Pixies

Riscopro per caso una retrospettiva sui Pixies che chissà perché non era nell‘elenco dei miei articoli. Superato lo shock – non mi ci abituerò mai – legato alla constatazione che dalla sua stesura sono trascorsi quasi vent’anni, la rileggo, e… beh, ci trovo cose “strane” che non ricordavo affatto e che potrebbero essere legate alle convinzioni che giravano all’epoca (pre Internet, lo ricordo). Quali? Beh, credo che ogni cultore del gruppo americano non avrà grandi problemi a individuarle. Noto pure di non aver speso una-parola-una per i testi (ma non è una novità, per me: da sempre la mia attenzione va più alla musica e al complesso del sound che non alle parole, artisti italiani compresi), come in questa circostanza sarebbe forse stato opportuno, ma può andar bene ugualmente. Come On Pilgrim (cui aggiungerei il Pixies del 2002, con le altre nove tracce delle stesse session) e Doolittle rimangono comunque i miei dischi preferiti del gruppo (poi riunitosi, come tutti sanno: qualcosa qui).
The Pixies 041692-1Sembra un po’ strano, soffermandosi a rifletterci su, che si sia voluto dedicare un “Archivio” ai Pixies: non perchè l’ensemble statunitense meriti la condanna all’obiio, quanto piuttosto perchè il tempo trascorso dalla sua scomparsa dalle scene – appena tre anni: un’inezia, anche volendo considerare i ritmi frenetici con cui il mercato di oggi rimpiazza trend ed eroi – non è poi così tanto da giustificare l’inserimento del quartetto tra gli obiettivi di un’analisi di tipo “archeologico”. I motivi, allora, devono essere altri: non solo l’aggancio alle cronache di questi giorni (il ritorno di Kim Deal e quello che si presume imminente di Frank Black), ma anche e soprattutto la constatazione di come la musica dei Folletti bostoniani rimanga incredibilmente fresca e attuale; in caso contrario, ne siamo certi, Billy Corgan non avrebbe mai ammesso l’influenza da essa esercitata sullo stile dei suoi Smashing Pumpkins.
Pixies, allora. Formatisi nella capitale del Massachusetts nell’anno del Signore 1986 con una sigla più estesa (Pixies In Panoply, abbreviata quasi subito) e un organico comprendente il cantante e chitarrista Charles Thompson (in arte Black Francis), la bassista e cantante Kim Deal (alias Mrs. John Murphy), il chitarrista di origini filippine Joey Santiago e il batterista David Lovering. Intenti: comporre e interpretare canzoni da lanciare in corsa sul confine tra melodia e dissonanza, ascrivere il proprio nome negli annales del rock, diventare ricchi e famosi. Ambizioni eccessive? Evidentemente no, visto che al gruppo bastò un demo-tape di diciassette pezzi, finanziato dal padre dell’indiscusso leader, per ottenere un contratto dalla 4AD; un’etichetta il cui nome è sinonimo di aristocrazia e classe, alla quale i Nostri sono rimasti legati anche dopo aver separato le loro strade. Proprio dal nastro dimostrativo di cui sopra vennero estratte – senza alcuna modifica: inutile, devono aver pensato i responsabili della label londinese, tentare di migliorare la perfezione – le otto gemme raccolte in Come On Pilgrim, mini-LP di esordio (autunno 1987) che merita senza dubbio la qualifica di memorabile: per la bellezza degli episodi (da Levitate Me alla Caribou cantata da Kim Deal fino a Vamos e I’ve Been Tired) così come per la fantasia delle strutture e degli arrangiamenti, e più di ogni altra cosa per il carisma non solo estetico di una formula musicale persino troppo geniale per essere vera. Per ragioni poco comprensibili, comunque, i Pixies ritennero di aver bisogno di qualcosa di più, ovvero di un supervisore che fosse in grado di indirizzare ancor meglio la loro creatività e mettere ordine nel sound; lo trovarono, o così credettero, nel già quotato Steve Albini, che stese sinistramente la sua ombra su Surfer Rosa (primavera 1988) conferendo alle trame musicali un aspetto più ruvido, tagliente e caotico che in precedenza (come attestato dalla ripresa di Vamos, ben più estremista della versione originale) ma non riuscendo peraltro a soffocare del tutto la leggiadria (vedi Gigantic, singolo di straordinaria caratura). E anche se il disco raccolse enormi consensi (fu addirittura “album dell’anno“ per “Sounds” e “Melody Maker”) e consacrò i suoi titolari nel gotha del rock dell’epoca, è altrettanto vero che il giudizio dei fan sull‘adeguatezza dell’opera dell’ex Big Black è ancor oggi – col senno di poi – tutt’altro che concorde.
Poco convinti del risultato, nonostante il plauso della critica e le buone vendite, dovettero alla fine essere stati anche i quattro, visto che per il capitolo seguente – consegnato alle stampe all’inizio del 1989, e partorito dopo mesi e mesi di estenuante attività concertistica tra Gran Bretagna e Stati Uniti – l’ensemble decise di affidare la console alle mani altrettanto capaci, ma forse meno invadenti, di Gil Norton: una scelta azzeccatissima (verrà infatti confermata anche nelle future realizzazioni), che assieme alla qualità eccelsa delle canzoni consentì a Doolittle di conquistare la palma di capolavoro del gruppo e di inserirsi prepotentemente fra i 33 giri più validi e significativi dello scorso decennio. Ci fossero dubbi, basterebbe ascoltare brani irresistibili quali Here Comes Your Man e Monkey Gone To Heaven, non a caso editi anche a 45 giri, Debaser, I Bleed, Wave Of Mutilation o Silver: al di là dell’indirizzo più o meno estatico, più o meno ipnotico, più o meno stralunato e più o meno aggressivo, tutte le quindici composizioni posseggono la capacità di stupire e ammaliare con i loro articolati intrecci chitarristici e canori, le loro cadenze spezzate e atipiche, il loro magico estro. Magico, appunto, come le creature burlone e un po’ dispettose cui la band ha rubato il nome: peculiarità, queste ultime, che nel caso di Black Francis sconfinano nel cinismo, nell’arroganza e nell’antipatia, almeno a giudicare dal tono delle risposte elargite a plotoni di pur adoranti intervistatori. Cos’altro attendersi, d’altronde, da qualcuno che per sua stessa ammissione venera quasi solo personaggi come John Lydon, David Lynch, Lou Reed o Captain Beefheart, tutti accomunati dal fatto di non avere mai avuto relazioni serene con la società nella quale vivono?
Zenit artistico dei Pixies, come già si è detto, nonché album di notevole successo, Doolittle ebbe una inattesa e piacevole progenie in Pod delle Breeders, esordio del quartetto allestito dalla bassista (qui in veste di chitarrista e cantante) assieme a Tanya Donelly (Throwing Muses e futura frontwoman dei Belly), Josephine Wiggs e Shannon Doughton: un disco acerbo e forse condizionato dalla sua natura “parallela”, ma in grado di mettere in evidenza le doti di compositrice che Kim Deal, fino ad allora soggiogata dalla personalità dittatoriale del leader, era stata quasi sempre costretta a nascondere. Doti affini a quelle di Black Francis, anche se per forza di cose più intrìse di femminilità, destinate poi ad esaltarsi in Last Splash, la seconda e per ora ultima prova delle Breeders confezionata nel 1993 con una nuova line-up (Kelly Deal, sorella della leader, e Jim MacPherson, al posto della coppia Donelly-Doughton) e venduta in milioni di esemplari un po’ in tutto il mondo. Sui medesimi standard di Doolittle si collocò poi Bossanova, uscito nell’estate del 1990: considerato da Black Francis il parto più riuscito del gruppo, mostra i segnali di una maggior desiderio di orecchiabilità che si traduce in soluzioni sonore appena meno abrasive e bizzarre ma che non inficia episodi immensi quali Velouria, Is She Weird, Allison, Dig For Fire o Hang Wire. Lo stesso, purtroppo, non si può dire di Trompe Le Monde, che un anno più tardi suggellò la breve ma intensa epopea dell’ensemble esasperandone l’indole più sterilmente) fragorosa a scapito di quella più intrigantemente melodica. Quei quattro/cinque pezzi di caratura superiore, fra i quali il Planet Of Sound eletto a singolo apripista, bastano solo a garantirglì una striminzita sufficienza, e non c’è dunque da meravigliarsi di come esso sia rimasto privo di seguito.
Lo scioglimento, annunciato di li a pochissimo da Black Francis (Kim Deal, impegnata con le Breeders, apprese la notizia dalla radio), appare oggi come un atto di onestà nei confronti di un pubblico che probabilmente non avrebbe mai più potuto ritrovare i Pixies che tanto aveva amato. Consapevole dell’esaurimento della spinta propulsiva dei Folletti e bramoso di affermarsi come entità autonoma, il leader ha dato il via nel 1993 alla carriera solistica: né Frank Black del 1993 (il titolo è lo stesso dello pseudonimo da lui adottato), né Teenager Of The Year del 1994 hanno però reso piena giustizia al suo talento, evidenziando buoni spunti e qualche accenno innovativo ma non riuscendo a scrollarsi di dosso il peso di un passato troppo glorioso per indurre l’ascoltatore alla benevolenza. Licenziato dalla 4AD, il Nostro è ora in procinto di pubblicare un album dal vivo per l’etichetta indipendente Anoiseannoys – una sua “Peel Session” incisa assieme ai Teenage Fanclub è nel frattempo uscita per la Strange Fruit – e si sta muovendo per aggiudicarsi un contratto europeo (negli States, invece, ha già firmato per la American Recordings di Rick Rubin). Molto meglio è andata a Kim Deal, che dopo l’exploit di Last Splash ha temporaneamente “congelato” le Breeders per fondare con il suo batterista Jim MacPherson i promettentissimi Amps (dei quali sono già disponibili, su 4AD, il singolo Tipp City e l’album Pacer). Poco o nulla di rilevante, invece, si sa di Joey Santiago (sue parti di chitarra sono comunque presenti nei dischi di Frank Black) e David Lovering. La favola, insomma, continua, anche se con scenari diversi da quelli iniziali. La speranza, è ovvio, è quella di rimandarne ad libitum il (lieto) fine.
Tratto da Rumore n.47 del dicembre 1995

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Categorie: articoli | Tag: | 8 commenti

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8 pensieri su “Pixies

  1. Anonimo

    Sicuramente i più bravi del loro tempo, ancora oggi la loro musica suona FORTE. Visti dal vivo a Ferrara mi sono sembrati divertiti e sorpresi dall’entusiasmo dei fan, Kim Dial è stata simpaticissima.

  2. paolo

    caro Guglielmi,
    mi sapresti dire se nel 1992 i Pixies abbiano suonato in Italia?
    ne dubito, contrariamente agli sceneggiatori di “1992”.
    credo avessero suonato di spalla agli u2 quell’anno ma solo in america.
    grazie se avrai tempo di rispondere

  3. donald

    Trovo Teenager of the year un grande disco, diciamo alla pari del grandioso Last splash

  4. Anonimo

    grazie (tardivo e me ne scuso) della risposta circa il presunto tour italiano dei pixies. mi serviva un autorevole attestato che i pixies non hanno suonato in Italia quell’anno, a scopo ludico: una scommessa. la risposta è valsa. l’autorità in materia non si discute.
    il competitore non ha ritenuto sufficienti le recensioni su velvet dei primi e unici concerti italiani dei pixies, in questo caso carta non canta, internet si. o tempora o mores

  5. paolo

    sono sempre paolo di prima , scusate

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