, perché a mio avviso non era corretto confezionare una testimonianza in pur piccola misura “tronca”, ma poi mi feci convincere a proseguire e, nelle note, precisai che quel pezzo non c’era solo per la mancata concessione della liberatoria e che volendo lo si sarebbe potuto ascoltare su YouTube. Però “rosico” ancora oggi, e mi sento davvero un idiota nel constatare come altrove non ci si faccia scrupoli a confezionare opere di gran lunga più imponenti omettendo consapevolmente il materiale – utilizzabile senza alcuna difficoltà – che le avrebbe rese complete, magari solo per specularci di nuovo su alla prossima occasione. Tornerò forse sull’argomento, ma nel frattempo ecco la mia introduzione per il libretto di Punk e Post-Punk 1977-1980, peraltro già riutilizzata (un po’ rimaneggiata) come “antefatto” del mio libro Noi conquisteremo la luna – Scritti sulla New Wave italiana 1980-1985.
Anthologia copAndate a lavorare, teppisti!
La cosa potrà certo sembrare bizzarra, ma la storia dice che in Italia il punk e il post-punk – ovvero, le due branche principali di quel fenomeno, e non genere musicale, conosciuto come new wave – giunsero assieme. A differenza di quanto accaduto all’estero, dove il secondo fu (seppure con alcune eccezioni) una sorta di naturale evoluzione del primo, da noi si accavallarono: magari non solo sotto il profilo cronologico e non sempre sul piano stilistico, ma per quanto concerne le produzioni discografiche cosiddette alternative la regola era quella dell’ibridazione fra le due tendenze. Una regola non pianificata ma imposta dalle congiunture, figlia della curiosità per quanto di diverso arrivava (faticosamente) dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti ma anche del timore di pubblicità negativa: d’altronde, nel fatidico 1977, i media e il grande pubblico del Belpaese vedevano nel punk solo una grottesca burla da sfaccendati (chi ricorda la comunque simpatica Pus di Andrea Mingardi, parodia volontaria del suono e delle pose del “movimento”?) o, peggio, una specie di confraternita neo-nazista, con scorno di quel pugno di operatori del settore – menzione obbligatoria per Carlo Basile, A&R della RCA, che si fece in quattro per far pubblicare e promuovere alcuni dei lavori più significativi editi oltreconfine – che avevano intuito gli effettivi termini della questione. Oltre trent’anni dopo, la lettura di quanto allora scritto dalla stampa (anche specializzata) suscita per lo più orrore e raccapriccio, e non c’è dunque da stupirsi che le proposte discografiche rispecchiassero fedelmente la confusione… una confusione oltretutto incrementata dal fatto che il punk, reale o presunto, creava scandalo ma faceva pure notizia, con relative occasioni di sfruttamento commerciale: si pensi ad Anna Oxa, che nel 1978 debuttò al Festival di Sanremo con un look alla Siouxsie ideato da Ivan Cattaneo (e che dominò per qualche settimana la classifica dei singoli con Un’emozione da poco), o alle farse – ricercate solo da collezionisti terminali e culturi del kitsch – di gente come Incesti, Enter’O Clisma (inventori di un improbabile “neapolitan punk”), Crazy Band.
L’analisi dei reperti vinilici, sulla quale si è ovviamente basata anche la selezione dei brani di questa raccolta didattica/celebrativa, conduce a un dato incontrovertibile: in Italia, in senso punk, non abbiamo avuto un vero ‘77. Non considerando il singolo dei milanesi Aedi, pacchianata r’n’r dalle dichiarate ascendenze hard la cui essenza di “involontaria parodia” è rimarcata dal presentare nel lato A una versione riveduta e corretta (lasciamo però perdere come) del nostro inno nazionale, il solo disco punk/new wave autoctono immesso sul mercato nell’anno del boom su scala mondiale del “trend” è stato – per di più in “zona Cesarini” prima del cambio di calendario – Chinese Restaurant, l’album di debutto dei Chrisma. Si voglia o meno credere alla sincerità della folgorazione per il punk del già attempato Maurizio Arcieri, che del duo era il fulcro, il progetto non nasceva comunque “dal basso”: alle spalle aveva la lunga esperienza nel “giro” del frontman e i potenti mezzi della Polydor, e la metamorfosi stilistica subita nell’arco di pochi mesi – con il passaggio a un rock-pop tecnologico e ballabile, peraltro di pregevole caratura – alimenta il dubbio che i nostri eroi non aderissero affatto alla logica del “no future” ma che, al contrario, il (loro) futuro li interessasse parecchio. Un (piccolo) ciclone, tuttavia, i Chrisma lo provocarono, inculcando negli ambienti major la balzana idea che esistesse terreno fertile per replicare dalle nostre parti la “r’n’r swindle” di Malcolm McLaren e Sex Pistols: di lì a poco, ma si era già nel 1978, la stessa Polydor tirò fuori dal cilindro i torinesi Rancid X, la RCA (tramite la gloriosa Numero Uno) i romani Elektroshock e la Philips i triestini Revolver, così come la EMI sostenne il brillante tentativo di modernizzazione dell’ex Balletto di Bronzo Gianni Leone (alias Leo Nero) e Rocker 80, il volenteroso ma zoppicante documento a 33 giri del “1° Festival Rock Italiano” tenutosi all’inizio del 1980 a Roma. In parallelo, due storici cantanti/musicisti fondarono altrettanti marchi votati al nuovo, autonomi nelle scelte artistiche ma legati – non solo per quanto concerne la distribuzione, affidata alle solite multinazionali, ma anche sul piano strategico – al concetto tradizionale di discografia: alla Spaghetti di Shel Shapiro si devono il lancio dei Decibel di Enrico Ruggeri – che prima del successo sanremese con Contessa non lesinavano in aggressività e irriverenza – e l’inconcludente riesumazione in chiave pseudo-punk dei bolognesi Judas, alla Ascolto di Caterina Caselli il sostegno al bravissimo Faust’O (dopo un primo album sponsorizzato dalla CGD) e l’ingaggio di quel Mixo che negli ‘80 avrebbe fatto carriera come DJ e VJ. Analogamente si comportò la mitica Cramps di Gianni Sassi (dimostratasi, per l’ennesima volta, davvero priva di pregiudizi), mettendo sotto contratto gli Skiantos e in seguito varando la collana “Rock 80” (Kaos Rock, Kandeggina Gang, Dirty Actions, X Rated, Windopen, Take Four Doses).
Non è affatto sbagliato reputare il rock demenziale di Freak Antoni e compagni l’unica, genuina forma di punk italiano: una ricetta provocatoria e trasgressiva che, con formidabile ironia, dileggiava in un sol colpo la tipica canzone da festival, la “controcultura” dei ‘70 e i suoi eccessi di seriosità, il pubblico di massa ammaliato dalla facile melodia pop e quello del rock ancora devoto agli esasperati tecnicismi del progressive. Senza volerlo essere né saperlo, il circo pittoresco e caciarone della band fu punk pure musicalmente, almeno all’epoca dei primi dischi: manifesti di un rock’n’roll “rozzo, grezzo e volgare” screziato di blues e cantato in maniera approssimativa, cui si affiancavano testi in rima tanto assurdi quanto esilaranti e concerti-happening dove si vedeva di tutto, compresa la verdura tirata dal palco alla platea e dalla platea al palco. Quando gli Skiantos avviarono la loro (rapida) ascesa, alla “nuova onda” italica mancava però un elemento imprescindibile per una decisa sterzata: un circuito indipendente svincolato da quello ufficiale – e improntato, come in altre nazioni più evolute, al “do it yourself” – che permettesse un’autentica emancipazione dagli obsoleti standard ancora dominanti. E fu proprio il gruppo bolognese a gettare le fondamenta della rivoluzione: la sua cassetta Inascoltable, registrata nel novembre del 1977 e stampata come LP solo più avanti, inaugurò il catalogo di quella Harpo’s Music che nel 1980 si sarebbe ribattezzata Italian Records e convertita al vinile, predicando la bontà della scena sviluppatasi nella città delle due torri. Una scena che aveva come altri principali protagonisti i formidabili Gaznevada, già noti come Centro d’urlo metropolitano (se avesse goduto di una vera diffusione, la loro Mamma dammi la benza, nella quale si alludeva naturalmente alle bottiglie molotov, avrebbe potuto essere un’hit non soltanto locale), la loro “appendice sperimentale” Stupid Set e gli originalissimi Confusional Quartet. Il sasso lanciato nello stagno da Oderso Rubini e soci convinse altri che, sì, investire sul nostro rock sotterraneo non era una follia, anche se realizzare dischi era piuttosto complicato (studi costosi, impianti grafici e pressaggio idem, SIAE in linea con tutto il resto), i canali promozionali parevano inaccessibili e una distribuzione nei negozi separata da quelle delle major era completamente da inventare; perché no, se nell’impresa si cimentavano già piccole aziende operanti nelle aree del jazz o del folk più o meno canonico? Ecco quindi che in chiusura di 1980 la Urgent Label, effimera costola della coraggiosa Materiali Sonori di S. Giovanni Valdarno, collocò il suo logo sul singolo d’esordio dei Neon, dando il “la” alla florida stagione del post-punk fiorentino. Da lì in avanti le etichette spuntarono come funghi dopo la pioggia, durando spesso non più di qualche mese (e un solo titolo) ma contribuendo in ogni caso a vivacizzare il panorama e a ribadire la validità del principio “anyone can do it” sul quale, all’estero, in molti avevano posto le basi delle loro fortune. E che “chiunque potesse farlo”, persino in una delle più disastrate province dell’impero rock, era stato del resto appurato a Pordenone da HitlerSS e Tampax, a Monza dagli Underground Life e a Milano dai Mittageisen: constatata l’assenza di strutture idonee ad accoglierli avevano tutti giocato, nel 1979, la carta dell’autoproduzione a 45 giri, conquistando in tal modo i fatidici quindici minuti di “successo” e una noticina nemmeno tanto secondaria nella Storia.
Sarebbe inutile sottolinearlo, ma la prima new wave italiana non ebbe come unici portabandiera i ventuno partecipanti a questa “Anthologia”: dei numerosi altri, però, nessuno raggiunse il sospirato obiettivo del disco, oppure riuscì a farlo solo dopo il 1980 qui fissato come limite. Una barriera non arbitraria ma motivata dalla considerazione che fu con l’ultimo degli anni ‘70 – perché secondo il calendario i decenni, così come i secoli e i millenni, terminano con uno zero e non con un nove – che il fenomeno concluse la sua fase primordiale. Quanto accadde dal 1981 in poi fu infatti un déjà vu – con progressivo calo di diffidenza da parte di pubblico e addetti ai lavori, e relativo incremento di quantità-qualità di produzioni e visibilità – dei motivi dominanti del precedente triennio: ovvero, escludendo i prodromi del ‘77, l’interesse delle major nel ‘78, le autoproduzioni nel ‘79, le etichette indipendenti nel 1980. E se è innegabile che altre band emerse a partire dagli Ottanta abbiano segnato la loro epoca (e non solo) con maggiore rilevanza, non è errato affermare che senza questi pionieri gli eventi avrebbero potuto prendere una piega molto probabilmente meno positiva. Poi, certo, le ingenuità non mancarono, ma se nell’ambito del punk in senso stretto dominarono – con poche eccezioni – equivoci estetico-ludici e interpretazioni stravaganti di modelli stranieri, per quanto concerne il suo “post” (inconsapevole o meno) le testimonianze sonore immortalano spesso una creatività e una passione che oggi vale la pena di (ri)scoprire. In versione restaurata, per quel che hanno potuto consentirlo le registrazioni a volte un po’ precarie e il fatto che in alcuni casi, per via dello smarrimento dei master originali, si sia dovuti ricorrere al riversamento dai vinili.

La scaletta
1) SKIANTOS – Io sono un autonomo
2) DECIBEL – Mano armata
3) GAZNEVADA – nevadagaz
4) N.O.I.A. – Europe
5) RANCID X – Intoxication
6) FAUST’O – Anche Zimmermann
7) X RATED – Blockhead Dance
8) HITLERSS – Slave
9) CHRISMA – Wonderlust
10) CONFUSIONAL QUARTET – Bologna rock
11) LEO NERO – Strada
12) NEON – Informations Of Death
13) TAMPAX – U.F.O. Dictator
14) KANDEGGINA GANG – Orrore
15) THE STUPID SET – S.W. Digestion
16) ELEKTROSHOCK – Publici mores
17) REVOLVER – Dada boutique
18) MIXO – Desire Crazy Desire
19) DIRTY ACTIONS – Rosa shocking
20) UNDERGROUND LIFE – Noncurance
21) KAOS ROCK – Basta basta
22) MITTAGEISEN – Transylvania 1760 (non inserita)

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