La merda dei Clash

Ogni ambito ha i suoi luoghi comuni, e uno dei più radicati in quello musicale/giornalistico è che certi dischi facciano schifo. Capita così che alcuni colleghi innamorati del ruolo del bastian contrario, affermino l’opposto “a prescindere”, proprio come i tanti che cercano di attirare attenzione su di sé stroncando in modo impietoso titoli che la storia ha ormai consacrato come pietre miliari. Ognuno di noi appassionati ha le sue piccole e grandi fissazioni, e una delle mie è che Cut The Crap dei Clash non sia poi così osceno come moltissimi lo dipingono; non lo classificherei fra i capolavori, ovvio, ma continuo a pensare che non mi dispiace. Badate bene, non sono mai stato un fan terminale della band di Joe Strummer e Mick Jones e, anzi, nei suoi confronti sono stato a volte anche troppo critico, né tantomeno ribadisco il mio giudizio solo per non smentire la recensione – riproposta qui sotto – che scrissi al tempo: nessuno è immune da errori di valutazione e sinceramente credo di potermi permettere di ridere su quelli commessi (dei quali ho intenzione di render conto proprio qui sul blog, in modo da ridere assieme). Certo, in quel giorno di quasi trent’anni fa fui un po’ troppo buono: col senno di poi riconosco i limiti dell’album e la sua natura “apocrifa”, ma… che vi devo dire? Da parte mia, comunque, nessun intento di avviare una crociata revisionista: il mio è solo un parere personale, per il quale siete padronissimi di sbeffeggiarmi. Non potete farlo, invece, perché a proposito dell’uscita di Mick Jones scrissi di “defezione” e non di “espulsione”; la tesi accettata da tutti, seppure con qualche comprensibile riserva, era infatti quella dell’allontanamento volontario e non forzato.

Clash Cut The Crap copCut The Crap (CBS)
Anche se sono in molti a cercare continuamente di ucciderli, i miti sono duri a morire, siano essi cinematografici, letterari o musicali; fra le tante leggende degli ultimi dieci anni, ovvero quelle nate con il punk o susseguenti, la saga dei Clash è forse l’unica superstite, la sola ad arricchirsi periodicamente di nuovi elementi e a fornire sempre spunti inediti di discussione. E già, cari amici: quello dei Clash è il solo mito del rock’n’roll 1976-1985 ad aver resistito al mutare dei tempi, al succedersi delle mode e alle circostanze avverse che avrebbero potuto causarne l’estinzione e la consacrazione a ciclici quanto effimeri revival. Per la cronaca, dei veri Clash sono rimasti solo Joe Strummer e Paul Simonon, e quest’album è il primo nella storia della gloriosa band britannica a non essere caratterizzato dal binomio compositivo Strummer/Jones (che, per popolarità, si avviava con passo deciso ai livelli di Jagger/Richards o Lennon/McCartney).
Più di tre anni e mezzo sono trascorsi dall’uscita di Combat Rock, tre anni che hanno visto il polemico abbandono di Mick Jones, la defezione meno plateale ma non certo indolore di Topper Headon, uno strepitoso successo in USA, qualche acclamata esibizione nelle nostre terre e una serie interminabile di annunci, smentite e rinvii della data di pubblicazione del nuovo disco. Tre anni perduti? Forse sì, ma tre anni che fungono oggi da efficace cartina al tornasole per la verifica di quanto il nome Clash sia effettivamente radicato nei cuori e nelle menti dei rocker anni ‘80. Fedeli alla propria esigenza di mutare spesso la pelle, i Clash di Cut The Crap sono ancora una volta differenti da tutti quelli che in precedenza abbiamo avuto la fortuna di conoscere e apprezzare; e se anche il parziale ritorno all’istintiva essenzialità dei primi 33 giri, presagito dai concerti del 1984, si è puntualmente verificato, Cut The Crap è un lavoro totalmente privo di qualsiasi nostalgia e di qualsiasi tendenza revivalistica, giacché il suo sound viaggia sotto il segno della novità e del cambiamento.
Logicamente, Strummer e Simonon non hanno ripudiato le loro precedenti esperienze, ma le hanno rimesse in discussione e riadattate secondo la loro rinnovata sensibilità artistica; impresa non certo agevole, considerando che esse spaziano dal punk al rock’n’roll. dal funk-rap al reggae, abbracciando quasi ogni forma di musica bianca e nera. I Clash, però, hanno ugualmente tentato una sintesi globale della loro attività, confezionando un album pretenzioso ma a tratti geniale, spesso iperarrangiato ma talvolta schietto e incisivo, abbastanza confuso o blando in alcuni episodi ma assolutamente travolgente in altri; un disco sconcertante, destinato a irritare in qualche canzone e a esaltare in altre, i cui difetti risiedono in un (voluto?) apparente disordine ispirativo e in nella tendenza a esasperare, ai limiti dell’arroganza, determinate situazioni sonore (vedi l’uso anthemico dei cori alla ’77, la pesantezza di taluni arrangiamenti, le strane alchimie di brani come Play To Win o Dictator). Eppure, man mano che gli ascolti si sommano agli ascolti, anche le composizioni più deludenti riescono a farsi apprezzare e a meritare almeno la sufficienza, mentre quelle più valide conquistano in modo totale e irreversibile: è il caso di Are You Red… Y (una combat-dance track con un tiro incredibile), Movers And Shakers e Dirty Punk (lo spirito del ‘77, chitarre infuocate e grinta da vendere, riproposto con il senno strumentale di poi), Fingerpoppin’ (un altro pezzo da ballo, un’altra danza di guerra per muoversi con la spinta di ritmi implacabili) e Three Card Trick (un’eccitante fusione di cadenze giamaicane e Clash-punk). Il resto si mantiene su buoni livelli, fra cadute di tono e soluzioni ampiamente soddisfacenti, confermando come Strummer e soci abbiano in qualche modo voluto riallacciarsi ai loro trascorsi più remoti mettendo la loro attuale esperienza (e, perché no?, la loro “astuzia”) al servizio della causa. Nel giudizio finale su Cut The Crap eviterei antipatici paragoni con i precedenti capitoli della discografia Clash: il nuovo 33 giri è diverso dai suoi illustri predecessori, e nulla si oppone al fatto che esso possa essere significativo per i suoi tempi cosi come The Clash, London Calling, Sandinista e Combat Rock (meno Give ‘em Enough Rope) lo furono per i loro, anche se l’eventualità mi sembra sinceramente poco probabile.
Cos’altro aggiungere, a questo punto? Forse che Cut The Crap meriterebbe un giudizio positivissimo. per averci restituito i Clash proprio quando a causa della lunga astinenza, cominciavamo a renderci conto di non poter fare a meno di loro; già. si sentiva davvero la mancanza di questa grandissima rock’n’roll band, capace di essere diversa in ogni sua apparizione su vinile e di rimanere ugualmente sè stessa. Strummer e compagni sono vivi e vegeti. Quest’album non sarà il loro capolavoro, ma dopo averlo gustato non ne farei a meno per nessun motivo. Viva il rock, viva i Clash!

PS Non ho parlato dei testi, poiché la busta interna ne contiene solo tre e mancava il tempo per un’analisi approfondita. Si intuisce, comunque, che anche in questo campo il gruppo è tutt’altro che privo di stimoli, pur non riuscendo a evadere da una retorica un po’ di routine. Ma tant’è…
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.95 del dicembre 1985

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Categorie: recensioni | Tag: | 7 commenti

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7 pensieri su “La merda dei Clash

  1. Roberto

    Caro Federico cut the crap non è certo una cagata pazzesca per dirla alla fantozzi ma, mio modesto parere, è l’unico album dei clash che serenamente si può non avere nella propria collezione.
    Con stima

    • sonica

      Condivido in pieno. Ho il disco e pure in vinile solo perché sono fan dei Clash, ma non l’ho certo ricomprato in cd anni dopo, cosa che invece ho fatto per i 4 lavori precedenti : imprescindibili.

  2. Da fan, quasi, terminale dei Clash trovo Cut the crap un disco mediocre a voler essere buoni. Salvo “This is England” e poco altro, oltre a non avere belle canzoni ha pure dei suoni e degli arrangiamenti terribili.

  3. Anonimo del '58

    Focalizzando la fine del binomio, si evince la mancanza di forza, la sensazione di ibrido ed incompleto eccetera che il disco emanò: io all’epoca ero meno poliedrico in ascolti e passioni ma presi il Clash che mi piacque assai (pur avendo poca dimestichezza con certo genere di voci, insomma a quei tempi il canto mi parve il difetto maggiore che non mi rendeva i Clash entusiasmanti quanto ad es. i pressocché contemporanei Devo e Talking Heads e Television) anche ma direi soprattutto perché le chitarre erano molto ok e non corde scosse da animali sbracati come all’epoca mi pareva il Punk e dintorni… Strummer la mente ed il “compositore” principale delle “canzoni”, ma evidentemente Jones era il “musicista” del gruppo, colui che veicolava in certo qual ordine il sound, colui che insomma rendeva i Clash lungi dai Sex Pistols. Ed una volta assente Jones, Strummer spaesato, stranito ed in cerca d’identità, come un Ollio senza Stanlio, anche se in quel caso accadde viceversa.

  4. Gian Luigi Bona

    Io devo dire che al contrario di molti (tutti ?) non ho avuto mai una grande simpatia per Joe Strummer per cui il valore di un disco senza Mick Jones me lo immaginavo anche se così brutto non credevo. Possibile che questo è lo stesso gruppo che ha fatto London Calling, Sandinista, piu una marea di pezzi usciti solo su 45 giri (almeno fino a Black Market Clash) ?
    Quello che mi sembra strano è stato lo scadere nello stereotipo di combat rock band che loro hanno sempre evitato. Sembrano quasi una cover band che non ha capito nulla dei Clash.
    Come fan di Mick Jones direi che questo disco ha chiarito chi era chi nel gruppo.

  5. massimo

    Vanno bene tutti i pareri ma Joe Strummer è stato uno dei migliori, e lo sarà per sempre.

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