Bruce Joyner

Ho voluto recuperare questo vecchio articolo essenzialmente per due ragioni. La prima è che mi andava di richiamare un minimo l’attenzione su un artista di culto che a mio avviso avrebbe meritato di più, nei confronti del quale è avaro persino YouTube. La seconda è che avevo bisogno di una sorta di esorcismo personale, dato che più lo rileggo e più lo trovo ingenuo, stravagante nell’impostazione e poco a fuoco nelle analisi delle caratteristiche musicali di dischi che – a scanso di equivoci – continuo a trovare affascinanti (per fare solo un esempio, come abbia potuto non nominare, almeno parlando degli Unknowns, il surf e i Cramps, rimane un beato mistero). Ripensandoci con il senno di poi, credo che avessi tentato di uscire dalla gabbia della classica monografia che andava per la maggiore all’epoca, valorizzando allo stesso tempo un elemento – i testi delle canzoni – cui per anni ho dedicato scarsa attenzione e che tuttora tendo spesso a porre in secondo piano rispetto alla musica. Fra ascoltare Bruce Joyner e leggere queste mie elucubrazioni di oltre ventotto anni fa, sarei più contento – e lo sareste anche voi, credetemi – se sceglieste la prima opzione.

Joyner fotoCredo nella pioggia /posso vederla cadere dal cielo
Credo nel dolore / posso vederlo nei tuoi occhi
Credo nella libertà / tutti dovrebbero essere liberi
E credo nel diavolo, è dentro tutti / compresi tu e io
(da I Believe)
Un uomo semplice, non ci sono dubbi. Uno dei tanti figli della Grande Provincia americana che ha lasciato il suo paesino, incapace di apprezzarne e valorizzarne il talento artistico, per cercare fortuna nella Città degli Angeli. Fortuna, in verità, non ne ha trovata molta, né con gli Unknowns (che tali erano e tali sono rimasti) e né accompagnato dai Plantations, tanto che oggi i suoi lavori sono pubblicati solo dalla francese Closer. Bruce Joyner è un personaggio schivo, enigmatico; su di lui non vengono quasi scritti articoli, il suo volto appare raramente sulle riviste specializzate, le sue canzoni non conoscono l’onore della radiodiffusione. Eppure, Joyner compone brani stupendi e li interpreta in modo personalissimo, suona a livello professionale (cioè realizzando dischi) da circa un decennio e al suo ultimo mini-LP hanno festosamente partecipato, seppure con interventi di contorno, musicisti noti e stimati quali Steve Wynn dei Dream Syndicate, John Doe degli X, Ray Manzarek dei Doors, Sky Saxon dei Seeds e persino il sommo Stan Ridgway. Bruce Joyner è un narratore di storie che vive con grande intensità emotiva: non è un caso che caso il suo secondo album da solista si intitoli Slave Of Emotion, come non è casuale che le sue liriche siano intrise di sentimenti profondi, non sempre positivi ma – comunque – veri, reali.
Cerca lentamente di richiamare l’attenzione / e salta attorno al fuoco / il selvaggio dentro di te sta cantando, sta gridando di desiderio / tua moglie ha sempre mal di testa, dice che la colpa è tua / così quando hai bisogno d’amore vai in giro per le strade / e salti nelle loro fiamme, perché a casa è freddo
Lei si lecca le labbra adagio / tu senti un piacere simile alla sofferenza / pensi a tua moglie che ti aspetta / e si chiederà dove tu sia andato / così quando rientrerai le dirai ‘sono stato a fare spese, ma non ho comprato nulla’ / perché a casa è freddo
Le dai i soldi e te ne vai via / sai che la vedrai di nuovo / il selvaggio che è in te si calma mentre il fuoco si va spegnendo / così quando arrivi a casa ti ricordi di nascondere il suo numero per essere gentile / finché continuerai a dare a tua moglie il tuo stipendio / non credo gliene importerà / ed è sempre così
(da Because It’s Cold At Home)
Una storia simile a tante altre. Una storia vera, nella quale si intrecciano mille stati d’animo: insoddisfazione, frustrazione, tenerezza, indifferenza, amore. Una storia ordinaria e proprio per questo sentita da chiunque abbia un cuore, dei valori, da chiunque sappia cosa significhi rassegnarsi a una relazione prosciugata della sua linfa vitale ma ormai troppo parassitaria di se stessa per essere troncata. La provincia, però, nasconde situazioni più tragiche, drammi in cui l’esplosione di altri sentimenti (passione, gelosia, delusione, rabbia) trasformano una realtà apparentemente tranquilla in un episodio da cronaca nera.
Era un operaio, lavorava duramente tutto il giorno / tornava a casa dalla sua graziosa mogliettina e le dava tutto lo stipendio / ma lei era infedele, era il tipo che inganna / così lui si sedette nel soggiorno / e queste parole scoppiarono nella sua mente / ci vuole una donna per far piangere un uomo.
Tornò presto dal lavoro, ed entrò in casa dal retro / il destino deve avergli indicato la direzione, quel giorno non entrò dalla porta anteriore / scoprì la sua mogliettina far l’amore nel loro grande letto d’ottone / e mentre premeva il grilletto del fucile / queste furono le parole che lui disse / ci vuole una donna per far piangere un uomo.
Lo trovarono a bere in un bar di terz’ordine / gli misero le manette ai polsi e lo portarono in macchina / quando si sedette nella stazione di polizia / durante la calma conversazione gli chiesero ‘sai che tua moglie è morta?’ / e queste furono le parole che lui disse / ci vuole una donna per far piangere un uomo.
Sedeva nella sua cella della morte / mangiando il suo ultimo pasto / venne il prete, si sedette e fece un discorso / fece un lungo sermone e quando stette per andarsene / agitò la Bibbia in faccia al prigioniero / e gli chiese se avesse altro da dire / il prigioniero disse / ci vuole una donna per far piangere un uomo / la vita, qualche volta, finisce in quel modo
(da It Takes A Woman To Make A Man Cry)
Nel mondo di Bruce Joyner, però, non vivono solo uomini e donne legati assieme da vincoli più o meno stretti di abitudine, di dipendenza, di amore o di morte: la natia Georgia ha inculcato in questo suo rampollo una sviscerata devozione per la natura, qualcosa di contemplativo e mistico nel quale convivono una dolce malinconia e un senso di rabbiosa impotenza.
Là, all’interno della Georgia / c’è un posto che pochi conoscono / i serpenti cantano le loro nenie di morte / e vi crescono fiori avvelenati / Tutto intorno scorre acqua verde / torbida e verde di melma / gli animali camminano sicuri fra i dolci pini della Georgia / natura divina, natura vergine / resterà così, o l’umanità sarà ancora cieca?
Gli uomini alimentano i fuochi sotto i loro alambicchi / hanno tutto ciò che vogliono, e lo avranno sempre / gli stabilimenti chimici scaricano i loro veleni / proprio nella terra di Georgia, la terra dell’argilla rossa / i distillatori preparano ancora antichi veleni, lì / e lì gli stranieri fabbricano veleni moderni.
In un luogo chiamato Snake Nation / c’è un posto che i gangster conoscono / seppelliscono i loro morti tra gli alberi di pino / nel pallido chiarore della luna / tutto intorno scorre acqua verde di melma / i contrabbandíeri di alcool sono al sicuro nascosti fra i dolci pini della Georgia / ora i criminali scaricano lì le loro vittime / e i contrabbandieri sono nascosti nelle loro tane in Georgia”.
(da Wastelands)
Strani accostamenti, quelli di Wastelands: pini e contrabbandieri, serpenti e gangster, fabbriche inquinanti e morti ammazzati, tutti assieme in un affresco dove una serie di argomenti crudi sono espressi con una poetica affascinante, con un lirismo diretto e mai banale. Allo stesso modo, non è banale il ricordo ambiguo (deplorazione? Si, ma anche rimpianto) della propria infanzia, dominata dal miraggio della fuga che accomunava tutti i giovani del luogo regalandogli la speranza (o, meglio, l’illusione) di una vita migliore, di un altro orizzonte, di “un’altra parte”.
Dove sono cresciuto, la mia cittadina era spezzata in due dalle rotaie della ferrovia / i giovani crescevano da entrambe le parti, se ne andavano / e non si preoccupavano di guardarsi indietro / quelli che sono rimasti vivono e muoiono ancora in quella piccola città / alcuni della mia parte sono diventati agricoltorii e hanno coltivato la terra / Dove accadeva? Dall’altra parte delle rotaie
Dove sono cresciuto regnavano cotone e noccioline / Ogni primavera i contadinelli venivano lasciati fuori dalle scuole dove andavo / i miei amici e io siamo cresciuti dall’altra parte delle rotaie / abbiamo lavorato assieme e siamo cresciuti, sì, è proprio cosi / mangiavamo passato di piselli e bevevamo tè ghiacciato / pensavamo di essere tutti americani nella terra del coraggio e della libertà / andavamo in chiese diverse ma cantavamo le stesse dannate canzoni / crescemmo e lasciammo la città, non siamo rimasti a sbatterci troppo a lungo
Nella mia cittadina c’era un teatro dove proiettavano i film / i miei amici sedevano nella balconata, io di sotto / poi un giorno lo zio Sam disse che tutti gli abitanti si dovevano riunire / poi una notte accadde un incidente e qualcuno bruciò quel teatro”.
(da On The Other Side Of Tracks)
Per presentare Bruce Joyner non c’era nulla di meglio che proporre alcuni dei suoi testi, spaccati di vita e di sentimento intensi e commoventi almeno quanto le musiche che li accompagnano. Sicuramente Joyner resterà un illustre sconosciuto, un cantore per pochi intimi, un menestrello degli anni Ottanta impegnato a seguire un sogno. O più sogni. O magari nessun sogno. Semplicemente, un uomo che forse ha trovato la ricetta giusta per curare il mal di vivere; o, almeno, per non soffrirne troppo.

I dischi
The Stroke Band: Green And Yellow (Abacus 1978, LP). È il tipico lavoro di debutto, acerbo sotto il profilo espressivo ma ricco di eccellenti intuizioni sonore. Joyner firma tre brani, partecipa alla stesura di altri cinque e ne canta otto su dieci; in più, suona chitarra, synth, percussioni e basso in alcuni pezzi . I suoi compagni sono Max Sikes (batteria), Don Fleming (chitarra, basso, synth) e Rusty Jones (chitarra, basso), il sound è una stravagante miscela di pop, psichedelia sui generis e rock da cantina, caratterizzata dalla voce atipica del leader e dalla forza evocativa di certe atmosfere.
The Unknowns: Dream Sequence (Bomp 1981, mini-LP). Nascono gli Unknowns, con Bruce Joyner (voce, tastiere), Mark Neill (chitarra), Dave Doyle (basso) e Steve Bidrowski (batteria). Dream Sequence contiene sei pezzi composti dal duo Joyner/Neill, che dimostrano come Bruce abbia notevolmente affinato la sua tecnica canora. Combattuto fra citazioni Sixties e vocazione per le soluzioni imprevedibili, innamorato delle chitarre Mosrite al punto di specificarlo nelle note di copertina (“The Unknowns play only Mosrite guitars”, vi si legge), il gruppo ottiene meritati consensi grazie alla sua particolarissima miscela di sonorità, delle quali la title track è certo il manifesto più eloquente.
The Unknowns: The Unknowns (Invasion 1982, LP). Il primo LP della band (inciso con la stessa line-up del precedente mini) vede la luce dopo la prematura separazione di Joyner e soci. Il rock dell’ensemble è sempre singolare, stimolante e indefinibile dal punto di vista strutturale. Originalissimo nelle trame strumentali e vocali ma probabilmente troppo “strano” per i gusti del1’appassionato medio, The Unknowns diverrà preda ambita di collezionisti e appassionati, che ne faranno un prezioso oggetto di culto. Ipnotico, vagamente allucinato e profondamente affascinante, 1’album è uno splendido esempio di matrimonio fra grezza energia, inclinazioni melodiche e genialità di contenuti, ed episodi come The Streets, Riptide o City Of The Angels non si fanno dimenticare facilmente.
Bruce Joyner & The Plantations: Way Down South (Invasion 1983, LP). Reclutati nuovi accompagnatori (Dave Greene, chitarra; Jim Itkin, batteria; Bob Watts, tastiere; Tom Woods, basso), Joyner inaugura la sua carriera solistica con un 33 giri eccellente, più accessibi1e dei suoi predecessori ma non per questo privo di spunti anomali e di trovate d’effetto. Apparentemente scarne, le canzoni presentano una notevole diversità di tematiche sonore, offrendo un efficace saggio dell”eclettismo di Bruce. Way Down South è un piccolo, misconosciuto gioiello di armoniosa e ammaliante anticonvenzionalità: se volete cominciare a conoscere Joyner, procuratevi questo LP.
Bruce Joyner & The Plantations: Slave Of Emotion (Closer 1984, LP). Pur non soffocando la sua verve di bizzarro alchimista di suoni, Joyner si è fatto più tradizionale nel modo di scrivere canzoni. Slave Of Emotion, molto maturo per quel che riguarda le esecuzioni e gli arrangiamenti, vede Glenn Heald alla batteria e certifica l’avvenuta defezione di Bob Watts; un lavoro un po’ discontinuo, con alternarsi di pezzi del tutto convincenti e brani debolucci. Da esso viene tratto il singolo Home Is Where The Heart Is (Bleeding) con retro inedito su 33 giri.
Bruce Joyner & The Plantations: Swimming With Friends (Closer 1986, mini-LP). Non la pietra miliare che ci si poteva attendere leggendo l’elenco degli ospiti, ma un disco riuscito in cui spiccano un paio di gemme sfavillanti (Burning Mansions, Voodoo Love). La produzione è un po” discutibile e il suono non rende pienamente giustizia a una musica dalle enormi potenzialità espressive. Swimming With Friends convince ma non esalta, sottolineando le capacità di un grande artista ma ribadendo anche la difficoltà incontrate (ma non potrebbe essere, magari, una questione di volontà?) a concretizzare le sue invenzioni in brani del tutto compiuti; forse, se trovasse qualcuno disposto a investire del denaro su di lui, il suo talento potrebbe essere compreso ed apprezzato da un maggior numero di persone.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.109 del febbraio 1987

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Categorie: articoli | Tag: , | 1 commento

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Un pensiero su “Bruce Joyner

  1. Ugo Malachin

    Proprio vero che quasi nessuno si ricorda di questo magnifico artista, persino i bloggers che amano gli ottanta non se lo filano per nulla, invece l’album degli Unknowns (che purtroppo non ho in vinile ma ho solo la compilation Bruce Joyner & The Unknowns del 1994) e, soprattutto, Way Down South con i Plantations sono 2 capolavori, e poi pochi ma ottimi album con varie formazioni.
    Metto in preventivo l’acquisto di Bruce Joyner And Atomic Clock – The Devil Is Beating His Wife dell’anno scorso. 🙂
    Grazie dell’omaggio a Bruce,
    ugo

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