Algiers

Capita ormai davvero di rado che un disco mi sorprenda, non per la bellezza ma per lo stile musicale. Insomma, per me non è frequente ascoltare qualcosa e pensare, pur identificandone componenti e magari riferimenti, “un suono così non l’ho mai sentito”. Mi è accaduto con gli Algiers, che nel numero di giugno di Blow Up ho anche intervistato.

Algiers copAlgiers (Matador)
Si chiamano Algiers, ma non sono il duo indie britannico che l’anno scorso ha esordito con “You’re The Captain”. Loro sono in tre, sono originari di Atlanta – ma adesso si dividono fra New York e Londra – e hanno elaborato una formula sonora di notevolissimo impatto, della quale quest’omonimo primo album è puntuale e brillante testimonianza. Di cosa si tratta? Di un intrigante, fascinoso ibrido fra – semplificando – gospel e (post-)post-punk, avvolto in atmosfere non proprio luminose che talvolta divengono persino spettrali e corredato di testi che spaziano fra religione e politica, non privi di critiche nei confronti di alcune aberrazioni della nostra cosiddetta civiltà. Nella tavolozza della band, il colore dominante è il canto soulful di Franklin James Fischer, che divide gli oneri chitarristici con Lee Tesche, mentre il basso è nelle mani di Ryan Mahan; manca la batteria, ma al particolarissimo groove provvedono sempre i tre con il battere di mani e piedi, con i cori e con elettroniche comunque mai invadenti.
Non si pensi, però, a qualcosa di astruso e/o poco godibile: benché per molti aspetti inusuali, i brani degli Algiers non lamentano carenze di melodie e passione; hanno senza dubbio fondamenta intellettualistiche, ma vantano anche saldi legami con quella spiritualità che della gente del sud degli States è spesso inseparabile compagna. Da tale (apparente) dicotomia scaturiscono così risultati formidabili: pezzi come Remains, Blood, Irony Utility Pretext, But She Was Not Flying o In Parallax, senza dimenticare il più torbido And When You Fall, il più funkeggiante Black Eunuch o il più soffice ed etereo Games, attraggono inesorabilmente nelle loro spire ipnotiche, evocando suggestioni intense e rivelandosi ottima medicina per – si perdoni il ricorso al luogo comune – animo, mente e corpo. Musica al contempo tesa e rassicurante, caleidoscopica a dispetto delle tinte per lo più livide, che viaggia su un binario parallelo a quello dei primi, eccezionali TV On The Radio ma che arriva e conduce in altri non meno stupefacenti mondi. Provare per credere.
Tratto da Blow Up n.205 del giugno 2015

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Categorie: recensioni | Tag: , | 3 commenti

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3 pensieri su “Algiers

  1. karenina

    Mi hai incuriosito, vado a sentire, grazie.

  2. DaDa

    Gli Algiers sono molto meglio, secondo me, dei primi TV On The Radio, perchè sono più a fuoco nei suoni e perchè hanno un cantante stupefacente.

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