Faith No More

Di solito, i frutti delle reunion di gruppi particolarmente significativi sono come i latticini scaduti: fanno cacare a spruzzo. Ogni tanto, però, la regola è fortunatamente confermata da qualche eccezione.

FNM_frontSol Invictus (Reclamation)
Guardando in faccia la realtà, senza filtrarla attraverso le lenti deformanti della nostalgia e dell’affetto, è difficile negare l’evidenza: le reunion, specie se fuori tempo massimo e messe in atto da band determinanti per la storia del rock, di rado producono frutti discografici in grado di reggere il confronto con le prove del glorioso passato. Dal nuovo lavoro in studio degli influentissimi Faith No More, diciott’anni dopo il precedente, era dunque lecito attendersi poco; ancor meno considerando che il precedente è Album Of The Year, il meno riuscito dei quattro confezionati dal quintetto di San Francisco dopo l’ingresso in squadra di Mike Patton. Certo, a favore dei Californiani pesano gli oltre cinque anni di pur frammentaria attività live successiva al ritorno sulle scene, indicativi di un piacere genuino di essersi ritrovati; di contro, il cinismo impone i piedi di piombo, ma la lettura di alcuni titoli – dalla title track a From The Dead, da Rise Of The Fall a Black Friday, dalla Motherfucker alla Superhero scelte rispettivamente come prima e seconda anticipazione – è in qualche modo incoraggiante. Anche se quello di oggi è un altro mondo, un mondo dove il rivoluzionario crossover ideato dal gruppo già negli anni ’80, dopo aver subito più tentativi di imitazione de “La Settimana Enigmistica” e dopo essere stato l‘ABC di intere generazioni di nu-metallari, è ormai un dato acquisito. Un monumento, come il Colosseo per un romano, che rimane una meraviglia ma che non può stupire ogni volta che gli si capita davanti.
Inciso dall’organico di Album Of The Year e prodotto dagli stessi musicisti, Sol Invictus non segna svolte nel percorso creativo dei Faith No More. Non che i diciott‘anni trascorsi non si sentano affatto, visto che sul piano tecnico l‘impasto sonoro si rivela più moderno e che dalle mille esperienze nel frattempo accumulate dai (non più) ragazzi – in primis quelle dell‘eclettico, iperattivo frontman – sono derivate ulteriori sfumature, ma di sicuro il legame con gli ultimi anni ‘90 non si è allentato. Patton e compagni, insomma, non hanno neppure provato a battere altre strade, ma si sono limitati a seguire gli itinerari di sempre con perizia, classe e ispirazione nel songwriting. Consapevoli di essere capiscuola, e che nessuno avrebbe probabilmente preteso da loro chissà quali epifanie, hanno estratto dal cilindro dieci episodi che riattivano, con maggiore o (un po’) minore efficacia, la vigorosa, policroma, epica centrifuga di stili grazie alla quale i Nostri siedono nel pantheon del rock (non solo hard) di ogni epoca. Tutto bene, allora? Affermativo. E se poi ci si convincesse che il Terzo Millennio deve ancora arrivare, si fantasticasse sulle novità della Playstation 2, si gettassero smartphone e tablet e si cancellassero dalla memoria The Real Thing, Angel Dust, King For A Day… Fool For A Lifetime e Album Of The Year, si potrebbe persino gridare al capolavoro.
Tratto da Classic Rock n.30 del maggio 2015

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