The Sonics

In un’annata che tra le ultime si sta dimostrando la più ricca di nuove uscite eccellenti, una delle sorprese più degne di nota è stata senza alcun dubbio il ritorno dei Sonics, un “discone”, che ho gioiosamente recensito per AudioReview, Blow Up e Classic Rock. Un buona occasione per ricordare quest’album un po’ dimenticato, che ai cultori del miglior garage punk dovrebbe senz’altro interessare.

Sonics copThis Is The Sonics (Revox)
Il giustamemente celebre Nuggets, doppio LP curato nel 1972 da Lenny Kaye con l’obiettivo di ricordare e sintetizzare nel miglior modo possibile i fermenti garage che nei mid-Sixties scossero gli Stati Uniti e non solo, ha una lacuna clamorosa: non contiene brani dei Sonics. All’oltraggio ha poi rimediato la versione in quattro CD confezionata nel 1998 dalla Rhino, nella quale figurano i tre superclassici Psycho, The Witch e Strychnine: il minimo per il devastante quintetto di Tacoma, Stato di Washington, che prima di andare incontro al declino e allo scioglimento, AD 1967, scrisse con Here Are The Sonics (1965) e Boom (1966) il testo sacro in due volumi del genere. Canzoni travolgenti – parte originali, parte cover – e un suono r’n’r/R&B selvaggio e urticante derivato dalla torrida fusione di basso, batteria, chitarra, sax e (soprattutto?) la favolosa accoppiata organo/voce di Gerry Roslie.
Sarebbe (stato) legittimo essere molto scettici sulla rentrée davvero fuori tempo massimo di questi “nonnetti”, tre dei quali – cambia solo la sezione ritmica – sono gli stessi dei capolavori di mezzo secolo (!) fa, a meno di non essere stati spettatori di un loro concerto o di non avere ascoltato l’EP 8 (metà in studio, metà live) che nel 2010 – a circa tre anni dalla reunion – aveva costituito una sorta di prova generale del vero ritorno su disco. Nessuno, però, avrebbe mai potuto immaginare un album come This Is The Sonics, che si direbbe opera di ventenni col pepe al culo e non di ultrasettantenni con tutte le ragioni per essere stanchi e disillusi. Prodotto dal più giovane vate Jim Diamond nei suoi Ghetto Recorders a Detroit, il disco – caratterizzato da un‘incisione mono “che scuote la terra” – offre un’irresistibile sequenza di dodici episodi aperta da una rilettura di I Don’t Need No Doctor di Ray Charles che prosegue con una Be A Woman scritta da Dave Faulkner degli Hoodoo Gurus e con l’autografa, bruciante Bad Betty, per chiudersi con la non meno rumorosa Spend The Night dopo aver regalato ulteriori brividi e calcioni in culo con pezzi come Living In Chaos – un eccitantissimo massacro – o riletture quali You Can’t Judge A Book By The Cover (Bo Diddley) o The Hard Way (Kinks, ma dei ‘70 e non dei ‘60). Trentatré minuti (in realtà meno otto secondi, ma non cavilliamo) a dir poco incendiari, che nella versione 33 giri si godono ancor meglio che in quella CD; a volume pazzesco, ovvio, in modo che i vicini vengano a ballare con voi o chiedano pietà.
Tratto da Classic Rock n.31 del giugno 2015

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Categorie: recensioni | Tag: | 5 commenti

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5 pensieri su “The Sonics

  1. Randolph Carter

    Bellissimo, è stato un piacere sentirmi questa sequela di pezzi così diretti ed energici.
    Nessun intermezzi, nessun respiro, solo energia, chitarre e voce convulsa.

  2. DaDa

    Ora sono incuriosito anche io. Adoro i vecchi Sonics e per questo ho trascurato le loro reunion, che temevo me li sputtanassero.

  3. DaDa

    dico che a breve mi compro il CD ( o LP)

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