Psichedelia 1976-1984

Era la fine del 1984 quando, sulla scia dell’ondata sempre più impetuosa di quel fenomeno che anni dopo sarebbe stato definito “neo-Sixties”, decisi di scrivere un articolo, di taglio concettuale oltre che informativo, sulla psichedelia; o, meglio, sulla “nuova” psichedelia, quella coeva e quella sviluppatasi dopo i fatidici anni ’60. Non era un impegno da poco e confesso che, accingendomi a rileggere il testo dopo tre decenni, temevo fortemente di trovarci un buon numero di cagate. A parte le inevitabili ingenuità, comunque legate al desiderio (alla necessità?) di spiegare cose che al tempo non erano certo di dominio pubblico o anche solo accessibili come oggi, mi sembra invece di essermela cavata discretamente; e l’accorgermi che già al tempo mi lagnavo, più o meno, per la crescente “retromania”, mi ha strappato un (mezzo) sorriso. Certo, è un pezzo che va contestualizzato ai giorni in cui è stato scritto, anche relativamente all’ardore e alla “vis polemica” – e alla presunzione, e alla pedanteria – dei miei ventiquattro anni, ma contiene molti concetti tuttora validi e nulla che mi senta davvero di rinnegare.
Psichedelia 1976-1984 foto1. Introduzione. L’espressione “nuova psichedelia”, in tempi recenti, è stata scomodata almeno due volte, entrambe per far riferimento a fermenti sonori nati e sviluppatisi in Gran Bretagna: la prima a proposito delle band di Liverpool del 1979 (Teardrop Explodes, Echo & The Bunnymen, Wah! Heat) e dei loro seguaci, la seconda per quel fuoco di paglia che si rivelò la raccolta A Splash Of Colour del 1981, manifesto rimasto privo di concreto seguito di una cerchia di artisti interessati a un recupero assai più radicale dell’essenza psichedelica dei Sixties. Le due ondate di cui sopra, come del resto anche la terza generazione neo-psichedelica britannica (quella che si sta attualmente sviluppando sotto l’egida delle etichette indipendenti Creation e Whaam! e che promette assai bene per il futuro), hanno però ben poco a che spartire con la più organica realtà statunitense. In America, infatti, totalmente differente è l’approccio dei musicisti rock verso le imprescindibili radici della loro musica, diversa è l’influenza del music-business e assai più difficoltoso è riuscire a ottenere un minimo di notorietà, vista l’estensione del territorio e la diffidenza dei mass media nei confronti delle sonorità anticommerciali e “fuori moda”.
2. Cenni storici. La First Psychedelic Era, come ebbe a definirla il grande Lenny Kaye nel sottotitolo dell’antologia Nuggets, ebbe luogo al di là dell’Atlantico negli anni fra il 1965 e il 1968, anche se i suoi strascichi durarono ben oltre quel fortunato e irripetibile periodo; anzi, si potrebbe affermare che, seppur relegato nelle più buie cantine, il “movimento” non conobbe mai pause, con una ripresa negli anni della new-wave, quando molti misconosciuti talenti assaporarono (o ri-assaporarono) il gusto della “gloria”. Per meglio chiarire i termini della questione è però necessario distinguere fra coloro che aderivano nostalgicamente alla cosiddetta psichedelia vivendo sulla scia del passato e coloro che, scoprendo i Sixties dieci anni dopo, ne operavano una rivisitazione più creativa e consona alle esigenze dei tempi: per i primi, almeno idealmente, i Sixties non erano mai terminati, per i secondi sono stati solo un punto di partenza. Lasciando da parte le band dei primi anni ’70, pressoché ignote, inesistenti sotto il profilo discografico e irrilevanti per questa analisi, la nostra attenzione deve per forza di cose spostarsi sui complessi che, a partire dal ‘76/’77, cominciarono a far sentire la propria voce Sixties-oriented in un contesto musicale in cui punk, art-rock e sperimentazione convivevano senza attriti in un’atmosfera di creatività più unica che rara. Anche in questo ristretto campo, però, le tendenze erano quantomai varie: da un lato il rock essenziale e violento di Ramones o Heartbreakers, dall’altro il power pop di scuola californiana, in mezzo una serie di formazioni ambigue e “maledette” figlie dei Sixties in modo sfacciatamente evidente e più fedeli alle tradizioni; non morbidezze power pop, né essenziale aggressività alla Ramones, ma proposte sonore caratterizzate da una totale adesione alle matrici più pure e underground degli immortali anni ’60, con uno spirito che divergeva sia dalla ribellione iconoclasta del punk che dalla ricercatezza armonica del power pop (null’altro se non una rielaborazione in chiave più robusta del Sixties-rock più aggraziato e accattivante). Volendo restare nel vago, senza addentrarci nel campo specifico della psichedelia, si potrebbero citare i Real Kids o gli Slickee Boys, band rock’n’roll che non hanno mai tentato di nascondere la loro dedizione a un modo di far musica che trova negli anni ‘60 (ma anche nei Fifties) la sua principale ispirazione; scendendo nel particolare, invece, non si potranno non annoverare, fra i pionieri della neo-psichedelia, gruppi quali DMZ, Human Switchboard, Marbles, Droogs, Last, Psycotic Pineapple, Hypstrz e tanti altri i cui nomi sono stati ormai ricoperti dalle implacabili sabbie del tempo.
3. Psichedelia?. Sarebbe interessante, a questo punto, soffermarsi sull’uso improprio che del termine psichedelia viene fatto da quasi vent’anni, appropriandosi convenzionalmente di un’espressione nata per indicare manifestazioni che nulla o quasi hanno a che vedere con il fenomeno musicale e di costume di cui ci stiamo occupando. Psichedelia e un termine derivato dal Greco, il cui significato è “allargamento della coscienza”; con esso si definisce una sorta di filosofia (anzi, più filosofie) che prevede l’uso di sostanze quali mescalina o LSD allo scopo di raggiungere uno stato psicosomatico particolare, per un’esperienza mistica paragonabile alla contemplazione o allo Yoga. Sviluppatasi negli anni Sessanta, tale filosofia fu per varie ragioni accostata a numerosissimi artisti rock, per di più dediti alle più molteplici forme sonore; c’erano il folk-rock dei Byrds. il beat sporco e graffiante di Count Five o Blues Magoos, le suite acide dei Grateful Dead, le visioni dei Pink Floyd. Proprio con i Grateful Dead e magari con i Pink Floyd, a mio parere. il termine “rock psichedelico” ha una corretta utilizzazione, coerente con il suo significato filosofico; per gli altri, l’interpretazione in tale chiave appare nel copmplesso piuttosto forzata, anche se i Byrds hanno scritto Eight Miles High e gli Electric Prunes I Had Too Much To Dream Last Night.
L’aspetto più interessante è però quello riguardante lo stretto connubio esistente (almeno negli illuminati pareri critici) fra la psichedelia e il garage-punk dei Sixties, fenomeni talmente spesso accomunati da far pensare, a chi è digiuno dell’argomento, che si tratti di ramificazioni della stessa “scuola” creativa, quel beat grezzo e trascinante mirabilmente commemorato in Nuggets. Se gli artisti della doppia raccolta curata da Lenny Kaye aderissero alle dottrine lisergiche è fatto non semplice da accertare; di sicuro, però, la loro formula (canzoni brevi e incisive, spesso grintose e talvolta più pop), non sembra avere molta attinenza con l’allargamento della coscienza; come già detto, si è trattato quasi di una convenzione, comoda ed efficace, per raccogliere sotto un unico vessillo certi gruppi dell’epoca, prendendo spunto dalle assonanze (non molte, in verità) che potevano essere riscontrate fra le loro proposte e le suggestioni da acid trip. Che, poi, alcuni di questi musicisti fossero realmente coinvolti nelle pratiche allucinogene e nella loro divulgazione (anche a livello teoretico) non basta a legittimare quello che può essere a ragione ritenuto un falso storico, i cui effetti perdurano ancora oggi: il considerare come psichedelico ciò che tale non è, giungendo all’assurdo di comprendere nel “movimento” ogni band che utilizzi in un certo modo le tastiere o la chitarra o che si ricolleghi in qualsiasi maniera al fenomeno Sixties punk (che, come già accennato, era psichedelico solo a livello marginale).
4. Today’s kids. Ci troviamo di fronte, dunque, a una psichedelia tale di nome ma non di fatto, grazie all’equivoco causato da una smania di etichettare che ha generalizzato eccessivamente la questione e, in parecchi casi, ne ha addirittura stravolto il significato originario. Non si tratta, badate bene, di semplici questioni linguistiche, ma di evitare spiacevoli strafalcioni interpretativi a chi volesse soltanto adesso avvicinarsi al mondo oscuro della psichedelia, sia reale che fittizia. Per cominciare, sarà opportuno precisare che nessuna delle band neo-psichedeliche oggi operanti negli Stati Uniti fa riferimento ai Grateful Dead e agli acid-test della San Francisco dei Sessanta; anzi, per essere precisi, parecchi degli artisti che le compongono non vedono di buon occhio quella pagina di storia rock, preferendo allacciarsi direttamente al garage di Nuggets. Non mancano, comunque, le eccezioni, a partire da alcuni esponenti del cosiddetto Paisley Underground (Three O’Clock, Rain Parade, non dediti a suoni aggressivi e neppure rivisitatori di Jerry Garcia & Co.), ma è innegabile che il solco maggiormente seguito sia quello del Sixties punk nella molteplicità delle sue tendenze. Musica, dunque, istintiva e viscerale, ma anche strutturalmente identica (nella maggior parte delle situazioni) a quella prodotta in analoghe circostanze underground quasi vent’anni fa, e molto di rado incline ad amalgamarsi con soluzioni e schemi più moderni. Siamo d’accordo: il rock’n’roll, ormai, non fa che rigirarsi su sé stesso, le novità radicali appartengono al mondo dei ricordi e nessuno pretende rivoluzioni sonore a ogni lustro, ma non sarebbe affatto male se questi ragazzi evitassero le operazioni meramente revivaliste per tentare qualcosa di moderatamente originale, che si discosti da canoni e modelli che, per quanto eccitantissimi, hanno sempre il sapore della nostalgia e del rimpianto. Tutti noi siamo estremamente entusiasti (e pensiamo di averlo ampiamente dimostrato) quando dal marasma generale affiora qualche talento creativo (vedi Fleshtones, R.E.M., Dream Syndicate, Green On Red, Last, Leaving Trains, Droogs), ma non riusciamo a nascondere la nostra perplessità di fronte a chi sacrifica la propria dignità di artista suli’altare della più sterile imitazione; in questo caso, se i plagiatori danno vita a dischi godibili e trascinanti non manchiamo certo di lodare le loro attitudini interpretative e compositive, ma, sinceramente, preferiamo riservare le esaltazioni a gente di classe superiore, che a una buona conoscenza dell’argomento psichedelia sa accostare volontà di rinnovamento almeno relative. A chi si limita a ricalcare passivamente i giorni che furono andranno soltanto sorrisetti tanto compiaciuti quanto ironici, e l’attenzione di chi è rimasto indissolubilmente legato a un’epoca ormai trascorsa e non ne può più di riascoltare sempre gli stessi dischi del ’67. Ne conosco alcuni, di questi ragazzi oggi quasi quarantenni, che acquistano i dischi di “nuova psichedelia”, li ascoltano, li apprezzano, ma poi commentano mestamente che “i vecchi erano un’altra cosa” (il che non è nemmeno vero, perché Chesterfield Kings o Plan 9 non hanno davvero nulla invidiare ai loro maestri dei Sixties; è il fascino esercitato dall’antico che rende la finzione poco credibile). Poi, fatto ben più tragico, conosco tanti ragazzetti ignari che collezionano “nuova psichedelia” senza avere in casa nemmeno un disco di Chocolate Watch Band, Seeds, Standells o Electric Prunes e dichiarano di “conoscere perfettamente” tutto quel che concerne l’argomento.
5. Conclusioni. Piacerebbe sapere, giunti ormai all’epilogo, quali siano le motivazioni che spingono un così gran numero di giovani musicisti (molti dei quali reduci da esperienze punk/new-wave) a dedicarsi con tanto impegno e tanta passione alla riscoperta dei Sixties. A mio parere le ragioni sono sostanzialmente due, seppure congiunte a una consistente serie di stimoli secondari. Innanzitutto, a spiegare questo rinnovato interesse per i suoni di vent’anni fa sarebbe sufficiente la nota teoria dei corsi e ricorsi storici, la cui validità in campo rock’n’roll è già stata precedentemente accertata da critici ben più esperti e preparati del sottoscritto. Come il punk dei Seventies aveva rappresentato, almeno intenzionalmente, una ribellione alle tradizioni musicali antecedenti (ma i fatti hanno poi dimostrato che è stato proprio il rock dei Sixties a fornire al punk il suo substrato), così la “nuova psichedelia” degli Eighties starebbe a simboleggiare il riflusso, vale a dire la riappropriazione, questa volta consapevole, delle proprie radici; se a questo si aggiunge l’incredibile attaccamento del popolo americano alle sue roots (del tutto logico, vista la giovane età della Nazione e la conseguente assenza di una storia lunga come quella europea) e alle sue invenzioni (fra le quali, naturalmente, il rock’n’roll), la risposta al quesito iniziale apparirà assolutamente evidente. Tanto per offrirvi qualche spunto di riflessione in più, non vi sembra significativo che. negli anni fra il 1977 e il 1981 (quelli, cioè, della rivoluzione new-wave), il sound dei Sixties fosse quello che andava per la maggiore fra i gruppi underground della provincia, lontani dai centri di diffusione e propaganda delle mode quali Los Angeles e New York? Oggi, il nuovo trend è proprio la “psichedelia”, e Los Angeles (con il Paisley Underground) e New York (grazie principalmente all’opera della Midnight Records) sono divenuti i luoghi propulsori del fenomeno; contemporaneamente, in ogni parte degli States, il “revival” fa sentire la sua voce. e viene spontaneo domandarsi come si potrebbe definire, se non revivalistico, un simile approccio sonoro. Almeno il 60% dei gruppi, infatti, si ricongiunge fedelmente ai Sixties, e non credo sia sufficiente addurre, a testimonianza convincente della loro attualità, la tesi generica che, vivendo negli anni ‘80, sono moderni. Semplicemente, esistono differenti gradazioni per valutare la creatività di un artista, e facendo riferimento ai modelli prefissati (nel caso specifico, i complessi degli anni ‘60), non sarà difficile scindere i nostalgici dagli “avanguardisti”, dai “moderati innovatori” e così via. E, poi, se i risultati non saranno del tutto soddisfacenti… pazienza. Evidentemente, come già scrisse Lenny Kaye nelle note di copertina di Nuggets, “it’s time to take root once again”.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.85 del febbraio 1985

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13 pensieri su “Psichedelia 1976-1984

  1. URSUS

    Sono sostanzialmente d’accordo con il “vecchio” articolo (che non avevo mai letto prima),a parte la scarsa considerazione sulla scena storica europea (ma questi sono dettagli)…in pratica sono le stesse cose che come gruppo No Strange sosteniamo da più di 30 anni e che contraddistinguono la nostra produzione musicale,da sempre. In Italia,comunque,una certa confusione in merito continua a sussistere,seppur in misura diversa che in passato.
    E’ importante che vi siano certe chiarificazioni,non tanto per i termini (che sono soggetti a varie interpretazioni) ma quanto per i contenuti della vecchia e nuova psichedelia,in continua evoluzione.

  2. Massimo Parravicini

    Ma quali sono i revivalist che ti hanno meno convinto? Io ho sempre avuto qualche riserva su Barracudas, Fuzztones, Morlocks e Lyres, ma con una buona dose di benevolenza. Penso che Chesterfield Kings e Fleshtones negli anni abbiano dimostrato di crederci profondamente, anche se i loro album non sono più molto brillanti.

    • Benché li trovassi molto trascinanti ed efficaci, non apprezzavo granché – a livello di approccio – tutto il filone Unclaimed, Miracle Workers, Chesterfield Kings, Tell Tale Hearts, Fuzztones, Gravedigger V… insomma, quelli che facevano garage più o meno identico (anche se per lo più suonato con maggiore potenza: più “punk”, insomma) ai Sixties e che anche nell’estetica e nel modo di stare sul palco facevano finta di vivere nel 1965/66. Ero irritato dal rifiuto di una qualsiasi evoluzione, e fra le pagine del Mucchio e quelle di Rockerilla fioccavano insulti fra me e Claudio Sorge (poi siamo diventati amicissimi, cosa che siamo tuttora) perché lui esaltava tutte queste band e io dicevo che sì, ok, ma, insomma. Lui parlava di “recupero creativo” e io mi incazzavo a morte perché erano gli stessi gruppi, nelle interviste, a smentire la tesi della creatività.
      Presto posterò sul blog tutta la sequenza degli insulti più o meno nascosti, e a volte del tutto espliciti, che ci scrivevamo nelle rispettive recensioni… se ci penso mi viene un casino da ridere… Eravamo due galli nel pollaio. 😀

      • Senza scordare la “vicenda Boohoos”… 😀

      • Oddio, di cosa parli? Del fatto che mi anticipò nel metterli sotto contratto? Cose che capitano, il pacchetto con il demo ci mise un giorno in meno ad arrivare a Pavia e lui lo ascoltò prima. L’importante è che quei dischi siano comunque usciti, e usciti bene.

  3. rawkin' dog (ex ozrock ...)

    Ciao Federico, devo dire che,durante i vostri battibecchi …, davo ragione a Claudio, e a distanza di 30 anni, reputo gli albums di garage/psych/etc etc nettamente superiori a quelli della maggior parte degli anni sessanta, con poche eccezioni (Count Five, Chocolate Watchband, Moving Sidewalks e pochissimi altri), perché, mentre negli ottanta le covers erano quasi sempre di pezzi totalmente oscuri e rese con un piglio molto più grezzo, nei sessanta gli albums di questo mio amatissimo genere erano composti di un paio di pezzi fantastici corredati da covers scontate e rese in maniera puramente calligrafica (Haunted, Music Machine, Zakary Thaks, tanto per citarne alcuni). Reputo Plan 9 (evolutisi poi in un suono unico e personalissimo) con The Marshmallow Overcoat e le loro derivazioni, due fra le più grandi bands di tutti i tempi della musica ROCK in compagnia di The Beatles, Pink Floyd, Yes (Chris R.I.P.), Radio Birdman, Television e pochi altri tra cui tre bands delle quali non ho mai apprezzato per inetro i loro albums ma che senza di loro … The Byrds, The Velvet Underground e The Doors:
    Aspetto con ansia il post sugli insulti, erano divertenti e li rileggerei con piacere, senza doverli cercare nelle mie raccolte del Mucchio, Rockerilla e Velvet che sono lise all’inverosimile!|
    Grazie di tutto!
    Ugo

    • Sono d’accordo, a livello di qualità globale (suono, scrittura, attitudine…) i dischi anni ’80 sono in linea di massima migliori. Però, ecco, sono per lo più dischi messi assieme “clonando” le migliori intuizioni anche compositive di quelli del passato… senza i quali probabilmente non sarebbero mai esistiti. Forma migliorata ma, dal punto di vista sostanziale, ricalco assoluto. Su Plan 9 (ho un recupero “in canna”) e Marshmellow Overcoat sfondi una porta aperta… però sono due band neo-psichedeliche e non neo-garage. Grazie a te!

  4. Sì, mi riferivo (scherzosamente, va da sé) proprio alla storia dell’ingaggio dei cinque grandiosi pesaresi. Ma, come dici bene tu, l’importante è che la loro musica abbia trovato sbocco discografico.
    Anche io la penso come Ugo qui sopra, nonostante il neo-garage “talebano” (primi Miracle Workers, Fuzztones ecc.) mi piaccia molto e più della sua controparte originale dei Sessanta, i cui LP, come hai giustamente rilevato, contenevano due o tre canzoni notevoli e a fianco di un ampio spiegamento di “filler”.
    Trepido per l’attesa del recupero del tuo pezzo sui Plan 9, gruppo a mio avviso molto sottovalutato: derivativo, e però a suo modo originale.

    • Ho un sacco di recensioni e, mi pare, un articolo, che però dovrei cercare. Inizierò comunque dal mitico “Dealing With The Dead”. Originalissimi. non ricordo band che suonassero come loro, né prima né in contemporanea.

  5. Ugo Malachin

    Ciao amici,
    in effetti Plan 9 & Overcoat sono più psych che garage ma agli inizi entrambi erano molto garage, soprattutto Eric e soci erano una Pebbles band (vedi Frustration, dove però la title track faceva già intravedere le potenzialità della band)
    Ho sottomano Il Mucchio Selvaggio – N. 96 Gennaio 1986, dove esalti Keep Your Cool And Read The Rules (ho in programma un post per gli amici del forum che bazzico).
    Penso che sarebbe graditissimo che tu lo riversassi in futuro su L’ultima Thule.
    Ho intravisto la tua rece di Dealing With The Dead, il cui cartaceo conservo come reliquia, e me la salvo su file così preservo la copia del Mucchio 🙂
    ugo

    quanto sento qualcuno che ama Plan 9 il mio cuore si riempie di gioia!

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