X

Nell’ultimo paio d’anni, in sede di scelta del materiale da recuperare qui ne “L’ultima Thule”, questa recensione degli X mi è capitata sotto gli occhi parecchie volte, ma chissà perché ero convintissimo di averla proposta all’inizio della vita del blog e dunque, ovviamente, la scartavo. Un’analisi di ciò che avevo qui ripubblicato relarivamente al tema “punk californiano” ha invece rivelato che, no, in realtà il pezzo era ancora disponibile (si fa per dire) solo su carta, e dato che gli X – e in particolare quelli dei primi dischi – sono più o meno una delle mia band “della vita”… beh, non era il caso di procrastinare oltre le mie considerazioni su questi tre album fantastici; considerazioni con il senno di poi, ma non dissimili da quelle che scrissi fra il 1980 e il 1982.

X fotoX copLos Angeles
Wild Gift
Under The Big Black Sun
(Rhino)
Per la seconda volta, ad aprire lo spazio delle recensioni è un album (anzi, nel caso specifico un trittico di album) con parecchi anni sulle spalle. E questo non perché qui a Extra, come qualcuno potrebbe magari ritenere, sosteniamo a priori la supremazia dell’ieri sull’oggi, ma perché nel panorama pur policromo e attraente delle ultimissime uscite – del quale queste pagine offrono una visione parziale ma ben a fuoco su quanto è più meritevole di attenzione – non è stato possibile trovare nulla di bello, importante e prezioso come queste ristampe, che hanno per di più il non secondario vantaggio della commercializzazione in collana economica.
Formatisi in quel di Los Angeles, gli X sono rapidamente diventati uno dei gruppi di punta della straordinaria stagione del punk californiano dei tardi ‘70: merito non solo della spigolosa irruenza dei loro brani, peraltro assai efficaci sotto il profilo melodico, o di esibizioni che è addirittura ingeneroso definire trascinanti, ma anche della personalità di una formula costruita sulla poderosa e martellante sezione ritmica di John Doe e D.J. Bonebrake, sulla chitarra rock’n’roll di Billy Zoom e sul carisma canoro (e lirico: di rado testi “punk” sono stati così poetici) di Exene Cervenka e dello stesso Doe, dalla cui intesa – all’epoca sentimentale oltre che musicale – derivavano performance di assoluto valore tecnico e contagiosa passionalità. Senza nulla voler togliere ad alcuni dei lavori successivi, lo zenit della lunga parabola discografica della band è costituito da queste sue prime tre prove, partorite nel triennio 1980-1982 e tutte prodotte dal tastierista dei Doors Ray Manzarek (che quando ne ha avuto voglia è tornato a picchiare sui tasti, fungendo in pratica da membro esterno): sostanzialmente analoghi Los Angeles e Wild Gift, editi in origine dalla indipendente Slash e impeccabili nel documentare la lucida e ispirata aggressività sulla quale il quartetto ha costruito le sue fortune, e sempre eccellente Under The Big Black Sun, esordio per la major Elektra che dopo la doppia sfuriata iniziale mostrò uno stile più meditato e contraddistinto da inattese deviazioni verso il roots-rock.
L’articolo più pregiato del lotto è comunque Los Angeles, inserito non a caso tra i “nostri” venti album più significativi dei ‘70: nove canzoni mozzafiato, per lo più incredibilmente adrenaliniche (Sugarlight, Your Phone’s Off The Hook, la title track, Sex And Dying In High Society, la cover di Soul Kitchen dei Doors, Johny Hit And Run Pauline) ma a tratti aperte a soluzioni di più ampio respiro come nella marziale Nausea, nell’ombrosa e ipnotica The Unheard Music e in quella The World’s A Mess It’s In My Kiss nella quale sono in parecchi a vedere una specie di Light My Fire della blank generation. Attrattive in quantità industriale sono però presenti anche in Wild Gift, che al consueto repertorio di assalti punk (We’re Desperate, I’m Coming Over, It’s Who You Know, Beyond And Back, Back 2 The Base…) allinea episodi dalle strutture inconsuete (uno su tutti, Adult Books) e momenti più articolati, riflessivi e solenni seppur non privi di asprezze (Universal Corner, White Girl), e in Under The Big Black Sun, dove l’ensemble – con Manzarek impiegato solo in cabina di regia – rimane fedele alla sua natura rock’n’roll ma mitiga sensibilmente i suoi istinti più feroci, non lesinando in energia (The Hungry Wolf, Because I Do, Real Child Of Hell e How I non avrebbero sfigurato in Los Angeles) ma concedendosi più d’una pausa (Riding With Mary e Dancing With Tears In My Eyes, dai marcati accenti country, ma in misura minore anche The Have Nots o Blue Spark).
Di lì a poco, il definitivo distacco dall’underground e il deteriorarsi dei rapporti tra Exene e John, e ancor più tardi le dimissioni di Billy Zoom, porteranno gli X su strade non altrettanto soddisfacenti, anche se quasi mai irriguardose nei confronti di questo glorioso passato. Che lo si voglia o meno, sulla storia del rock hanno inciso e incidono tuttora queste tre pietre miliari, vivaci istantanee di una California molto diversa da quella dei Sixties ma non per questo meno intrigante: doveroso (ri)scoprirle in queste fiammanti edizioni rimasterizzate, arricchite per l’occasione di utili libretti con note, testi e fotografie e di una manciata di (peraltro non irresistibili) bonus track cadauna.
Tratto da Mucchio Extra n.4 dell’Inverno 2002

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Categorie: recensioni | Tag: | 4 commenti

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4 pensieri su “X

  1. Giampiero marcenaro

    band della vita, dischi della vita, ma sei un po’ ingeneroso con Under…in realtà quel disco è il tentativo, riuscito, di trasformare splendide sferzate punk in canzoni più definite e rivolte anche ad un pubblico più vasto, così si spiega il passaggio alla major, il tutto senza concedere nulla a derive che al tempo, avremmo chiamato, con orrore, commerciali. I brani qua hanno strutture più classiche, ma nessuna caduta, i testi restano ancora poesia urbana abrasiva e dolente, i protagonisti sono residui umani corrosi dalla città, certo non una “madre” rassicurante. Non credo che le cose siano andate come sperava la band ( e l’ etichetta), il successo planetario non è arrivato neanche con i dischi seguenti, sempre più orientati verso un rock classico americano che deve molto al country, la band non ha fatto il botto commerciale e si è sciolta fino alla recentissima reunion- sono in tour da un paio d’anni nei luoghi che li videro esordire con performances condivise con vecchi amici come i blasters –
    Resta il fatto che, a mio personalissimo e fallibilissimo parere, Under The big Black Sun è il miglior disco “di passaggio” di una band punk verso altro e proprio per le sue strutture più classiche, è quello che risente meno del passare degli anni.
    Forse preferisco l’ esordio, ma under è un gran disco, concepito diversamente, ma non inferiore.
    ciao

    • Ma mica l’ho maltrattato, “Under The Big Black Sun”! Per me “Los Angeles” è imbattibile, ok, ma “Under…” è appunto quello che dici tu: un (gran bel) disco di passaggio, comprensibilmente finalizzato – era il primo per la Elektra dopo i due per la Slash – ad ampliare il pubblico. Regge meglio perché è più classico e in qualche misura meditato, ma la “botta” che mi diede, a vent’anni, “Los Angeles”, fu qualcosa di straordinario.

  2. Massimo Parravicini

    Con quella perla conclusiva che è l’immensa The Have Nots

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