Altri cinque dischi strani

Il recupero di oggi è il seguito di uno di quasi tre mesi fa (“Cinque dischi stranissimi”), ed entrambi derivano da un excursus del Mucchio Extra, intitolato “Rock: 100 album davvero singolari”, del quale firmai ben ventotto schede (altre due le trovate qui e qui). Logico che il concetto di “stranezza” varia a seconda di quali siano i propri ascolti abituali, ma per chi è abituato al rock più o meno classico questi LP, tutti in origine usciti fra il 1980 e il 1985, risulteranno parecchio bizzarri.

Fall cop The Fall
Hex Enduction Hour
(Kamera, 1982)
Nel mondo del rock cosiddetto alternativo e in particolare tra i musicisti, a dispetto di quel caratterino un po’ dispotico che ha reso l’organico dei suoi Fall una specie di porto di mare, Mark E. Smith gode di una considerazione da vera star. Sarà il suo perenne sfuggire agli schemi, sarà la coerenza messa in luce in una carriera che ha ormai girato la boa dei venticinque anni, sarà il suo far sempre quello che gli aggrada al di là di quel che suggerisce il buon senso, ma il cantante e chitarrista della più longeva band di Manchester è un simbolo assoluto di indipendenza e di serietà. Nonché di bizzarria, che da sempre – al di là delle singole sfumature – trova sfogo in un rock’n’roll dissennato ma non delirante dove un’urgenza di chiara scuola punk – espressa anche in incisioni poco raffinate e rimarcata dal canto indolente – convive con una genuina attitudine freak. Magari nella sterminata e frastagliatissima discografia dei Fall ci sono articoli anche più strani di Hex Enduction Hour, ma nei suoi undici episodi è comunque fotografata alla perfezione la geniale sregolatezza di un personaggio unico. Nessun dubbio, la sua follia ha un metodo. E il caos lo segue come la nuvoletta di polvere fa con il Pig Pen dei Peanuts.

Half Japanese cop1/2 Japanese
1/2 Gentlemen/Not Beasts
(Armageddon, 1980)
Icona dell’avanguardia “rock” più dissennata per taluni e incommensurabile cialtrone per altri, Jad Fair mosse i suoi primi passi come 1/2 Japanese nel natio Maryland, in coppia con il fratello David, nel 1977: l’attitudine era inequivocabilmente punk, tanto per l’energia e la violenza liberate in più di un episodio quanto per l’aderenza alla logica dell’anyone can do it (e infatti proprio chiunque avrebbe potuto fare quanto realizzato, almeno nei primi dischi, dal bizzarro duo: bisognava “solo” pensarci). Due devastanti 7 pollici autoprodotti spalancarono la strada a quest’album triplo (!), edito da un’etichetta inglese di lì a poco, non a caso, fallita: brani allucinati messi assieme con percussioni sorde e ossessive, chitarra-grattugia e urla belluine, a volte sviluppati con un pur relativo senso logico e altre nulla più che frammenti. Il top dell’assurdo si raggiunge nelle due facciate dal vivo, delle quali non è nemmeno indicata la scaletta; ben oltre il livello dell’insanità, comunque, anche tutto il resto, come dimostrato da titoli assolutamente esplicativi quali Rrrrrrrr, Grrrrrrrrrrrrrrrrr, I Ta Na Si Na Mi Eee, T / T / T / T / T / T, Patti Smith o Jodi Foster e dalle improbabili cover (Dylan, Springsteen, James Brown…) che fanno qua e là capolino.

Peyr copPeyr
As Above…
(Shout, 1982)
Jaz Coleman, il cantante dei Killing Joke, è sempre stato un tipo un tantino strano: pertanto, nessuno provò particolare stupore quando nel 1982 sparì per alcuni mesi, esiliandosi in un’Islanda pre-Sugarcubes che nessuno immaginava certo potenziale culla per talenti rock. Tra i ghiacci, il Nostro avviò una collaborazione con i locali Peyr (o Theyr, a seconda di come si vuole “tradurre” l’alfabeto dell’isola). Una bella pubblicità per il gruppo, il cui primo album As Above… – all’epoca già pronto – fu immediatamente importato nel resto d’Europa, non mancando di suscitare qualche interesse tra i cultori dell’underground: per l’alone di mistero che avvolgeva la band, rimarcato da un’inquietante copertina ricca di simboli esoterici, e per il suono, un rock perfettamente al passo con quei tempi dove l’ossatura post-punk – ritmiche marziali e atmosfere tendenti al cupo – sosteneva misurate divagazioni verso il funk e il jazz mutanti, verso la sperimentazione, verso uno pseudo-prog non privo di toni teatraleggianti. Più che una stramberia in senso stretto, un’originale curiosità: anche per i giorni vivacissimi della cosiddetta new wave, caratterizzati da un’incredibile quantità di contaminazioni a 360° e dal convincimento che, in musica, tutto fosse possibile.

Shockabilly copShockabilly
Earth vs Shockabilly
(Rough Trade, 1983)
Prima di diventare famoso, almeno in certi ambiti, come terrorista sonico a più livelli, il chitarrista newyorkese Eugene Chadbourne si fece le ossa, e il nome, in uno geniale e sgangheratissimo power-trio che lo vedeva al fianco del bassista Mark Kramer (poi fondatore della Shimmy-Disc, etichetta nel cui catalogo figurano un bel po’ di eccentricità radicali) e il batterista Dave Licht. Durò circa quattro anni, l’attività della band, abbastanza per mettere in fila tre LP, tre EP e un congruo numero di concerti dai quali fu ricavato un live postumo; e per lasciare il segno con un rock’n’roll grintoso, acido, abrasivo e dotato di un certo senso dell’a(uto)ironia nel quale i tre – forti di un background comprendente anche blues, free jazz e avanguardie rumoriste – si divertivano a rileggere in chiave solo apparentemente demenziale molti brani storici. In quest’album, il primo della serie, ci sono tra gli altri 19th Nervous Breakdown dei Rolling Stones, Are You Experienced? e Purple Haze di Jimi Hendrix e People Are Strange dei Doors, resi inconfondibili dalla voce camaleontica, stridula e a volte quasi da personaggio dei cartoon dello stravagante Chadbourne.

Tall Dwarfs copTall Dwarfs
That’s The Short
+ Long Of It
(Flying Nun, 1985)
Il panorama underground neozelandese di metà anni ‘80, sponsorizzato da una piccola ma agguerritissima etichetta locale battezzatasi Flying Nun (Suora Volante: anche per tirar fuori un simile nome, ci vuole del genio), era in massima parte costituito da spostati mica da ridere; roba da credere che, nei primi ‘60, un tot di fanciulle di Auckland, Dunedin e zone limitrofe fossero state inseminate artificialmente con lo sperma del giovane Syd Barrett. Tra gli esponenti più anziani e in vista della scena spiccano i Tall Dwarfs (i nani alti, tanto per ribadire il concetto), che a seguire esordi all’insegna di una sorta di folk-rock sotto acido – come del resto quasi tutti i compagni di label – si indirizzarono verso uno stile ancor più eclettico e visionario. Di tale percorso, caratterizzato da registrazioni in chiave rigorosamente lo-fi, testimonia questo primo album, discograficamente incastonato tra vari EP: due brani sul lato A, che va a 45 giri, e ben dieci sul B, che gira a 33, a dipingere un quadro musicale ruvido, stralunato e imprevedibile – ma a suo modo anche stimolante – nel quale interagiscono chitarre acustiche, archi, fiati, tastiere elettroniche (e non), percussioni e voci più o meno ubriache.
Tratto da Mucchio Extra n.10 dell’estate 2003

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