Francesco De Gregori

Attorno alla metà degli anni ’70 Francesco De Gregori abitava nel quartiere Prati, a due passi dal mio liceo, e infatti mi è capitato più volte di incontrarlo. Lui era già esploso con “Rimmel”, classico disco che piaceva a tutti anche se noi un po’ più “snob” sostenevamo – lo sostengo anche oggi, per la verità – che i precedenti “Alice non lo sa” e l’omonimo con l’agnello in copertina erano meglio. Pur avendone seguito in tempo reale l’intera carriera, non ho scritto molto di lui; questa è la mia recensione dell’ultimo album, una “antologia atipica” che taluni hanno criticato ma che a me è piaciuta parecchio.

De Gregori copVivavoce
(Caravan/Sony)
Non c‘è niente di male nel voler interpretare in altro modo il proprio repertorio, fosse anche per nascondere un momento di scarsa creatività (ma non è questo il caso) o per confezionare un‘autocelebrazione discografica – sempre meglio del solito “best of”, no? – che alimenti l‘ennesimo tour. Figuriamoci per Francesco De Gregori, che da buon allievo del maestro Dylan non perde mai occasione per rimetter mano alle sue canzoni, come testimonia quella dozzina di album dal vivo pubblicati nell‘ultimo quarto di secolo.
“Vivavoce” propone in nuove vesti per lo più vivacemente aggraziate ventotto brani attinti nell‘intera carriera del cantautore romano, che ha anche sfruttato l‘opportunità per recuperare alcuni stralci di testo – il “cancro nel cappello” del mendicante arabo o i “giochetti da impazzire” di Giovanna – che nei ‘70 erano incorsi nella censura. Fanno più scalpore “La donna cannone” tirata a lucido da Nicola Piovani, ”Alice” in duetto con Ligabue e una “Buonanotte fiorellino” che, “contaminata” dalla “Rainy Day Women 12&35” del solito Dylan, è divenuta “Fiorellino 12&35”, ma fra questi e molti altri classici/hit c‘è spazio per episodi meno conosciuti e comunque degni di nota: ad esempio, “Il futuro” (adattamento di “The Future” di Leonard Cohen, finora mai incisa in studio), “La ragazza e la miniera” (riveduta e corretta con Ambrogio Sparagna), “Un guanto” o “Finestre rotte”, che con un suo verso ha ispirato il titolo della raccolta. Nulla fa gridare all‘eresia e tutto scorre fluido e piacevole, proiettando l‘immagine di un De Gregori sereno e divertito. Peccato che i pezzi più vecchi abbiano perso quella fragilità visionaria che una quarantina di anni fa contribuì in modo determinante renderli mitici, ma il danno collaterale era preventivato. E del resto, come ha dichiarato lo stesso Francesco, “la musica non è un museo”.
Tratto da AudioReview n.358 del dicembre 2014

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