Refused

Sebbene la mia arcinota insofferenza per le reunion mi avesse reso un minimo sospettoso l’album del ritorno dei Refused non mi è affatto dispiaciuto. Anzi, mi è piaciuto parecchio. È un disco prevedibile, certo, ma ormai cosa non lo è? Dato che di punk, hardcore e r’n’r in genere un pochino credo di capirne, nel senso che di solito so riconoscere la bontà delle canzoni e soprattutto dell’approccio, sono rimasto abbastanza sorpreso dalla discreta quantità di critiche negative piovute addosso a Freedom, critiche che continuo a ritenere ingenerose. Che poi questo non sia il primo lavoro della band svedese da portarsi a casa è naturalmente tutto un altro discorso. Per chi fosse interessato alla carriera storica dell’ensemble, c’è qui una succinta ma esauriente retrospettiva.

Refused copFreedom (Epitaph)
Quando nel 1998 i Refused pubblicarono The Shape Of Punk To Come, omaggiando nel titolo i Nation Of Ulysses e l‘Ornette Coleman del celeberrimo The Shape Of Jazz To Come, non passarono per megalomani. Cioè, magari all‘inizio sì, ma solo fra quelli – non moltissimi – che si erano accorti del gruppo svedese e della sua coraggiosa svolta, dopo due album validi ma più convenzionali, verso un hardcore punk meno scontato e più creativo della norma. Il successo, di ampio culto, giunse però in seguito e postumo, dopo che il quartetto si era sciolto e il frontman Dennis Lixzén aveva acquisito una buona visibilità alla guida degli (International) Noise Conspiracy. Ma poi anche loro si erano separati e si sa come quasi sempre va a finire: due chiacchiere nostalgiche, il dubbio che forse il ritiro dalle scene era stato affrettato, la convinzione di avere ancora in serbo cartucce esplosive e allora via con la reunion, sebbene dai giorni in cui i Refused si erano messi d’impegno a modellare la “forma del punk da venire” sono trascorsi ben diciassette fottutissimi anni in cui il mondo è cambiato, e più di una volta.
Ci sono numerose analogie fra questo ritorno e quello, più altisonante sul piano mediatico, dei Faith No More. Così numerose che quasi si sarebbe potuto dire “(ri)leggetevi la recensione di Sol Invictus di due mesi fa, modificate nomi e titoli e non serve altro”. Si scherza ma nemmeno tanto, giacché pure Freedom è un disco legato a filo doppio al passato dei suoi artifici ma al contempo brillante nell’evitare l’effetto “minestra riscaldata” e nel far tesoro delle esperienze nel frattempo accumulate (si ascolti War On The Palaces, ad esempio, e si provi a negare che gli echi della Cospirazione Internazionale del Rumore siano chiari e forti). Hardcore evoluto rispetto a quello classico, con un’infinità di influenze trasversali, che non suona nuovo come nei tardi ‘90 ma evidenzia una verve, un’ispirazione e un lucido furore di musiche e testi capaci letteralmente di inchiodare. Se i Refused stanno recitando, meritano l’Oscar. E, più che rinati, sembra non siano mai morti.
Tratto da Blow Up n.206/207 del luglio/agosto 2015

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