Pere Ubu: gli inizi

Ah, i Pere Ubu, che meraviglia. E non è la solita iperbole con intenti sensazionalistici, perché la band di Cleveland è stata davvero, specie nei suoi primi anni di attività, qualcosa di assolutamente straordinario. Non vorrei passare per masochista, ma mi piacerebbe tantissimo imbattermi in una canzone di oggi in grado di darmi le stesse sensazioni – a grandi linee: uno tsunami di inquietudine, una rasoiata e un calcio nelle palle, tutti assieme – che illo tempore mi furono provocate dal primo ascolto di brani quali 30 Seconds Over Tokyo, Final Solution o The Modern Dance. Doveroso richiamare l’attenzione su un bellissimo cofanetto in (sacro) vinile, da poco immesso sul mercato, che del gruppo americano documenta in modo più che esaustivo la fase degli inizi.

FIRELP406 Pere Ubu - Elitism For The People BOX LIDElitism For The People
1975-1978 (Fire)
Esponenti fra i più originali e creativi di quel fantastico, ribollente calderone che è stata la prima new wave americana, i Pere Ubu – con il cantante David Thomas come unico punto di contatto fra i vari organici succedutisi in quattro decenni – proseguono tutt’oggi una carriera magari meno rivoluzionaria di un tempo ma certo rispettabilissima. È comunque opinione più che consolidata, se non incontrovertibile, che il meglio sia stato realizzato fra il 1975 e il 1978, quando il gruppo di Cleveland, Ohio, era un fiume in piena di intuizioni e di folgorazioni impossibili da contenere nei pur alti e robusti argini della canzone tradizionalmente intesa; i ragazzi, in parte reduci dalla fondamentale esperienza proto-punk Rocket From The Tombs, si dedicavano infatti a un rock allucinato e aperto a ogni possibilità espressiva dove la trasgressione filo-punk conviveva con la cerebralità e la libertà formale di certa avanguardia, il tutto avvolto in atmosfere cupe e dominato dalla voce stridula e straniante del frontman. Una miscela ostica, tanto nelle strutture quanto nelle sonorità abrasive, per orecchie abituate a rassicuranti convenzioni, ma formidabile per spessore artistico e forza d’impatto.
Esattamente di questa fase cruciale rende conto Elitism For The People, cofanetto di quattro 33 giri (sì, solo vinile) in cui sono raccolti i primi due album del 1978 – l’esordio The Modern Dance, più rock, e Dub Housing, più sperimentale – e i nove brani – 30 Seconds Over Tokyo e Final Solution sono da ascoltare, almeno una volta nella vita – editi in singoli ed EP, più sei estratti da un concerto del 1977 al Max’s Kansas City di New York. In tutto, quasi due ore e mezzo di musica che a dispetto della tanta acqua passata nel frattempo sotto i ponti rimane magnificamente aliena e ricca di stimoli; può essere arduo entrarci in piena sintonia, vista la sua natura disturbante, caustica e nient’affatto solare, ma dalle sue trame molto spesso contorte e imprevedibili, dal suo rifiuto di ogni levigatezza e dai suoi torbidi, ipnotici abbracci di ossessività e isteria che a tratti si distendono in litanie peraltro ansiose emergono irruenti una genialità, un rigore e una visione come minimo unici. Un vero monumento, insomma, dell’altra America di quegli anni gloriosi e irripetibili, proprio come Talking Heads, Television, Suicide, Residents, Devo, Chrome.
Tratto da Classic Rock n.33 dell’agosto 2015

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5 pensieri su “Pere Ubu: gli inizi

  1. Gabriele

    Ciao Federico, mi chiamo Gabriele.
    Sono cresciuto musicalmente con voi, con il Mucchio e il tuo Shock e con Rockerilla, poi con Velvet, di nuovo il Mucchio, Extra e poi Blow Up.
    Ti faccio i complimenti per il blog e per il tuo lavoro appassionato. Lo spunto per scrivere lo prendo da questo tuo bel post sui Pere Ubu, che sono il mio gruppo preferito.
    Ovviamente condivido quello che dici ma vorrei anche sottolineare il fatto che, se gli album del periodo storico sono forse i più importanti e certo i più conosciuti, anche tanti altri dischi degli anni successivi non sono molto da meno. The Tenement Year, Raygun Suitcase, Pennsylvania, St Arkansas, Why I Hate Women e Carnival of Souls sono, a mio parere, veri capolavori.
    Ne ho citati parecchi ma, come hai detto, la loro è una carriera quarantennale. Io ho ascoltato i loro dischi tante, tante volte ma mi stupiscono ancora, li trovo molto attuali e, in due parole, mi piacciono sempre di più.
    Ti ringrazio molto e ti saluto cordialmente.

    • Ma certo, non discuto sull’alta qualità globale della discografia della band. Però, ecco, i primi singoli e il primo album sono, per il valore intrinseco e per le circostanze (quando e come, insomma) nelle quali sono stati realizzati, qualcosa di davvero speciale, sul piano della creatività e dell’ispirazione.E li metterò sempre un gradino sopra gli altri dischi, pur ottimi, fatti più avanti.

  2. Gabriele

    Sono d’accordo. Intendevo solo aggiungere alle tue considerazioni sul box che raccoglie i primi singoli e i primi due album l’invito all’ascolto, per chi non la conosce, anche del resto della loro produzione, assolutamente meritevole.
    E, già che ci sono, consiglio anche la discografia di David Thomas, ricca di album bellissimi. I dischi con i Pale Boys, per esempio, (tre in studio più uno dal vivo) sono meravigliosi.
    Cordialmente,
    Gabriele

  3. Klaus Dinger's tennis elbow

    Io sono arrivato a Song of the bailing man, poi ho smesso di seguirli ma sporadicamente (The tenement year, St. Arkansas) mi sono riavvicinato. Ma lo vedi che puoi anche tu andare d’accordo con Pierino Paolino Paperino Scaruffi? A parte gli scherzi, Pere Ubu sono tra i massimi di questo sessantennio pop-rock. The Modern Dance su tutto e tutti.

    • Su qualcosa si può anche andare d’accordo, a livello di gusto, ma sul piano squisitamente concettuale siamo agli antipodi. Pere Ubu grandissimi e “The Modern Dance” (più 45 giri precedenti) su tutto, concordo.

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