Moody Blues

Da un po’ di tempo, grazie a ristampe estese e “deluxe”, mi sto divertendo assai a recensire dischi storici del rock, che conosco da decenni ma dei quali non mi era mai capitato di scrivere perché, in precedenza, preferivo occuparmi di cose meno datate e lasciare quelle davvero antiche a collaboratori più “motivati” – diciamo così – di me. Inutile dire che dalle nuove frequentazioni scaturiscono spesso belle sorprese: ok ricordarsi più o meno cosa contiene il tal disco, ma con il riascolto si (ri)scoprono un sacco di dettagli dimenticati.

Moody Blues copThe Magnificent Moodies (Esoteric)
Prima dei Moody Blues che nel 1967 precorsero il progressive con Days Of Future Passed (quello della celeberrima Nights In White Satin) per poi abbracciarlo con i lavori successivi, è esistita un‘altra band con lo stesso nome e alcuni membri in comune; in piena sintonia con le tendenze imperanti in UK nel triennio 1964-1966, suonava un efficacissimo, poliedrico rock‘n‘roll che attingeva nel Merseybeat, nel R&B, nel pop di qualità e in tutto ciò che di convincente le capitava a tiro, dividendosi come da consolidata regola fra cover (scelte con gran gusto) e repertorio autografo non sempre all‘altezza ma spesso efficace. Questi Moody Blues si ritirono nel 1966 non riuscendo mai a replicare il successone di Go Now, la ballad – “rubata” alla cantante soul americana Bessie Banks – che a fine 1964 era balzata in vetta alla classifica britannica dei singoli. Incisero comunque molto, pubblicando per la Decca un unico LP ora riproposto in occasione del cinquantenario nella sua più bella riedizione di sempre: alle dodici tracce della scaletta d‘epoca sono state aggiunti addirittura quarantatré fra 45 giri, versioni alternative, session radiofoniche e di studio in larga parte inedite. Ovviamente non tutto luccica, ma non importa: il quadro è colorato e prezioso e racconta, con l‘ausilio di un libretto colmo di note e foto, una storia che non sarà importante come quelle coeve e stilisticamente limitrofe di Rolling Stones, Yardbirds, Small Faces, Animals, Them o Spencer Davis Group, non dimenticando Beatles e Kinks, ma che non merita il semi-oblio nel quale era sprofondata.
Tratto da Blow Up n.202 del marzo 2015

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Categorie: recensioni | Tag: , | 2 commenti

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2 pensieri su “Moody Blues

  1. Massimo Parravicini

    Vicenda per certi versi simile a quella degli altrettanto semi-dimenticati Zombies

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