Neil Young

Sarebbe bello, bellissimo riuscire in qualche modo a entrare nella mente di Neil Young per capire perché fa quello che fa e perché lo fa come lo fa. Nel bene e nel male, ovviamente. Su di lui non credo di aver mai scritto qualcosa di esteso, ma di sicuro ne ho recensito parecchi dischi (qui uno); compreso questo, che al momento è ancora il suo ultimo ma che non sarà tale a lungo, vista l’imminente uscita (13 novembre) di un quadruplo dal vivo della collana “Archives”. Dopodomani, per la cronaca, il nostro amato Loner compirà settant’anni. Auguri!

Young copThe Monsanto Years
(Reprise)
Star dietro alle bizze di Neil Young non è mai stato facile, ma dal giro di boa del millennio lo è ancora di più. Basti pensare che, limitandosi all’ultimo lustro (settembre 2010-agosto 2015), il musicista canadese di nascita e californiano d’adozione ha immesso sul mercato sei album nuovi e due di materiali d’archivio, e potete essere sicuri che, senza di mezzo la ben nota questione del Pono, sarebbero stati di più. Davvero un fantastico ruolino di marcia per un ormai quasi settantenne – li compirà a novembre – che ha vissuto davvero intensamente e che, anche a giudicare dall’attività live e dalle pratiche di divorzio dalla moglie Pegi avviate nel 2014 dopo trentasei anni di matrimonio, non ha alcuna intenzione di smettere. Va da sé che a questa frenetica voglia di fare non può corrispondere una produzione costante sul piano della qualità, come alcuni degli ultimi capitoli hanno dimostrato; non solo degli ultimi, a dire il vero, dato che nella ricca discografia del nostro eroe abbondano passi falsi e lavori controversi.
The Monsanto Years, concept tutt’altro che indulgente nei confronti della famosa multinazionale americana attiva nel campo delle biotecnologie, ha ciò che occorre per ottenere il consenso degli estimatori del “classico” Neil Young rock, benché la backing band – quella di Lukas Nelson, figlio di Willie; con loro, pure l’ultimogenito del celebre “outlaw”, Micah – non regga il confronto con i mitici Crazy Horse. Sono cinquanta minuti tanto per cambiare ruvidi e imperfetti, ma sempre illuminati da una voce inconfondibile e una voglia speciale, che spaziano fra asprezze filo-hard e omaggi alle tradizioni folk. Canzoni ora trascinanti e ora avvolgenti, certo solide ma ascoltate già troppe volte per stupire; più della scrittura, peraltro decorosissima, a convincere sono l’irruenza dei testi e dell’approccio.
Tratto da AudioReview n.366 dell’agosto 2015

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Categorie: recensioni | Tag: | 2 commenti

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2 pensieri su “Neil Young

  1. Anonimo

    Personalmente lo preferisco anche alla pillola psichedelica e The big box non mi esce dalla testa.
    backstreet70

  2. Rusty

    Grande zio Neil, eccessivo nel bene e nel male come tutti i grandi. Long may you run.

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