United States Of America

Fra i cosiddetti dischi di culto, l’unico album firmato dagli United States Of America è di sicuro uno dei più noti. Io lo venero più o meno dalla metà dei ’70, quando a una cifra che non saprei precisare, ma che ricordo accettabile, entrai in possesso di una sua pesantissima stampa italiana. Negli anni l’ho “promosso” di frequente, sia per iscritto che in radio; l’ultima volta è stata su Blow Up, in occasione dell’uscita di una splendida ristampa in CD della mai abbastanza lodata Esoteric.

United States copPubblicato in origine nel 1968 dalla Columbia, l‘unico album dei californiani United States Of America è certo una delle opere più singolari e creative della stagione psichedelica; un capolavoro rimasto a lungo sommerso, nonostante all‘epoca si fosse affacciato nelle zone bass(issim)e della Top 200 di “Billboard”, che comunque godette di ottime recensioni e che conosce periodicamente ulteriore gloria grazie ai ripescaggi in CD (o vinile). La prima ristampa, del 1992, conteneva due bonus mentre la seconda, marchiata dalla Sundazed nel 2004, addirittura dieci; quest‘ultima ha la stessa scaletta della precedente, ma è impreziosita dal remastering 24-bit e da nuove note esplicative.
È un disco parecchio alieno, “United States Of America”, dal bizzarro incipit elettronico che sfocia nella pietra miliare The American Metaphisical Circus – ballata assieme estatica e disturbante – per proseguire con altre meraviglie come le grintose, trascinanti Hard Coming Love, The Garden Of Earthly Delights e Coming Down (i Jefferson Airplane futuribili?), il vaudeville in salsa acida di I Won‘t Leave My Wooden Wife For You Sugar e Stranded In Time, le avvolgenti e ipnotiche Cloud Song e Love Song For The Dead Che (un titolo, un programma), il folk trasfigurato di Where Is Yesterday, le ardite visioni schizoidi della mini-suite The American Way Of Love. Il tutto ad affrescare un originalissimo, affascinante rock lisergico contraddistinto dalle tastiere e dai trattamenti elettronici di Joseph Byrd – che a New York aveva lavorato con esponenti nel giro Fluxus e studiato con John Cage – e dalla splendida voce di Dorothy Moskowitz (anche coautrice di buona parte del repertorio), nel quale confluivano testi politici e amore per la performance artistica a 360°. Un incantesimo così speciale aveva ben poche possibilità di essere replicato, e infatti il 33 giri rimase un capitolo unico. I due leader entrarono il conflitto, Byrd fu allontanato dal gruppo di cui era stato il fondatore e i superstiti gettarono la spugna, peraltro dopo aver abbozzato un tentativo di andare avanti; i quattro brani della primavera del 1968 qui aggiunti alla scaletta (assieme a due outtake e quattro demo e versioni alternative ancora incisi con la line-up storica), validi e godibili ma ben più convenzionali, dimostrano che in fondo è stato meglio così.
Tratto da Blow Up 198 del novembre 2014

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Categorie: recensioni | Tag: , | 1 commento

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Un pensiero su “United States Of America

  1. Ugo Malachin

    Grandissimo album, e che magnifica voce! Invece voglio dire la mia sui bonus: queste ristampe in CD sulle quali le case discografiche speculano inserendo come bonus sempre più spesso fondi di bottiglia, mi fanno amare ancora di più i vinili, 30, 40 minuti senza spazio per inutili ammenicoli, per di più con un livello sonoro che non sarà mai raggiunto da nessuna “diavoleria” digitale.
    ciao
    ugo

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