Black Eyed Dog

Black Eyed Dog foto 1C’è questo ragazzo siciliano che da ormai un bel po’ d’anni porta avanti un gran bel discorso musicale, a mio avviso non adeguatamente celebrato. Il prossimo 24 ottobre ritornerà a esibirsi a Roma, a Le Mura, con la sua band: insomma, un buon pretesto per recuperare la massima parte di ciò che finora ho scritto di lui, vale a dire le recensioni di tutti i suoi dischi (manca solo l’EP Early Morning Dyslexia, del 2013) e un’intervista risalente al 2009.
Black Eyed Dog cop 1Love Is A Dog From Hell (Ghost)
Il nome lo ha carpito a una canzone di Nick Drake, e non ci si stupisca del “lo” perché – a dispetto delle apparenze – Black Eyed Dog non è una band ma un solista… e uno di quelli a dir poco speciali, come provato da un esordio che spazia con un gran bell’equilibrio di levità e spessore nell’ambito di un cantautorato in inglese basato sulla chitarra acustica e sulla forza evocativa, appena ombrosa, di atmosfere e melodie. Molto carezzevole, seppur non privo di qualche spunto abrasivo, Love Is A Dog From Hell non ricorda solo il timido, sfortunato menestrello britannico: tra gli arpeggi, gli innesti di piano, le trame sospese e gli accenni percussivi si avvertono infatti echi di Bonnie Prince Billy e Fred Neil, Black Heart Procession e Tim Buckley, Smog e Kurt Cobain, Calexico e Tom Waits, Bright Eyes e Richard Thompson, in un appassionante gioco di rimandi da una sponda all’altra dell’Atlantico – sempre portato avanti sul terreno della ballad – che a dispetto dell’ampio range di richiami stilistici (consapevoli e involontari) non dà mai l’impressione della dispersività. Dieci brani tanto fragili quanto intensi, per ventinove minuti di quelli che scorrono fluidi ma imprimono tracce profonde.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.633 dell’aprile 2007

Black Eyed Dog cop 2Rhaianuledada (Ghost)
Nemmeno due anni dopo l’esordio con Love Is A Dog From Hell, che lo aveva sorprendentemente segnalato come autentica rivelazione, Fabio “Black Eyed Dog” Parrinello concede il bis con un album ancor più ispirato, intenso e ricco di sfumature, figlio di un approccio cantautorale anglo-americano – con i migliori insegnamenti delle due “scuole” avvinti in un tenero ma saldo abbraccio – che prevede trame morbide ma anche a loro modo sofferte e atmosfere certo non solari ma neppure opprimenti, il tutto sviluppato in un songwriting dalla grande forza suggestiva ed emotiva. Un gioco di contrasti non stridenti ma, anzi, complementari, qui esaltato da undici episodi assieme fragili e solenni, basati ora sulla chitarra e ora sul piano e intonati con voce profonda e malinconica, per un folk intimista che non si ferma in superficie ma scava, con prepotente delicatezza, fra le pieghe dell’anima; e un disco di caratura superiore, non solo per il panorama nazionale, che mostra tante (nobili) influenze senza dichiararne espressamente alcuna. La speranza è che Black Eyed Dog trovi il coraggio di affrancarsi dal nostro piccolo ghetto indie e confrontarsi con i suoi maestri a casa loro, con ottime possibilità di sostenere la sfida.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.655 del febbraio 2009

Black Eyed Dog foto 2A dispetto del nome da band, Fabio Parrinello è in realtà un solista. E Rhaianuledada (Songs To Sissy) è il suo secondo, eccellente album, nel quale si respirano atmosfere meno fosche rispetto all’esordio Love Is A Dog From Hell.
Come definiresti il nuovo disco, anche in rapporto al suo predecessore?
È un altro tributo all’amore, una sorta di atto dovuto. Si parla sempre di sentimenti forti, ma in modo meno devastante e cupo. Non che di colpo sia diventato solare, ma la spinta emotiva è diversa da quella che mi aveva fatto chiudere in una stanza e trasformare in canzoni gli umori negativi che covavo dentro: liberarmi attraverso la musica è stata la miglior terapia psicologica che potessi immaginare. Love Is A Dog From Hell raccontava la chiusura di una relazione, qui ho in qualche modo celebrato un incontro a due e la positività che esso ha portato con sé. Difficilmente riesco a scrivere di qualcosa che non riguardi la mia sfera personale: forse è un limite, ma le cose stanno così.
Da un titolo ispirato a Bukowski a uno composto da una parola che nei vocabolari non c’è. Cosa significa Rhaianuledada?
Infatti è un termine che non esiste. L’ho coniato assieme a Silvia, la mia compagna, per poterci dire “ti amo” quando siamo in mezzo ad altri e non vogliamo che capiscano.
Credo si possa dire che il linguaggio musicale rifletta il cambiamento: i brani sono adesso più accattivanti, oltre che più maturi.
Non riesco a mettere dei filtri, quando compongo e interpreto non recito una parte ma racconto come mi sento, quello che sono. I pezzi sono tutti recenti, sono stati composti in un lasso di tempo piuttosto breve: non mi piace riciclare e preferisco cogliere l’attimo. Quando componevo il primo disco ero disperatissimo: so che sono cose comuni, attraverso le quali passano tutti, ma ero giovane e quindi la botta è stata pesante… Da ragazzo vivi certi rapporti come in una dimensione da favola, e trovarsi all’improvviso sbattuta in faccia la realtà può essere molto traumatico. È stato anche importante che in Rhaianuledada abbia avuto l’aiuto di un produttore con un gusto affine al mio, Fabio Genco, nonché di una sezione ritmica e di Tommi, che con il suo clarinetto mi affianca dal vivo. E poi non si può dimenticare che il secondo album è stato registrato a Marsala, non a Varese: tra le due città c’è una differenza di circa tredici gradi, e si sente tutta!
Perché proprio a Marsala?
Ho voluto lavorare all’album in Sicilia, dov’è avvenuta la folgorazione che ne ha ispirato le canzoni e dove si trova la persona che ha dato il la a tutto. Dovevo farlo. Non a caso ora vivo tra Marsala e Palermo.
Adesso il piano ha un po’ soppiantato la chitarra.
È stata una progressione naturale. Sono nato chitarrista, ma tre anni fa ho iniziato ad accostarmi al piano e i nuovi pezzi sono venuti fuori da lì, senza che sentissi il bisogno di imbracciare la chitarra. Magari ci tornerò, ma per quello che volevo dire adesso servivano i tasti.
Più che canzoni in senso stretto, i tuoi pezzi sembrano piccoli quadri di suggestioni. Sei d’accordo?
Molti miei brani sono in effetti frammenti, traduzioni istantanee in note e parole di momenti precisi. Non amo rimuginare sulle cose, cerco invece di fissare in musica le immagini che mi provocano emozione: può trattarsi di un viso come di un gesto, del vento come della luce.
Il canto in inglese ti rende inevitabilmente “di nicchia”. Hai pensato a come potrebbe evolversi la tua carriera, qui e all’estero?
Ho cominciato a scrivere qualche pezzo in italiano e approfondire questa possibilità mi interessa molto, ma nonostante ciò credo che il mio genere di proposta abbia il suo naturale sbocco fuori dai nostri confini. Non è facile, benché l’aver vissuto a lungo negli Stati Uniti e soprattutto a Londra un po’ mi avvantaggia, ma del resto anche fare concerti in Italia è complicatissimo e allora tanto vale provarci.
Che aspettative hai, nei confronti di Rhaianuledada?
Mi piacerebbe potesse arrivare a chiunque sia in grado di comprendere la magia di certi incontri. Non è ovviamente realistico ma sarebbe bello, visto che comunque si tratta di situazioni universali.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.656 del marzo 2009

Black Eyed Dog cop 3Too Many Late Nights (800A)
Si era sparsa la voce, confermata da alcuni provini, che Fabio Parrinello – in arte Black Eyed Dog, su ispirazione del pezzo di Nick Drake – fosse ormai pronto ad adottare testi in italiano, dopo che due album in inglese editi fra il 2007 e il 2009 (Love Is A Dog From Hell e Rhaianeledada) ne avevavo rivelato la statura di cantante, musicista e songwriter dedito a ballate intimiste e fragili dai toni cupi e intensi. Cupezza e intensità dominano anche Too Many Late Nights, che con l’eccezione di qualche brano “vecchio stile” mostra però una decisa sterzata verso un sound più teso, convulso e minaccioso appropriatamente definito dall’ensemble – perché Black Eyed Dog è ormai un trio – “punk romantic psycho blues”. Come per il passato, l’arma vincente non è l’originalità assoluta – che da molto tempo è merce a dir poco rara per chiunque – bensì il mix tra spessore compositivo, forza evocativa e capacità di suscitare emozioni. Ancora una volta, all’artista siciliano non si può dire altro che “bravo”.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.694 del maggio 2012

Black Eyed Dog cop 4Kill Me Twice (Ghost)
Piuttosto raro che i musicisti definiscano il loro stile, ma Fabio “Black Eyed Dog” Parrinello l’ha fatto, e per di più in modo impeccabile: “punk romantic psycho blues” è l’etichetta ideale per queste canzoni fosche ma anche luminose, solenni e all’occorrenza taglienti, intense e ricche di magnetismo che rimandano forse inevitabilmente allo stesso ambito – solo un po’ addolcito: decisiva, in tal senso, Anna Balestrieri alla seconda voce – in cui si muove, ad esempio, un Mark Lanegan. Di nuovo sotto l’ala protettiva di quella Ghost che l’aveva lanciato nello scorso decennio, e prodotto da un maestro come Hugo Race (assieme a Fabio Rizzo), Black Eyed Dog ha centrato ancora il bersaglio pieno; la sua ispirazione, la sua classe e la sua capacità di appassionare meritano senza alcun dubbio attenzione, rispetto, consensi.
Tratto da Blow Up n.204 del maggio 2015

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