Motorpsycho

Dei Motorpsycho ho scritto parecchie volte, specie all’inizio della loro carriera. In seguito mi è capitato più di rado, ma non per sopraggiunta stanchezza o disaffezione nei confronti della band norvegese; la verità è che occuparsi spesso degli stessi artisti, specie quando sono artisti di un certo tipo, un po’ “affatica”, perché c’è il rischio di dire sempre le stesse cose o, al contrario, di eccedere nel dire cose da iniziati proprio per non cadere nel già detto più volte. Ciò precisato, recupero con piacere questa recensione del 1997, relativa a un disco molto bello. Per quelle più vecchie, si vedrà: le ho solo su carta, e al momento ho scadenze che mi impediscono di fare scansioni, conversioni e verifica delle conversioni.

Motorpsycho copAngels And Daemons At Play
(Stickman)
I Motorpsycho sono una band affascinante, non c’è dubbio. Non solo per l’insolita provenienza geografica (Trondheim, Norvegia) o per quella prolificità che li ha “costretti” a produrre sette album (di durata spesso fuori dal comune) e svariati singoli ed EP in un lasso di tempo di appena sei anni, ma anche e soprattutto per un temperamento artistico che è poco definire singolare. Da quel Lobotomizer che nel 1991 ne rivelò l’esistenza al mondo fino ad oggi, l’ensemble scandinavo ha infatti messo in luce una rara capacità di sovvertire ogni regola artistica e discografica, sviluppando un discorso di contaminazione a 360 gradi che non trova paragoni nel pur affollatissimo ambito della scena internazionale; e la loro amalgama stralunata e freak-edelica di hard-rock, country, blues, psichedelia, sperimentazione, progressive e accenni pop, elaborata secondo direttive sonore nel complesso ruvide e urticanti, vanta caratteristiche di fantasia e imprevedibilità – unite, però, ad un evidente rigore concettuale – che invece di scadere in formule compositive confuse e fin troppo “free” si traducono in canzoni vere e proprie (seppure, va ribadito, non canoniche).
Alla regola non fa eccezione quest’ultimo Angels And Daemons At Play (del quale si consiglia l’edizione in vinile, valorizzata da tre bonus track), ennesimo personalissimo monumento a una creatività libera e incontaminata: undici episodi ricchi di chiaroscuri e per molti versi inquietanti, costruiti su estrosi intrecci di chitarre elettriche e acustiche, ritmi, tastiere “spaziali” e voci, che ascolto dopo ascolto rivelano sempre nuovi dettagli; e che, senza mai risultare tediosi (a patto che l’attitudine con cui ci si accosta ad essi sia indirizzata a “vivere” il suono invece che a subirlo in modo superficiale), si riallacciano idealmente alle migliori tradizioni di certa musica totale degli anni ‘70. Gran gruppo, i Motorpsycho, di cui non è facile innamorarsi ma nei confronti del quale non è possibile non provare almeno profonda ammirazione.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.255 del 29 aprile 1997

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Categorie: recensioni | Tag: , , , | 3 commenti

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3 pensieri su “Motorpsycho

  1. Sonica

    Grandissimi! Ogni loro lavoro rasenta la perfezione, una cosa che sa di sovrumano. Timothy’s monster, Demon Box, It’ a love cult solo per citarne alcuni. Davvero pazzeschi

  2. donald

    il loro migliore rimane per me il successivo Trust us, ma anche dopo hanno fatto buoni/ottimi dischi, anche se molti fan dei loro anni 90 storcono il naso

    • “Trust Us”? Nulla da dire. Ma anche “Blissard”, “Timothy’s Monster”, “Demon Box”… quello è il loro periodo che preferisco, ma anche la loro svolta psych/pop mi piace assai. Sono i Flaming Lips europei, per molti versi.

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