Italia da esportazione (?)

Martedì scorso da fanpage.it mi hanno chiesto un articolo di commento, generico ma circostanziato, sulla questione della popolarità del rock italiano all’estero. Ne è derivato questo pezzo, che ha raccolto moltissime visualizzazioni e un numero davvero elevato rispetto alla norma – nelle prime quarantotto ore, 252 – di commenti sulla mia pagina facebook, con tanti contributi di musicisti bravi e famosi come Teho Teardo, Eraldo Bernocchi, Antonio Gramentieri, Umberto Palazzo. Il pezzo era, naturamente, del tutto nuovo, ma affondava le sue radici in un altro che avevo scritto per il Mucchio anni fa e che qui ripropongo; era un excursus quasi del tutto storico, con minimi agganci all’attualità del tempo, che approfondiva aspetti poi riaffrontati, appunto, fu fanpage. Consideratelo una specie di complemento, che mi auguro aiuterà a chiarire meglio due cose che non tutti hanno compreso: 1), non volevo andare a parare da nessuna parte, ma solo “fotografare” una situazione. 2) quando parlo di assenza di successi italiani all‘estero, mi riferisco solo all’ambito rock e a successi rilevanti sotto il profilo dei numeri, duraturi e grossomodo omogenei nelle varie nazioni occidentali che tutto il mondo prende come riferimento; il concetto, insomma, è che sotto tali punti di vista non esistono gruppi italiani paragonabili ai dEUS (belgi), ai Motorpsycho (norvegesi) o ai Sigur Rós (islandesi). Cosa che ho provato ad analizzare, a scanso di equivoci, per interesse professionale e personale, e non in quanto ferito nel mio (inesistente) orgoglio campanilista.
Italia-estero fotoQuestione annosa e per alcuni persino dolorosa, quella delle band rock (e dintorni) italiane che non riescono a sfondare all’estero: se ne discute da decenni e, pur avendo identificato le mille (con)cause del problema, non si riesce a trovare una soluzione. Sorvolando su solisti/soliste per lo più di area pop, che qualche Successo con la maiuscola sono riusciti a ottenerlo, e focalizzando l’attenzione sui gruppi, emerge un dato arduo da confutare: da quegli anni ’70 in cui il rock tricolore ha iniziato a cercare di scrollarsi di dosso provincialismi e complessi di inferiorità, la nostra scena non è stata in grado di produrre nemmeno un autentico, stabile fenomeno da esportazione su scala mondiale. Abbiamo assistito a molti tentativi spesso anche lodevoli, ma nessuno ha portato risultati decisivi, di quelli che rivoluzionano carriere e vite: al di là della comprensibile enfasi con la quale i nostri media amplificano da sempre ogni minimo feedback positivo fuori dai confini, la realtà è che finora nessuno ha davvero svoltato, e quanti hanno assaporato una gloria degna di tal nome – ad esempio gli Eiffel 65, che dieci/dodici anni fa, con la loro italo/euro-dance riveduta e corretta, hanno dominato ogni classifica (si parla di oltre dieci milioni di copie vendute) – lo hanno fatto per poco.
Prendiamo il caso storico più noto, la Premiata Forneria Marconi: fra il 1973 e il 1977, oltre a realizzare dischi cantati in inglese in Gran Bretagna (per la Manticore di Emerson, Lake And Palmer) e negli Stati Uniti (per la Asylum), si tolsero la soddisfazione di incidere un album live durante il loro primo tour oltreatlantico, ma non seppero replicare gli iniziali, buoni riscontri di critica e commerciali rimanendo di fatto una specie di meteora. Meglio, però, degli altri due portabandiera del nostro progressive, Banco del Mutuo Soccorso e Le Orme: effimera l’ascesa britannica/europea dei primi, con i due album in inglese immessi sul mercato ancora dalla Manticore nel biennio 1975/76, e addirittura più fugace quella dei secondi, con l’apprezzata uscita nel Regno Unito – per la Charisma, AD 1973 – della versione britannica del loro quarto LP Felona e Sorona (traduzioni dei testi a cura di Peter Hammill). Tre operazioni caratterizzate da investimenti notevoli e supportate da major, comunque, ben diverse da quelle artigianali che nel decennio seguente ebbero per protagonisti alcuni esponenti del nostro “nuovo rock”: a parte i Krisma, affermatisi in contesti pop di più ampio respiro, i Litfiba, oggetto di un appassionato culto in Francia (i loro primi tre album, tra il 1985 e il 1988, furono stampati anche lì), e i Pankow, quotati nel circuito elettronico/dance/industrial in Europa e USA. Performance più o meno “di nicchia”, le loro, affini a quelle di svariati rappresentanti della nostra scena hardcore punk quali Raw Power, Negazione e Indigesti, che erano legati a (piccole) etichette estere e si esibivano frequentemente in Europa e/o Stati Uniti; “numeri” non troppo rilevanti in assoluto, d’accordo, ma se nelle storie anglo-americane del punk  non mancano citazioni per la “scuola italiana” vuol dire che essa ha lasciato un qualche tipo di segno. Come del resto hanno fatto, in misura minore, almeno Sick Rose e Not Moving, popolari (specie in Germania) nel “giro” garage e neo-Sixties della stessa epoca.
Dopo i “bui” anni Novanta, nei quali è da ricordare quasi solo l’exploit degli Uzeda (dischi per la Touch And Go di Chicago, session da John Peel, tournée e quant’altro; in tempi più recenti arriverà il side-project Bellini), il Terzo Millennio ha registrato un notevole aumento delle proposte autoctone capaci di riscuotere consensi presso cerchie più o meno ampie di appassionati stranieri (nessun boom di vendite, però: va ribadito), così come delle collaborazioni transoceaniche, favorite dalla accresciuta facilità di invio attraverso Internet di file pesanti. Dato che la pubblicazione di dischi italiani a opera di microlabel sparse per il globo è ormai usuale, ci si soffermerà allora sulle esperienze più significative: dai “post-rocker” Giardini di Mirò, amatissimi da tanti illustri colleghi e rispettati un po’ ovunque, agli psichedelici Jennifer Gentle, titolari di due ottimi album marchiati Sub Pop; dai devastanti Zu, la cui attività è frenetica tanto dal vivo quanto a livello di sodalizi estemporanei e non (e il loro ultimo album ha visto la luce per la Ipecac di Mike Patton) agli sperimentali e non meno geniali My Cat Is An Alien, oscurissimi in patria ma coccolati da Thurston Moore dei Sonic Youth (e non solo: lo scorso settembre sono finiti sulla copertina di “The Wire”); dai “nu-metallari” Linea 77, che dopo i fasti internazionali (contratto con la Earache, tour europeo di spalla ai Soulfly…) sembrano essersi però riconcentrati sull’Italia, ai più melodici Lacuna Coil, conosciutissimi in tutto il mondo soprattutto nell’area gothic metal (da non dimenticare, nello stesso ambito, pure i Novembre); dai Calibro 35, che stanno esportando alla grande il loro rock figlio delle colonne sonore poliziottesche, a(i) Bloody Beetroots, il cui electro-punk sta conquistando sempre più le luci dei riflettori. Dulcis in fundo, gli Afterhours, che nel 2006 – sponsorizzati dal loro produttore/amico Greg Dulli – hanno coronato un loro sogno, portando in concerto in America ed Europa l’album in inglese (edito in Gran Bretagna dalla One Little Indian) Ballads For Little Hyenas.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.688 del novembre 2011

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Categorie: articoli | Tag: | 4 commenti

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4 pensieri su “Italia da esportazione (?)

  1. purtroppo all’estero hanno fatto successole nostre band progressive. Il progressive è il genere più inutile e lontano dalla musica rock. I genesis sono sopravvalutati;ora la pfm ascoltata oggi ma….meglio gli unici degni di quel genere, i king crimson.. in italia salvo verdena, due album a testa per marlene kuntz e afterhours, 2 album dei cccp, 5 album dei litfiba. Questo è il rock italiano. I litfiba fecero pure un tour americano. Se vuoi battere il razzismo straniero, devi essere subito internazionale. Pensare e scrivere in americano. -testi brevi concisi. Se vuoi fare poesia, ci sono le case editrici, se vuoi fare musica c’è il pubblico.

  2. Ma ha senso cantare in italiano se si vuole proporsi ad un mercato estero?? NO.
    I lacuna coil hanno successo anche negli USA. Le altre band italiane non sono state esportate per due ragioni: proposte musicali noiose e poco originali 2 ostinazione nel cantare in italiano. I rammstein sono tedeschi, non fanno testo. IL tedesco è lingua affine all’inglese. In ogni caso bisogna cantare in inglese. Molta chitarra e poche tastiere se si vuole fare rock. Se invece si fa del pop ricercato o cazzate simili, la concorrenza è troppa. La pronuncia non è un problema come si dice – lo è per italiani che pensano che parlare inglese sia un esamino da oxford – ma se si ha uno stile di musica trapassato, si fanno le cos e10 anni dopo gli altri cosa cazzo si pensa di rimediare??

  3. Federico

    Salve Federico. Ho iniziato una discussione sul forum di Movimenta, prendendo come spunto questo tuo articolo. Se hai tempo e voglia, mi farebbe piacere ci buttassi un occhio. Il punto di vista dell’autore sarebbe un contributo prezioso, anche perchè qualcuno fatica a capire precisamente dove volessi andare a parare. Sempre che lo giudichi meritevole ed interessante. Saluti, un tuo omonimo

  4. Gian Luigi Bona

    In effetti faccio un po’ fatica a capire perché nessun gruppo Italiano ha avuto successo all’estero, io penso spesso alla lingua come ad un ostacolo anche se l’Opera italiana è conosciuta e amata in tutto il mondo. So che in Giappone il rock progressive italiano è molto amato però a livello mondiale non è nemmeno conosciuto. Parziale soddisfazione mi viene dal fatto che, come dici tu Federico, almeno la nostra scena punk è citata all’estero (cosa che non sapevo). Possiamo però almeno in parte consolarci con il fatto che tanti autori nostrani sono amati dai musicisti stranieri come negli esempi che fai tu.
    Del resto il rock è angloamericano ed è difficile convincere il grande pubblico a guardare anche in questa direzione.
    In definitiva vorrei dire un bel “chissenefrega” se non fosse che la mancanza di riscontro commerciale ha chiuso esperienze notevolissime sul piano artistico. In effetti io vorrei vedere i migliori artisti ricchi e pieni di successo ma purtroppo…

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