Clock DVA

Non mi drogo. Non l’ho mai fatto, nemmeno in gioventù, a parte un paio di canne “per prova” che non mi comunicarono granché; del resto, sono da sempre schifato dal fumo in sé e dall’idea del fumare. Drogarmi non mi è mai interessato: amo le cose concrete, aborro l’idea di essere controllato da qualcuno (figuriamoci da “qualcosa”), alla mia salute un po‘ ci tengo, non ho soldi da buttare, ho visto troppe persone anche a me care lasciarci le penne. Cosa c’entra tutto ciò con i Clock DVA? Probabilmente nulla, ma posso dirvi che dopo aver riletto questa recensione risalente a trentadue anni fa non ho potuto fare a meno di chiedermi se per caso, mentre mi trovavo davanti alla mia vecchia Olivetti a scrivere le prime righe, non avessi assunto – magari involontariamente, anche se… boh – qualche sostanza proibita. In ogni caso, un disco magnifico, consigliatissimo oggi come allora.

Clock DVA copAdvantage (Polydor)
È solo questione di momenti prima che il terrore colpisca il tuo cuore” (da Dark Encounter)
Clock DVA è un beating ossessionante che penetra nel cervello con forza inaudita; è un sound pulsante e abrasivo, conturbante e terribile, ricco di un fascino “negativo” dal quale non si riesce a sfuggire facilmente; è una voce, quella di Adi Newton, alla quale è difficile trovare un qualificativo più idoneo di agghiacciante; è l’energia delle tenebre che evade dall’oscurità con l’ausilio della tecnologia; è, a seconda dei punti di vista. il tormento o l’estasi. Clock DVA è una nostra vecchia conoscenza; gli appassionati ricorderanno l’allucinante lamento di Brigade nell’EP 1980: The First 15 Minutes, i fan più recenti lo splendido esordio a 33 giri Thrist, i collezionisti più accaniti le improvvisazioni di White Souls In Black Suits, gli estimatori dell’ultim’ora soltanto le convulsioni di Passions Still Aflame o le armonie tutto sommato accattivanti di Resistance. Per chi li segue da sempre, Clock DVA è una storia meravigliosa, una storia di suggestioni inquietanti, di immagini crude e incisive di un mondo ansioso e incerto, di paranoie e di perversioni.
I nuovi Clock DVA, nati dalla scissione in due tronconi della gloriosa formazione di Thirst (l’altra band ha preso il nome di The Box), vedono Adi Newton come unico superstite della line-up originaria; del resto, il leader dell’ensemble era sicuramente il più indicato a mantenere la primitiva denominazione eda proseguire un discorso espressivo nato e sviluppatosi sulle sue teorie (anche se, è bene rammentarlo, i suoi ex compagni hanno ampiamente dimostrato di non essere solo dei comprimari). Advantage, primo album del nuovo corso, ha avuto una lunga gestazione, ma è valsa davvero la pena di attendere, visto che il risultato ripaga ampiamente le aspettative; Adi ha ripreso il suo progetto proprio dove Thirst lo aveva bruscamente interrotto. mostrando per di più (e come poteva essere altrimenti?) un’accresciuta capacità di dar vita a brani eccellenti, popolati dagli stessi spettri (ma con qualche anno di maturità in più) che volteggiavano fra i solchi dell’opera prima.
Degli otto episodi che compongono Advantage, sei seguono le linee principali del modulo DVA: ritmo martellante, voce da brividi, tape-loop ed effetti di contorno, atmosfere tetre ed ipnotiche venate di affilati interventi strumentali; di questi, solo due (Resistance e Breakdown) indugiano un po’ in soluzioni relativamente “commerciali” (prendete il termine, però, nella sua accezione più positiva possibile), mentre gli altri non risparmiano certo proiezioni oscure e sonorità tenebrose in grado di inchiodare l’ascoltatore alla sua poltrona, lasciandogli appena la facoltà respiratoria. Strutture totalmente differenti, invece, per le due tracce che chiudono il disco. Dark Encounter e Poem: la prima è una lunga e rarefatta divagazione semi-cabarettistica, saltuariamente scossa da ritmi un po’ più accesi, mentre la seconda è una avvolgente e delicata celebrazione di voce e pianoforte su un supporto strumentale scarno ma estremamente teso.
Un disco ottimo, che riscatta definitivamente un paio di momenti non certo esaltanti (vedi il mix High Holy Disco Mass) e riporta un nome altisonante come quello dei Clock DVA ai meritatissimi fasti. Ascoltate quest’album e leggetene i bellissimi testi; forse solo allora capirete davvero cosa vuol dire vivere nel 1983.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.66/67 del luglio/agosto 1983

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Categorie: recensioni | Tag: | 6 commenti

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6 pensieri su “Clock DVA

  1. DaDa

    Direi brano epocale. Nelle compilation dark/wave/post punk che registravo in epoca giurassica (per creare nuovi adepti) c’era sempre.

  2. DaDa

    Tra i miei dischi preferiti della new wave, uno dei pochi capaci di unire elettronica, soul, jazz, attitudine “velvetiana” ( il bondage in copertina ad esempio). Bello anche il precedente Thirst, meno la svolta elettronica, nonostante qualche spunto interessante.

    • Quoto pure le virgole. In “Thirst” c’è “4 Hours” che secondo me è un pezzo I-N-C-R-E-D-I-B-I-L-E. La parte in cui Adi canta “This could be New York, this could be London” è una delle cose più epicamente “dark” che esistano.

  3. Anonimo del Gabi

    la copertina m’allucca molto D.A.F. … l’elettronica più che una svolta sarà tutt’al più un curvone sulla stessa via

  4. Veramente un gran bel disco, colonna sonora per tutti i film noir da qui all’eternità. La svolta elettronica invece mi ha lasciato freddino.

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