Blondie

Quasi due decenni fa, prima che la storia della band avesse un’inattesa appendice sotto forma di reunion, scrissi questa breve monografia dei Blondie. Forse nel giudizio sugli ultimi due album, che comunque ritengo sempre inferiori ai quattro precedenti, fui un po’ troppo tranchant (o forse no, non ne sono sicuro), ma in fondo sono questioni di lana caprina.
Blondie fotoSe anche dei Blondie non avete mai ascoltato neppure un brano (ipotesi comunque improbabile), dovreste almeno conoscere Deborah Harry. Magari grazie a una di quelle foto d’epoca, 1977 o giù di lì, che turbavano i sogni di tanti rockettari allora adolescenti. Non era già più una ragazzina, Debbie, avendo già passato i trenta, e in fondo non vantava – osservata oggi, con gli occhi dell’età adulta – quell’avvenenza così mozzafiato da giustificare il ruolo di sex-symbol attribuitole da stampa e pubblico. Però era la frontwoman dei Blondie, uno dei pochissimi gruppi non punk idolatrati dai kids del ‘77; una band della quale si sono innamorati in tanti, vuoi per l’immagine comunque trasgressiva, vuoi per la forza di canzoni irresistibili nella loro coinvolgente vena (power) pop.
Indiscussi leader della formazione erano la cantante Deborah Harry, nata a Miami nel 1945 e cresciuta con la famiglia adottiva nel New Jersey, e il suo compagno Chris Stein, di cinque anni più giovane, chitarrista ed ex studente della New York’s School of Visual Arts; oltre ad aver lavorato come coniglietta di Playboy e come cameriera del Max’s Kansas City, la prima aveva accumulato esperienze di rilievo con i Wind In The Willows (ensemble folk-rock attivo nei tardi anni ‘60 e titolare nel 1968 di un album senza titolo per la Capitol) e con gli Stilettos, nei quali militava anche Fred Smith (poi nei Television), mentre nel curriculum del secondo figura, oltre alla militanza negli stessi Stilettos, persino un concerto di spalla ai Velvet Underground con i First Crow To The Moon. Conosciutisi durante i giorni degli Stilettos (il coinquilino di Chris frequentava Elda Gentile, leader e un’altra delle tre cantanti), i due diedero vita agli Angel & The Snakes (per un breve periodo fu della partita anche Ivan Kral, futuro Patti Smith Group), che quasi subito si trasformarono in Blondie e si dedicarono non senza fatiche alla stabilizzazione dell’organico; un obiettivo, questo, centrato nel 1975, quando all’ormai inseparabile coppia si aggiunsero il batterista Clement Burke, il tastierista James Destri e il bassista Gary Valentine. Il primo passo fu ovviamente l’incisione di un demo-tape, sponsorizzato dal giornalista/promoter Alan Betrock: cinque brani registrati con un otto piste, quattro dei quali – Puerto Rico, Thin Line, la cover di Out In The Streets delle Shangri-La’s e Platinum Blonde – poi consegnati alle stampe dallo stesso Betrock in un 7”EP limitato a duecento esemplari e regalato agli amici a mo’ di cartolina di auguri per il Natale del ‘78 (con un po’ di fortuna se ne può ancora trovare la provvidenziale ristampa “pirata”). Subito dopo, l’incontro con il team composto dall’ex manager delle New York Dolls Marty Thau e dai produttori Craig Leon (tra le centinaia di lavori sui quali ha apposto la firma, il primo, mitico LP dei Ramones) e Richard Gottehrer (ex Strangeloves, autore e talent scout, nonché cofondatore della Sire Records), che portò alla firma dell’accordo con la Private Stock e alla realizzazione del 33 giri di esordio.
Immesso sul mercato nel dicembre 1976, preceduto da un 7 pollici poco più che promozionale con X-Offender e In The Sun, Blondie è – assieme al già citato demo-tape, dall’impatto ancor più ruvido – l’unico parto della band a presentare qualche punto di contatto con il punk; l’influenza di base resta comunque quella Sixties, come attestano undici episodi sospesi tra morbidezza pop ed energia rock’n’roll che vanno da Look Good In Blue a Rip Her To Shreads, dai due del 45 giri a Kung-Fu Girls, da Man Overboard a quella The Attack Of The Giant Ants con la quale il quintetto omaggiava la sua passione per i B-movie di fantascienza giapponesi. A seguire, un lungo tour organizzato dal vulcanico manager Peter Leeds (alle cui trovate i Blondie devono buona parte delle loro originarie fortune) che all’inizio del ‘77 tocca Stati Uniti, Gran Bretagna, Europa, Giappone e Australia, primo paese a consacrare Debbie e compagni al rango di star (In The Flesh era addirittura giunto in vetta alle classifiche locali).
Il successo, si sa, porta sempre con sè qualche cambiamento: Gary Valentine decide di andarsene per la sua strada (formerà i Know, con i quali confezionerà nel 1978 l’ottimo 7 pollici The First One), mentre produttore e Private Stock vengono liquidati dall’intraprendente Leeds con una buonauscita di ben 500,000 dollari; non prima, comunque, che lo stesso Gottehrer si occupi delle registrazioni del secondo LP Plastic Letters, edito nel febbraio 1978 dalla Chrysalis e baciato da notevoli consensi grazie soprattutto a Denis (un vecchio pezzo opportunamente irrobustito degli eroi per una stagione Randy And The Rainbows) e (I’m Always Touched By Your) Presence Dear (ultimo dono compositivo di Valentine), entrambi usciti anche a 45 giri; il disco, valorizzato da altre perle quali Contact In Red Square, No Imagination o Detroit 442 (firmate da Destri, autore principale assieme a Stein), vede come ospite Frank Infante, che dopo essere entrato stabilmente nella band diverrà chitarrista ritmico lasciando il basso nelle mani di un sesto membro, Nigel Harrison. Se Plastic Letters dà ai Blondie la notorietà internazionale, tocca invece a Parallel Lines, di soli sette mesi successivo, l’onore di imporli a livello planetario; prodotto dall’hitmaker Mike Chapman, il 33 giri deve la sua affermazione alla straordinaria sequenza di singoli comprendente Picture This, Hanging On The Telephone (“rubato” al repertorio dei californiani Neives, il primo, vero gruppo di Peter Case), il famosissimo Heart Of Glass (scritto anni prima e fino ad allora battezzato, a causa del suo ritmo “dance”, The Disco Song) e Sunday Girl. Le accuse di essersi venduti, che il non-allineamento dell’ensemble a qualsivoglia filosofia “alternativa” rendeva a dir poco assurde, non infastidiscono più di tanto, soprattutto perchè compensate dalle dimostrazioni di stima di eminenti personalità; da Robert Fripp, che dopo essere stato gradito ospite sul palco del CBGB’s aveva illuminato con sua chitarra Fade Away And Radiate, fino al maestro Andy Warhol, che fra le altre cose aveva voluto la Harry sulla copertina della sua rivista “Interview”. Comunque, Parallel Lines rimane a l’album “classico” dei Blondie, quello del perfetto equilibrio tra esuberanza “giovanile”, maturità stilistica e vocazioni commerciali.
Con Eat To The Beat dell’ottobre 1979, inciso sempre con Chapman alla consolle ma senza più il sostegno manageriale di Leeds (in sua vece, il più esperto Shep Gordon), la band chiude il suo ideale poker di opere memorabili allineando dodici nuove canzoni tra le quali, oltre alle arcinote hit Dreaming e Atomic, spiccano la sognante Union City Blue, l’aggressiva Eat To The Beat e l’ipnotica Accidents Never Happen. I capitoli seguenti, dalla Call Me del 1980 composta da Giorgio Moroder per il film American Gigolo, a The Tide Is High e Rapture fino ad LP quali Autoamerican (1980) e l’ultimo The Hunter (1982), sono solo pop sintetico e plastificato, adatto per le Top 10 e l’ascolto disattento ma certo privo di attrattive per chi nella musica cerca calore ed emozioni; diversamente non si può purtroppo dire delle produzioni solistiche della cantante, finalizzate a offrire un semplice (seppur elaborato e variopinto) entertainment. Non sono però tutti da dimenticare, gli anni ‘80 dei Blondie: principalmente per le prove cinematografiche della Harry, non da Oscar ma senza dubbio più che dignitose (la ricordiamo, ad esempio, nel cult-movie di David Cronenberg Videodrome), e per la creazione da parte di Chris Stein della Animal Records, etichetta dalla vita molto breve che in ogniccaso ha marchiato – e non è poco – lavori di Iggy Pop e Gun Club.
Informazioni più dettagliate sulla carriera del gruppo, corredate di eloquentissime immagini fotografiche, possono essere reperite in due eccellenti biografie, Blondie del leggendario Lester Bangs (Omnibus Press, 1980) e Making Tracks: The Rise Of Blondie (Dell, 1982), la cui stesura è attribuita a Victor Bockris, Deborah Harry e Chris Stein. Per quel che concerne eventuali “consigli per l’acquisto”, il buon senso suggerisce di evitare le pur valide antologie – troppo condizionate dall`esigenza di presentare i più grandi successi – e di indirizzarsi sugli album veri e propri, cominciando magari dai primi due (personalissimo parere con il quale molti saranno di sicuro in disaccordo). Non hanno impresso il loro nome nella storia del rock o del punk, i Blondie, almeno per quanto riguarda novità assoluta di proposte o genialità, ma lo hanno fatto in quella non meno importante del pop; e anche se probabilmente hanno raccolto qualcosa in più di quel che avrebbero meritato, complici una serie di circostanze fortuite e le grazie della loro appariscente vocalist, al sottoscritto e a molti altri “irriducibili” capita ancora di canticchiare Denis o Picture This, di non cambiare stazione quando il DJ annuncia Heart Of Glass o Dreaming e di riesumare saltuariamente una copia (in vinile) di Eat To The Beat per riascoltare Accidents Never Happen. In tutta franchezza, non credo che ciò sia da imputare solo alla nostalgia o, magari, a un tragico, precoce rincoglionimento.
Tratto da Rumore n.52 del maggio 1996

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