Monochrome Set

Era proprio un altro mondo, quello pre-Internet in generale e quello degli anni ’80 in particolare. Trovare informazioni e notizie sugli artisti più o meno underground non era facile, ma per riuscirci alcuni addetti ai lavori – tra i quali il sottoscritto – si sbattevano fino all’inverosimile cercando e leggendo le riviste straniere; e, poi, c’era il problema che certe musiche di culto erano ascoltabili quasi solo su disco, e dunque di doveva “raccontarle” agli appassionati con la maggior precisione possibile. L’effetto collaterale? Gli articoli – i miei, almeno – erano una immane rottura di palle. Provare per credere, con questo che a ventisei anni dedicai ai miei amati Monochrome Set.
Monochrome Set fotoPochi hanno acquistato i loro dischi e pochissimi li conoscono a fondo. Eppure, lo crediate o meno, sono stati i precursori dell’attuale rock chitarristico britannico, vale a dire quel sound elegante e armonioso che annovera fra i suoi principali interpreti gruppi famosi quali Smiths, Easterhouse ed epigoni più o meno ispirati. Parliamo dei Monochrome Set, un curioso ensemble apparso sulle scene britanniche degli ultimi anni Settanta e scioltosi, dopo una carriera ricca di prodotti discografici e povera di soddisfazioni tangibili, nell’estate del 1985. L’uscita dell’album-testamento Fin, di qualche mese fa, ci offre l’occasione di soffermarci su una band anomala e interessante, per la quale un po’ di attenzione, anche se irrimediabilmente tardiva, sarebbe tutt’altro che usurpata.

Born out of time
Le biografie vogliono che i Monochrome Set abbiano origine nel gennaio del 1978 dall’incontro di Bid (individuo enigmatico, nato – si dice – a Calcutta, cantante per vocazione e chitarrista per hobby) e Lester Square, chitarrista appena dimessosi dal nucleo originario di Adam & The Ants; in un periodo caratterizzato dagli strascichi del punk e dalle prime, concrete avvisaglie di quella che verrà genericamente definita new wave (da un lato il sound cupo e introverso dei Joy Division, da un altro le allucinate elucubrazioni dei vari Throbbing Gristle e Cabaret Voltaire, da un altro ancora le intuizioni neopsichedeliche di Echo & The Bunnymen, Teardrop Explodes e Wah! Heat), i due, reclutati il bassista Jeremy Harrington (ex Gloria Mundi, entrato nell’organico nel luglio dello stesso anno al posto di Simon Croft. che a sua volta era subentrato a Man Veto) e il batterista John D. Haney (ex Art Attacks), non trovano nulla di più stimolante da fare che suonare pop. Un pop piuttosto strano, d’accordo, infarcito di riferimenti ai Sixties e ai Velvet Underground, screziato di atmosfere orientaleggianti, segnato dalla voce “ironica” di Bid (che un giornalista in vena di facezie defini “a metà strada fra un Lou Reed appena sveglio e un Mark Knopfler adrenalinico”) e indelebilmente marchiato dalla chitarra ora tagliente, ora delicata e cristallina, dell’abile Lester. “Abbiamo deciso di chiamarci ‘TV in bianco e nero’ in aderenza ai principi degli anni Sessanta”, ha dichiarato Lester Square, ”quando i gruppi usavano spesso, per il nome, oggetti inanimati. Ci piaceva l’idea del televisore perché ha molti canali che diffondono programmi anche diversisslimi fra loro, e basta un semplice gesto per cambiare trasmissione”.
Nonostante il momento non sia apparentemente favorevole a tale tipo di “programmi”, all’alba del 1979 i Nostri ottengono un contratto discografico dall’allora neonata Rough Trade; è Majo Thompson, ex leader dei Red Crayola nonché direttore artistico dell’etichetta londinese, a occuparsi personalmente (assieme al boss Geoff Travis) della produzione del singolo di debutto del quartetto, He’s Frank, al quale seguiranno, nel breve volgere di un anno, altri tre 45 giri. Sebbene registrati in modo dilettantesco, questi primi vinili mettono in mostra le qualità del complesso, evidenziando le direttive di fondo lungo le quali, con deviazioni pressoché inesistenti, Bid e soci si muoveranno per tutta la loro attività: ritmi abbastanza anticonvenzionali nelle loro strutture ipnotiche, la chitarra a ricamare armonie elementari ma efficaci (ci sono i Velvet Underground, gli Shadows, persino inflessioni jazz e qualche ben dosato aroma folk) e il canto pacato di Bid, spesso quasi indisponente nella sua (genuina? artificiosa?) assenza di trasporto emotivo. In ogni caso, Alphaville (sembra di sentire Morrissey), Eine Symphonie Des Grauens (davvero atipica con le sue atmosfere esotiche) e The Monochrome Set (una piacevole e bizzarra pop song) sono più che sufficienti a dare alla formazione la lusinghiera fama di sicura promessa.

Dreams of glory
Per mantenere quella promessa, e tentare concretamente la scalata al successo, i Monochrome Set (che hanno nel frattempo assunto l’ex Ants Andy Warren in sostituzione di Jeremy Harrington) abbandonano la Rough Trade e accettano le proposte della Dindisc, una sussidiaria della Virgin. Nonostante il passaggio di categoria, la band non sembra intenzionata a scendere a compromessi commerciali: i musicisti continuano a sfoggiare un look tutt’altro che appariscente, i concerti rimangono happening un po’ allucinati con stravaganti pellicole proiettate su appositi schermi e il sound… il sound, almeno a giudicare dai prodotti marchiati Dindisc (due album e tre singoli, tutti datati 1980) è sempre lo stesso. Si è fatto più maturo, certo, e più raffinato negli arrangiamenti, ma la sostanza non è affatto mutata. Secondo Bid, “I Monochrome Set hanno evitato di fare qualsiasi cosa contrastasse con la loro natura; non ci sono state concessioni a un cambiamento di stile verso la pop music odierna, quindi non ci sono pressioni sui Monochrome Set perché smettano di fare quello che hanno fatto finora”. Coerenza ammirevole o solo un trucco per nascondere eventuali carenze creative, quelle stesse carenze che gran parte della critica internazionale ha addotto come motivazione per stroncare ogni realizzazione del gruppo? Lester Square, al proposito, è categorico. “Siamo riusciti a dare sul nervi a tutta la stampa, perché i giornalisti pensano che avremmo dovuto essere commerciali e avere successo, mentre noi abbiamo volutamente evitato quel genere di successo”.
La prova della linearità espressiva dell’ensemble è racchiusa nei solchi dei due album Dindisc, analoghi dal punto di vista ispirativo e differenti per quel che riguarda l’esposizione delle tematiche sonore. Strange Boutique è infatti più scarno e privo di orpelli, più pop nel senso convenzionale del termine (il produttore e Bob Sargeant, cui sono state anche affidate sporadiche parti di tastiere), mentre il successivo Love Zombies è assai più ricco e curato (anche per la maggior presenza delle keyboards, suonate da Alvin Clark), oltre che più intenso e cerebrale. Entrambi i lavori, comunque, contengono gioiellini affascinanti per originalità ed equilibrio armonico; di Strange Boutique sono da citare le morbide Goodbye Joe e Ici Les Enfants, lo strumentale The Etcetera Stroll e le trascinanti The Lighter Side Of Dating, The Strange Boutique e The Monochrome Set (quest’ultima, ovviamente, riregistrata per l’occasione), mentre di Love Zombies è d’obbligo menzionare Apocalypso, Karma Suture, In Love, Cancer? (un avvolgente strumentale) e soprattutto B.I.D. Spells Bid, Adeste Fideles e la suggestiva title track. Con questi due dischi (specie il secondo, ricco di contaminazioni jazzy), i Monochrome Set confermano la loro statura artistica e le loro difficoltà nel riscuotere le simpatie di critica e pubblico. Varie incomprensioni con l’etichetta, sorte probabilmente per le scarse vendite di 33 e 45 giri, indurranno la formazione a cercare fortuna altrove.

The middle age
Approdati alla Pre/Charisma nella primavera 1981, i Nostri devono fronteggiare una serie di spiacevoli situazioni, createsi nel periodo susseguente al loro tour italiano. Innanzitutto, la freddezza con la quale viene accolto il graziosissimo singolo Ten Don’ts For Honeymooners (prodotto da Tim Hart degli Steeleye Span); poi, le dimissioni del batterista John D. Haney, compensate dall’ingresso di Lexington Crane; infine, l’ennesimo insuccesso con il 45 giri Cast A Long Shadow. Il 1982 vede l’uscita di Eligible Bachelors, realizzato per la indipendente Cherry Red e immesso sul mercato dopo che alcuni dissapori avevano rivoluzionato la line-up con l’arrivo di un nuovo batterista, Morris Windsor (che aveva lasciato dopo tre mesi il suo posto a Nick Wesolowski, per riprenderselo altri due mesi più tardi), e di una tastierista, Carrie Booth; anche Lester Square, di lì a poco, si allontanerà dai compagni, e intraprenderà una oscura carriera solistica.
Sfortunato come i suoi predecessori, Eligible Bachelors segna il ritorno al puro “pop alla Monochrome Set”; accattivante, ottimamente strutturato sotto il profilo musicale e ben prodotto da Tim Hart, il disco racchiude brani irresistibili (The Jet Set Junta, The Devil Rides Out, The Mating Game, la bellissima, morriconiana The Midas Touch) assieme a episodi più strani come The Great Barrier Riff, ma ciò non basta a trasformare i nostri eroi in stelle. Anzi, il 33 giri dà l’avvio alla fase più buia della vita del complesso, caratterizzata dall’assenza di uscite discografiche (a parte l’antologia Volume, Contrast, Brilliance, assemblata dalla Cherry Red con cinque estratti delle session Rough Trade e alcune incisioni inedite) e dalla comprensibile sfiducia degli artisti nei confronti delle proprie possibilità di sopravvivere in un ambiente che non li accetta.

Welcome back
I Monochrome Set giocano la loro ultima carta fra il 1984 e il 1985, presentandosi con il nucleo formatosi nel gennaio del 1983 (Bid, Andy Warren, il chitarrista James Foster e il ritrovato batterista Nick Wesolowski) al quale si affianca, nel ruolo di tastierista aggiunta, la solita Carrie Booth; sostenuti dalla WEA (attraverso la Blanco Y Negro) e prodotti dall’esperto John Porter (già in console per gli Smiths), i quattro sfornano due ottime potenziali hit a 45 giri (Jacob’s Ladder e Wallflower) e un riuscitissimo LP (The Lost Weekend) che, tanto per cambiare, non ottengono i consensi sperati. Quanti apprezzavano il gruppo non hanno comunque motivo di lamentarsi, giacché il disco mostra una band ineccepibile, estremamente mobile nella sua collaudata staticità (pensateci bene, non è un controsenso) e dedita a un pop gradevolissimo dai testi astratti e pungenti; eppure, e per di più in un momento in cui il guitar-rock è all’apice degli interessi degli addetti ai lavori e del pubblico inglesi, i Monochrome Set riescono ancora una volta a passare completamente inosservati. Inevitabile, a questo punto, la decisione di sciogliere il sodalizio, suggellata da Fin, 33 giri dal vivo edito dalla Cherry Red. Mentre i fan del gruppo continuano a domandarsi come sia possibile che i loro beniamini non abbiano raccolto i meritati frutti, giunge la notizia del ritorno di Bid, da solista, con il singolo Reach For Your Gun; una canzone graziosa, naturalmente in stile Monochrome Set anche se più “easy” rispetto agli standard. Riuscirà Bid dove la TV in bianco e nero ha fallito? Chissà. La risposta soffia nell’etere, ma è nascosta da tante “musiche” purtroppo sempre più simili a spot pubblicitari.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.104 del settembre 1986

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Categorie: articoli | Tag: , | 4 commenti

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4 pensieri su “Monochrome Set

  1. Gian Luigi Bona

    Non direi proprio che rompevano le palle i tuoi articoli! Era un era molto diversa da questa e avere notizie era un impresa. Piuttosto vorrei chiederti cosa ne pensi di “Spaces Everywhere” Federico.

  2. Anonimonzo

    Penso che Federico intendesse come una volta lui fosse oppresso dalla esigenza della descrizione e che questa dovesse risultare il più possibile approfondita e comprensiva degli ingredienti più o meno noti che avrebbero potuto aiutare ‘il lettore’ a rendersi conto del prodotto in oggetto. Le cose son cambiate, e gli consentono ancor più agevolmente, quasi un alibi di ferro, di scrivere in modo tale da risultare come il volo leggero e silenzioso d’un aliante o l’incedere flessuoso ed elegante d’un flamingo, non come il volo pesante e rumoroso d’un jumbo o l’incedere massiccio e martellante d’un elefante. Meno smania di descrivere preciso, più calma per scrivere deciso.

    • Saresti un ottimo addetto stampa. 😀
      Comunque, sì, è esattamente come dici… anche se, a parte le esigenze di fornire informazioni, ero abbastanza legnoso a livello di stile.

  3. Anonimonzo

    😀
    legnosetto? certamente non come un pinocchietto
    e smelled like teen spirit

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