Ryley Walker

Domani sera, 18 settembre, Ryley Walker suonerà dal vivo al Black Market di Roma, nell’ambito della longeva e popolare rassegna “Unplugged In Monti”. Nell’attesa, recupero con grande piacere questa recensione del suo secondo album, al momento – ma non credo proprio che da qui a dicembre la situazione possa cambiare – nella Top 3 dei miei dischi preferiti del 2015.

Walker copPrimrose Green
(Dead Oceans)
Se leggendo il nome di Ryley Walker avete pensato “chi?!?”, non dovete sentirvi in qualche modo in difetto, proprio no. Il ventiseienne musicista americano, cresciuto nella fertile scena underground di Chicago, è infatti poco noto, e non c’è da stupirsene: primi, veri passi compiuti solo all’inizio del decennio in corso, un paio di EP “diffusi” su cassetta, un 45 giri e un 12” dalla circolazione sempre assai limitata, un altro 12” – in cento copie – cointestato a Chris Brokaw. A smuovere un minimo di più le acque ha poi provveduto, nella primavera del 2014, l’album All Kinds Of You, edito dalla Tompkins Square di New York: etichetta folk e disco in tema, con sul davanti una fotografia che ricorda vagamente quella di Inside di Dave Van Ronk, il cantautore raccontato dai fratelli Coen nello splendido biopic A proposito di Davis. Ben più esplicito, invece, è il richiamo della copertina di questo secondo lavoro – pubblicato da una label più incline alla psichedelia e al rock cosiddetto alternativo – a un altro “Van”, il nordirlandese Morrison: vederla e pensare al leggendario Astral Weeks e al successivo His Band And The Street Choir sarà automatico per ogni cultore del rock.
In realtà, la presenza dell’ex frontman dei Them incombe pure su buona parte di “Primrose Green”, assieme a quelle di altri che, partendo dalla tradizione, hanno provato – riuscendoci – a spingersi là dove nessun folksinger era mai giunto prima: ad esempio Tim Buckley, con il quale si riscontrano precise affinità vocali, o (meno) Nick Drake, John Martyn, o ancora certi maestri di chitarra della scuola della Takoma Records come John Fahey e Leo Kottke. Ci si perde, in queste dieci canzoni evocative e visionarie che dalla terra spiccano il volo verso spazi siderali, impregnate di suggestioni jazzy, fragranze psych e inclinazioni filo-sperimentali figlie non solo del talento del titolare – straordinario alla sei corde acustica – ma anche dell’indole degli ottimi musicisti coinvolti, in primis il violoncellista Fred Lonberg-Holm. Ci si perde senza voler fare ritorno, dato che nonostante la folle quantità di dischi dalla quale ogni giorno siamo investiti capita di rado di imbattersi in uno tanto genuino, ispirato e palesemente in sintonia con un’idea di musica che è autentica espressione dell’anima e che non intende essere limitata da qualsivoglia catena. Si suona ciò che si vuole (deve?) suonare senza alcun tipo di calcolo, e va benissimo se il risultato sembra uscito da una capsula del tempo sepolta in un momento imprecisato dei tardi Sixties: in un mondo consacrato al riciclaggio di tutto, scegliere modelli altissimi è già un elemento non da poco, ma reggere il confronto con essi tanto sul piano dello spessore artistico, quanto sotto il profilo della credibilità e del carisma, è impresa titanica. Ryley Walker l’ha fatto mettendo in fila dieci gemme fra le quali è arduo scegliere la più preziosa: non ci si provi affatto, allora, e si ritorni a immergersi nelle acque rigeneranti di Primrose Green, nella sua magnetica intensità, nelle sue sfavillanti malinconie.
Tratto da AudioReview n.366 dell’agosto 2015

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Categorie: recensioni | Tag: , , | 2 commenti

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2 pensieri su “Ryley Walker

  1. Ugo Malachin

    mai sentito, ascoltato oggi per la prima volta, bello, di primo acchito mi ha ricordato David Crosby ed il giro P.E.R.R.O., devo gustarmelo più attentamente.
    ps: quali sono gli altri tuoi 2 top 2015?
    ciao ugo

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