Procol Harum

na band che ho sempre ritenuto migliore, e non di poco, di com’era/è considerata dagli appassionati che prediligono il rock energico/aggressivo. Molto curiosamente, non mi era mai capitato di scriverne fino a circa tre mesi fa.
Procol Harum fotoAppena sei anni dopo le ristampe estese curate dalla Salvo dell’intera discografia storica (1967-1977) dei Procol Harum, i primi quattro titoli scompaiono dal catalogo della suddetta label e riappaiono in quello della Esoteric, ciascuno in due versioni: una singola con bonus track ridotte all’osso e una doppia – per il secondo lavoro, tripla – dove gli extra potrebbero sembrare addirittura pletorici. Più che scontato immaginare completisti, archivisti e fan schierati in opposte fazioni: da un lato gli indispettiti, che saranno “costretti” a riacquistare materiale che in massima parte già posseggono, e dall’altro quanti comunque godranno nell’impinguare la loro collezione con alternate take, mix diversi ed esecuzioni dal vivo catturate in studi radiofonici, vari dei quali finora ufficialmente inediti; per non dire dei nuovi libretti e del remastering dai nastri originali, con cui sono stati corretti i lievi errori di velocità presenti nei CD della Salvo. Unica bizzarria, la risibile differenza di prezzo fra “standard” e “deluxe”, ma è un film già visto e ormai nel mercato tutto è talmente assurdo da non stupire più.
Al di là del valore di alcune prove successive dei Settanta, il cuore della poetica del gruppo britannico capitanato dal pianista/cantante Gary Brooker, che aveva come altri punti di forza l’imponente organo di Matthew Fisher, la chitarra di Robin Trower e i testi evocativi di Keith Reid, è in questi quattro album usciti con il marchio Regal Zonophone fra il 1967 e il 1970; non solo a livello compositivo/interpretativo ma anche perché immortalano un ensemble nient’affatto statico e, anzi, attento alle evoluzioni musicali dell’epoca se non addirittura capace di precorrerle. Procol Harum, che nel 33 giri originale del 1967 non contiene le precedenti hit A Whiter Shade Of Pale (uno dei pochissimi singoli venduto in più di dieci milioni di copie) e Homburg, è un affascinante pastiche di tardo beat, pop barocco, psichedelia, vaudeville e R&B. Shine On Brightly non si distacca granché da tali schemi, ma anticipa in qualche modo il progressive negli oltre diciassette minuti della suite In Held ‘Twas In I (si segnala, tra le bonus, l’adattamento in italiano della title track, Il tuo diamante). A Salty Dog ammicca ancora al nascente prog ma offre una maggiore varietà stilistica (in un brano c’è persino un’orchestra), mentre Home, senza il dimissionario Fisher, riallaccia per lo più il legame con il sanguigno R&B che i membri della band frequentavano prima del 1967. Nell’insieme, un’esperienza atipica e influente per il rock del Regno Unito, che ha come fiore all’occhiello una buona decina di canzoni a dir poco magnifiche.
Tratto da Classic Rock n.32 del luglio 2015

 
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