Big Star

Benché possegga la loro discografia storica da trentacinque anni almeno, il mio amore incondizionato per i Big Star è una faccendo più recente, tipo inizio dei ’90. Intendiamoci, li ho sempre reputati una band eccellente, ma chissà perché non avevo mai compiuto il passo che separa l’apprezzamento dal sentimento profondo. Quando accadde, per ragioni che proprio non ricordo ma che di sicuro erano legate al lavoro, fu una vera epifania, che tuttora si rinnova ogni volta che la Grande Stella torna sul giradischi o nel lettore CD e/o – come in questo caso – nel lettore DVD.

ayout 1Nothing Can Hurt Me (Stax)
Chris Bell, uno dei due cantanti/chitarristi e songwriter, ci ha salutati nel 1978, appena ventisettenne; l‘altro, Alex Chilton, ha lasciato questa terra nel 2010, a cinquantanove anni, raggiunto a breve (alla stessa età) dal bassista Andy Hummel. Dei quattro Big Star originali, insomma, l‘unico in vita è il batterista Jody Stephens, anche il solo – assieme, ovviamente, a Chilton – a essere stato parte della band per la sua intera parabola, prima dal 1971 al 1974 e poi nella (frammentaria) reunion durata dal 1993 al 2010. Dati più che sufficienti per legittimare la fama di “sfortunato” che da sempre accompagna il quartetto, assieme a quella di leggenda di culto dovuta alla straordinaria bellezza di una produzione costituita da appena quattro album di studio: semplicemente epocali #1 Record del 1972 e Radio City del 1974 (già senza il dimissionario Bell), forse persino più riuscito il Third inciso nel 1975 da Chilton e Stephens ma pubblicato postumo, di pregio quell’In Space che nel 2005 tirò i fili del ritorno sulle scene. Una storia certo travagliata ma, come accennato in precedenza, di altissima qualità musicale, all’insegna di un pop-rock fortemente suggestivo/evocativo, nonché corredato di testi nient’affatto banali, nel quale reminiscenze beat e tentazioni hard si mescolavano alla psichedelia, al folk, ad accenni black – soul e R&B – impossibili da sfuggire se si è nati a Memphis, Tennessee, si registra agli studi Ardent e si è legati a un’etichetta come la Stax. E che dire, poi, della scrittura? Brani ispiratissimi come Thirteen, The Ballad Of El Goodo o September Gurls, per menzionarne solo alcuni, sono la quintessenza del pop-rock, purissimo distillato di magia che regge il confronto con i ben più osannati capolavori di Beatles, Kinks o Byrds.
Con il suo intreccio di splendore e sfiga, la vicenda dei Big Star è talmente affascinante che, nel 2012, Drew De Nicola e Olivia Mori l’hanno voluta raccontare in un notevole film di quasi due ore ricchissimo di interviste, documenti d‘epoca e ricostruzioni sul campo: Nothing Can Hurt Me, appunto, ora commercializzato separatamente come DVD o Blu-ray ma anche in questa confezione speciale con un CD contenente #1 Record e Radio City nell‘ottimo remastering del 2009 e un (sintetico) libretto impreziosito dalle note di un fan illustre quale l‘ex R.E.M. Mike Mills. Nessuna bonus track, ma non importa; per ulteriori, auspicabili approfondimenti, indirizzarsi su Third/Sisters Lovers (magari nella stampa Rykodisc del 1992) e su Keep An Eye On The Sky, favoloso cofanetto di quattro CD immesso sul mercato nel 2009 dalla Rhino/Warner.
Tratto da Classic Rock n.30 del maggio 2015

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