The Musical Box, 2015

Musical Box fotoTranne una volta che lo feci in quanto giurato di un contest dedicato a quelle dei Litfiba, mi sono sempre rifiutato di assistere a concerti di tribute band. Aborro l’idea in sé (a meno che non sia un estemporaneo, pur serio divertissement per musicisti che hanno una loro vita) e aborro il danno collaterale – almeno qui in Italia – che i “copioni” sottraggano spazio a quanti hanno mire artistiche più alte, perché un buon imitatore di Ligabue o Vasco Rossi riempie i locali e un emergente che suona le sue canzoni di norma no. Ieri, però, sono andato all’Auditorium a vedere The Musical Box, gruppo di Montreal noto a livello planetario per essere l’unica tribute band dei Genesis approvata e autorizzata dagli stessi Genesis. È stata una scelta, come dire?, “sentimentale”, dettata da ragioni che spiego nella prima parte di questo mio vecchio articolo (intitolato, che buffa coincidenza!, proprio The Musical Box). Si trattava di poter fare parzialmente – molto parzialmente – una sorta di pace con il (mio) passato, e ho colto l’occasione. Non ci saranno però mai più, lo giuro solennemente, ulteriori deroghe al principio.
Avrei voluto scrivere questo pezzo ieri notte stessa, appena tornato a casa, ma ho preferito attendere allo scopo di focalizzare meglio i miei pensieri. Così speravo accadesse, ma in realtà sono perplesso tanto quanto lo ero una dozzina di ore fa e quindi amen. Comincio allora dicendo che l’esperienza è stata interessante, a partire degli aspetti antropologici. Il pubblico, numeroso, era composto in larga parte da (ex) ragazzi sui cinquanta/sessant’anni, alcuni accompagnati da consorti e/o figli (dominavano, comunque, le formazioni di due/tre amici, rigorosamente di sesso maschile); entusiasmo peraltro composto alle stelle, foto e film a iosa, alla fine sorrisoni, come se davvero si stesse uscendo da uno show del 1973/74 con Peter Gabriel, Tony Banks, Steve Hackett, Mike Rutherford e Phil Collins solo alla batteria. Nulla di male, eh… invecchiare non è facilissimo, la nostalgia è notoriamente canaglia e se due ore di macchina del tempo consentono di vivere qualcosa che si è perso o riviverlo quattro decenni dopo, perché non concedersele? Poi, certo, la realtà è un’altra cosa, anche se la ricostruzione delle scenografie è perfetta, gli strumenti sono quelli d’epoca e gli abiti – e le maschere del frontman – idem, così come la scaletta, le musiche – anzi, il quintetto canadese è probabilmente più bravo di quanto lo fosse il modello – e, per un 80%, la voce. Sollevando il velo obnubilante della volontà di trasportarsi in un altro mondo, e possedendo un minimo di sensibilità, ci si accorge però del fatto che sul palco si stia svolgendo una recita, e non solo perché quei Genesis erano giovani – nel ’73 Peter Gabriel aveva ventitré anni – e questi loro epigoni hanno – quale più, quale meno – le rughe e la pinguedine tipiche di chi viaggia ormai verso il mezzo secolo di vita. A mancare è quella speciale intensità che, come si può evincere dalle antiche testimonianze affiorate su YouTube, permeava ogni interpretazione: una cosa è proporre la propria visione e le proprie creazioni, una ben diversa è imitare – benché con passione, devozione e perizia – la visione e le creazioni di qualcun altro.
Se lo si analizza obiettivamente sul piano concettuale, non si potrà che concludere che lo spettacolo dei Musical Box sia un’indifendibile farsa, ma azzerando le considerazioni intellettuali – comprese quelle, tutto sommato senza senso, che dal 1973 il rock è un bel po’ cambiato – e lasciando via libera alle suggestioni, c’è di che essere soddisfatti. Del resto si sa che, se spinto davvero all’eccesso, persino il grottesco può essere in qualche modo sublime.

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Categorie: recensioni live | Tag: , | 3 commenti

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3 pensieri su “The Musical Box, 2015

  1. Country Boy

    Divertente interessante e stimolante questione. Concettualmente concordo, (seppur sono un tipo talmente talebano da essersi perso il piacere di possedere/guardare/leggere certi albi dall’ottimo e promettente aspetto per il troppo religioso senso verso E.P. Jacobs)
    ma il Sound di Nursery Cryme è per me sacro quanto la Vision di La Marque Jaune

  2. Anonimo

    Concordo al 100% sul discorso delle cover band anche se, perdonami, solo il fatto di “fare musica live” e farsi le ossa con brani di altri (soprattutto se si è giovani) può essere una piccola nota di merito.A questo punto si tratta solo di capire se sia meglio vedere/ascoltare un live originale (su un supporto fisico ,dato che gli “originali” non sono possibili…), chiusi in casa oppure ascoltare musica dal vivo, soprattutto se ben fatta, condividendo la gioia della classica atmosfera da concerto con tutti i suoi “indotti”… Il tutto senza inopportune crisi e malinconie da mezza età…Un caro saluto. Roberto

  3. Maudit

    Sono da sempre contrario alle tribute band, e penso che ci sia solo una cosa peggiore di queste ultime: quando è la band di riferimento a diventare la tribute band di se stessa (e ce ne sono, oh, se ce ne sono…).
    Non fanno eccezione questi Musical Box, che, in virtù della mia smodata passione per i Genesis, ho avuto modo di ascoltare e vedere qua e là in giro per il web. Il fatto che nei loro spettacoli ripercorrano pedissequamente i tour e addirittura le scalette dei singoli concerti dei Genesis dà un ulteriore tocco di forzatura al tutto.
    Però oh, se è servito a riconciliarsi con il passato, ben vengano…:-)

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