Tyrannosaurus Rex

Qualche mese fa sono arrivate nei negozi le ennesime ristampe di tre dei quattro dischi (il mancante c’era già giunto poco prima) del Marc Bolan che si muoveva nel settore freak folk. Meno noto di quello glam, d’accordo, ma non necessariamente “minore”.
Tyrannosaurus RexDopo la breve vicenda psycho-beat come chitarrista dei John‘s Children, e prima di diventare una delle stelle più luminose del glam alla guida dei T.Rex, Marc Bolan era attivo con il progetto Tyrannosaurus Rex: una curiosa storia a due avviata con il percussionista Steven Peregrin Took e durata tre anni, più o meno da metà 1967 a metà 1970. Ben quattro, comunque, gli album prodotti da Tony Visconti e pubblicati dalla Royal Zonophone, l‘ultimo dei quali con Mickey Finn subentrato a Took: dischi stralunati e nient‘affatto commerciali, sospesi fra un folk decisamente freak – anche nei testi, parecchio surreali – e una psichedelia priva di rapporti con il rock, fatti di filastrocche acustiche più o meno “deviate”. Tre-quattro decenni più tardi, questi lavori costituiranno una fondamentale influenza per molto indie-rock “di culto”.
A dieci anni (abbondanti) dalle precedenti riedizioni, già parecchio estese rispetto agli originali, la Universal ha adesso rimesso sul mercato – come aveva fatto un annetto fa con il quarto titolo, A Beard Of Stars del 1970 – i primi tre album della band britannica in edizioni mono rimasterizzate, vinili doppi e “deluxe edition” naturalmente di due CD. Molto ricco il corredo di bonus track, con predominio di alternate take ma anche con qualche chicca; in My People Were Fair And Had Sky In Their Hair… But Now They’re Content To Wear Stars On Their Brows (1968) spiccano le dodici incisioni alla BBC e quattro brani registrati con la produzione di Joe Boyd, in Prophets, Seers And Sages: Angels Of The Ages (ancora 1968) altre dieci session della BBC e in Unicorn (1969) ulteriori cinque pezzi recuperati negli archivi della radio nazionale inglese più un brano dal vivo al Lyceum di Londra. Materiale certo interessante per fan e storici di Bolan ma in generale pletorico, perché sempre più di frequente, per impinguare le scalette in modo da invogliare gli appassionati a eventuali secondi (e terzi, e quarti…) riacquisti, i discografici sono costretti a raschiare il fondo del barile se non addirittura a scavare sotto di esso. Impreziosite anche da nuove note a cura dell‘esperto Mark Paytress del “Guardian”, le ristampe in oggetto dovrebbero però essere “definitive” e pertanto, specie non possedendo nulla dei Tyrannosaurus Rex, si può procedere verso la cassa senza timore di futuri rimpianti; magari iniziando da quell‘Unicorn che, alla pari con A Beard Of Stars, è reputato l‘articolo più pregiato e significativo del lotto.
Tratto da Classic Rock n.29 dell’aprile 2015

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Categorie: recensioni | Tag: , | 3 commenti

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3 pensieri su “Tyrannosaurus Rex

  1. Gli archivi di Marc sono stati spudoratamente saccheggiati dopo la sua morte. Il che, da un lato è stato un bene perchè in effetti vi si è trovata qualche gemma nascosta, ma io credo che almeno l’80% del materiale avrebbe dovuto rimanere inedito. E questo per rispetto ad un musicista che, almeno nel periodo 68-72 scelse con cura quali brani pubblicare e quali no.
    Da fan di antica data dei T.Rex possiedo quasi tutti i loro “cofanetti speciali”, ma devo dire la verità: se proprio voglio ritrovare la loro magia, mi ascolto le tracklist e/o i singoli originali.
    Delle versioni di “Catblack” o di “Debora” suonate in salotto, ne faccio volentieri a meno. Carine, certo, ma personalmente le trovo davvero prescindibili.

    • La mia teoria su qualsiasi cofanetto o deluxe è semplicissima: con non troppe eccezioni (insomma, non parlo solo di Bolan, ma di più o meno chiunque), se qualcosa all’epoca è stata scartata, una ragione ci sarò stata. Però queste operazioni, per quanto concettualmente discutibili, hanno spesso il merito di rivelare qualcosa di curioso (io, per esempio, sono affascinato dalle versioni “demo” di brani famosi), e soprattutto di richiamare ciclicamente l’attenzione sugli artisti che le incisero. Poi, certo, “doversi” ricomprare dieci volte i dischi fa un po’ girare le palle. 😀

  2. toyzonzo

    Unicorn fu il mio primo ascolto, preso da mio padre fra i dischi che da Consorti non potevi assaggiare ma costavano meno degli altri… Le edizioni d’una decina d’anni fa le caricai sull’ipod una cinquina d’anni fa depurandole per tornare alle origini. I nuovi giovani, acquirenti di cose del genere per tornare alle origini, se le caricheranno depurandole per fare spazio ad altre cariche… anzi no, se le caricheranno e basta, e quando le ascolteranno saranno disturbati dalla sensazione che le origini siano prolisse e pesantemente ripetitive ed ossessive, proprio come certi loro anziani parenti o professori o vicini di casa, e giustificheranno l’estinzione di simili cose delle origini, e considerando il loro viaggio sonoro fra le origini un affascinante viaggio nel tempo, cominceranno però a provare la sensazione home sweet home tipo E.T. e Barilla , e vorranno scendere, magari per infilarsi in qualche robba moderna che certi loro anziani parenti etc considerano come un bastone nel culo, nodoso anzi nocchiuto come un corno, appunto, d’un classico unicorno.
    [img] http://www.bedetheque.com/media/Couvertures/BlakeMortimerPiege.jpg [/img]

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