Viridanse

A trent’anni dal loro unico album Mediterranea e a tre dal doppio CD antologico con inediti Gallipoli 1915 e le altre storie, i Viridanse sono in procinto di pubblicare un nuovo disco. Una buona occasione per recuperare una retrospettiva scritta nella seconda metà dei Novanta, quando la band di Alessandria era pressoché dimenticata e nulla avrebbe potuto far pensare che un giorno sarebbe ritornata.
Viridanse fotoUn’altra storia dell’alba del cosiddetto nuovo rock italiano, involontariamente rimossa o mai conosciuta dalla maggior parte degli appassionati di oggi, emerge dal nostro archivio dei ricordi. Una storia non particolarmente lunga né gloriosa, ammesso – e, almeno da noi, non concesso – che la “gloria” sia legata a riscontri più commerciali che non artistici. La vicenda in questione, comunque, affonda le sue radici praticamente nella preistoria: addirittura al 1982, quando l’allora neonata Electric Eye, sotto l’ala protettiva del mensile “Rockerilla”, immise sul mercato una raccolta a 33 giri destinata nel suo piccolo a fare scalpore, Gathered. Tra i dodici gruppi coinvolti nel progetto, quasi tutti (sole eccezioni, Not Moving, Death SS e Pankow) destinati a rapida scomparsa, figuravano i Blaue Reiter di Alessandria, che con la loro A Correct Adulation Of Himself si rivelavano acerbi ma convinti interpreti di un post-punk in inglese dalle cadenze ipnotiche e dal respiro pop; troppo poco per emergere o durare in una Penisola dove le etichette indipendenti si contavano sulle dita di una mano e dove il pubblico interessato era latitante, ma abbastanza perché uno dei componenti del duo – il chitarrista e bassista Flavio Gemma – avvertisse lo stimolo di tentare di fare qualcosa di più serio.
Questo qualcosa, ovviamente, poteva essere solo un altro ensemble, che l’intraprendente Gemma allestì alla fine del 1983 assieme al chitarrista/cantante Paolo Boveri (che aveva fatto parte, come terzo membro, dell’ultimo organico dei Blaue Reiter), al chitarrista Enrico Ferraris e al batterista Roberto Modellato: il nome prescelto fu Viridanse, di derivazione latina, e il genere al quale il quartetto si dedicò – documentandolo subito con un buon demo-tape, Gallipoli 1915 – fu un ibrido tra quella new wave anglosassone un po’ ombrosa e un po’ romantica che allora andava per la maggiore e un feeling italiano (meglio ancora, mediterraneo) sottolineato dalla decisione per l’epoca abbastanza malvista di adottare testi nella nostra lingua. In quei giorni la Contempo, celebre label di Firenze oggi purtroppo scomparsa, era alla caccia di una formazione di “nuova musica italiana cantata in italiano” con cui far concorrenza a quell’I.R.A. che, con notevole acume, le aveva strappato i suoi due cavalli di razza, Diaframma e Litfiba; i Viridanse, che possedevano l’aria sofferta ed intellettuale dei primi e la propensione al rock epico dei secondi, sembrarono essere i più idonei al ruolo, e nell’arco di pochi mesi la band piemontese – ora con un nuovo batterista, Antonello De Bellis – si ritrovò nello Studio Emme di Calenzano per incidere il suo debutto discografico.
Edito sul finire del 1984 e fortemente influenzato dai primi Diaframma, il 12”EP Benvenuto Cellini fu un esordio abbastanza promettente, pur con i limiti di una formula nel complesso un po’ statica sia nelle strutture che dal punto di vista vocale; benché ripetitivi e ammantati di atmosfere cupe, i quattro episodi – tra i quali Justine è forse il più intenso e suggestivo – riuscirono comunque a creare un certo interesse attorno al gruppo, le cui attitudini “estetiche” erano rimarcate dalla bellissima copertina realizzata da Lapo Belmestieri (uno dei grafici più geniali del periodo). Allo stesso Belmestieri fu quindi affidata anche la confezione (non meno d’effetto) del prodotto successivo, un album significativamente intitolato Mediterranea e pubblicato a circa un anno di distanza dall’EP. Un netto passo in avanti sia tecnico che artistico, come provato da dieci brani dove le vecchie ispirazioni sono interpretate in una chiave assai più policroma, solare e stimolante, i cui meriti vanno divisi tra la crescita canora di un Paolo Boveri maggiormente eclettico, la generale ricerca di schemi più ariosi e melodici e l’efficace lavoro di studio dell’attento Marziano Fontana. Pur con qualche palese riferimento ai Litfiba di Desaparecido, Mediterranea ostentò personalità e carisma, al punto di indurre la direzione del Mucchio a sostenerlo promozionalmente anche apponendo sul retro-copertina- come già era stato fatto per lo stesso Desaparecido – il marchio “Supported by Il Mucchio Selvaggio”. La buona accoglienza della stampa e l’innegabile verve di tracce quali Desiderio di me, Corinna, Déjà vu, la title track e soprattutto l’orientaleggiante Sheherazade – tutte accattivanti sotto il profilo delle armonie ma accese di feeling ed elettricità – non bastarono però a ottenere riscontri di pubblico adeguati alle legittime attese, e allo scopo non servirono neanche la partecipazione al “Sanremo Rock” del 1987 e la presenza di Mediterranea nella relativa compilation assemblata dalla Mercury; di lì a poco, gli sfiduciati Viridanse scomparvero prematuramente dalle scene (il solo Flavio Gemma si rivide, in seguito, nei Peggio e nei Codex), e nessuno può sapere cosa sarebbe accaduto, nel bene o nel male, se non avessero deciso di gettare così presto la spugna. Sia Benvenuto Cellini che Mediterranea, come la massima parte dei dischi di new wave autoctona della metà degli anni ‘80, appaiono oggi un po’ esili e superati, ma certo tutt’altro che disprezzabili: ricordatevene, magari anche solo per avere un quadro più ampio e preciso dello stile allora imperante, se doveste vederli a impolversarsi sugli espositori di qualche negozio di vinile usato.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.326 del 3 novembre 1998

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