Cinque dischi stranissimi

Andando a memoria, avrei detto che il singolare articolo a schede del Mucchio Extra dedicato a “cento album davvero singolari” risalisse a sei, massimo sette anni fa, e invece ne sono trascorsi quasi dodici. OK, meglio passare a raccontare a grandi linee il pezzo in questione, che come da titolo trattava di dischi – di area rock – parecchio atipici; alcuni lo erano per l’approccio stilistico bizzarro, altri perché rappresentavano un’anomalia nella carriera dei loro autori, altri ancora per l‘idea che avevano alle spalle o magari per altre faccende, ma tutti erano accomunati dal fatto di suscitare un solo pensiero, riassumibile grossomodo nella frase “cazzo, che strano!”. In quella occasione non ci fu la solita divisione per categorie (“i primi venti”, “gli altri trenta”, “gli ultimi cinquanta”), perché stilare una graduatoria di stravaganza sarebbe stato un esercizio arduo e in fondo sterile: dunque, cento schede di identica lunghezza. In quanto teorico del tutto e principale compilatore della lista, ne scrissi ben ventotto; qui ne trovate cinque, ma va da sé che prima o poi ci saranno dei sequel.

Deja Voodoo copDeja Voodoo
Cemetery
(Og Music, 1984)
Al giorno d’oggi, un gruppo come i Deja Voodoo non sarebbe nemmeno tanto strano: la generazione lo-fi dei tardi ‘90 ha infatti reso quasi banale le canzoni di impronta roots suonate con una strumentazione comprendente solo batteria e chitarra. Rispetto a quanto circola ora per l’underground, l’esordio di Gerard Van Herk e Tony Dewald è però ancora piuttosto insolito, sia per il tribalismo e l’essenzialità delle trame ritmiche, fra le quali non si inseriscono in pratica variazioni melodiche, sia per il canto cavernoso e monocorde; quando le strutture ricalcano quelle del rock dei ‘50 si ha come l’impressione di ascoltare una parodia dei primi Cramps, mentre in altre circostanze è legittimo pensare a un’incisione incompleta cantata al karaoke da un demente. Pubblicherà altri dischi, il duo canadese (uno persino per la quotata Midnight Records di New York), senza minimamente rinnegare il suo rock’n’roll primordiale ruvido e malsano, e come logica impone non sarà mai gratificato di consensi al di fuori di un ristretto giro di aficionados; in fondo, è giusto così, visto che il loro unico lampo di genio è stato l’invenzione del nome.

Johnny Dicks copJohnny And The Dicks
Johnny And The Dicks
(no label, 1977)
Attivi nella Cleveland della seconda metà dei ‘70, e frutto dallo stesso ambiente che ha generato i ben più famosi Pere Ubu, Johnny & The Dicks erano la creatura di John Morton, chitarrista e “agitatore culturale” già a capo dei devastanti Electric Eels. A differenza dell’altro gruppo da lui guidato nello stesso periodo, gli Ex-Blank-Ex, i Dicks non erano una formazione musicale: si dedicavano infatti a performance recitative di orientamento avanguardista e meditavano di spacciare come “singolo” un filmato 8mm della durata di tre minuti. Prima ancora di effettuare una sola prova, il bizzarro ensemble – conforme all’etichetta autoimpostasi di non-band – presentò a mo’ di biglietto da visita il suo non album, in 250 copie numerate a mano: un foglio di cartone da imballaggio formato LP sulla cui facciata anteriore figurano (almeno nell’unica copia mai finita in mio possesso) alcuni peni (dicks) disegnati con la porporina, e sul retro i credit e le fotografie dei titolari del progetto. Un’operazione, insomma, “artistica” in senso lato, attitudinalmente rock – anzi: punk – al di là di ogni ragionevole dubbio.

Jon The Postman copJon The Postman
Puerile
(Bent, 1980)
Girava parecchia gente bizzarra, nella Liverpool dei tardi ‘70/primi ‘80: a parte il caso eclatante di Julian Cope, l’eroe locale Jon/John The Postman, che doveva il nome d’arte al suo impiego di portalettere e che proprio in Cope aveva, guarda un po’, uno dei suoi più accesi sostenitori. Realizzò due 33 giri autoprodotti, il Nostro, dei quali Puerile – stampato in 800 copie e racchiuso in una spartana busta di carta marrone – è il primo. Lo stile? Un rock crudissimo e allucinato a base di chitarra, basso e batteria (e inserti di tastiere, armonica e percussioni), che si dispiega in brani dalle vaghe inclinazioni psichedeliche. Più delle cinque composizioni del lato B, tra le quali spicca (se non altro per il titolo) Kawalski Of The Seaview Has Got The Best The Best Hairstyle I’ve Ever Seen, a lasciare il segno è l’episodio che occupa l’intera facciata A: una cover di trenta minuti di durata di Louie Louie, introdotta dalla voce di Mark E. Smith dei Fall, che con le sue trame sonore primitive, la sua incisione spaventosamente sporca, le sue infinite stramberie e il suo canto roco e malato attribuisce nuovi significati al pur abusatissimo termine “delirio”.

Locurcio copEmilio Locurcio
L’Eliogabalo
(It, 1978)
Un disco del genere poteva uscire solo nei ‘70, e più in particolare in quei ‘70 di piombo nei quali il cosiddetto pop progressivo stava dando gli ultimi colpi di coda, il nuovo rock era ancora ben lungi dall’arrivare e la canzone d’autore era per lo più concepita come strumento di aggregazione politica e sociale: un particolarissimo concept, ispirato all’omonima opera di Antonin Artaud e presentato come “operetta pop a più usi: manuale di ingenua Rivolta, biglietto d’andata per nessunluogo”, ideato e realizzato dal cantautore Emilio Locurcio con gli arrangiamenti di Gaio Chiocchio e la collaborazione canora di ospiti come Claudio Lolli, Lucio Dalla, Teresa De Sio e un Rosalino Cellamare non ancora ribattezzatosi Ron. Tredici brani surreali e non poveri di suggestioni, nei quali confluiscono echi progressivi e psichedelici, arie folk, scampoli di rock, vaghi accenni sperimentali e interessanti testi allegorico-visionari, il tutto in un’atmosfera influenzata dall’attività di autore e attore teatrale del titolore del progetto. Più che una semplice curiosità, un intrigante specchio (deformante?) dei suoi tempi, il cui spirito e i cui contenuti sono ben sintetizzati dall’allucinata copertina disegnata dall’eclettico Locurcio.

Wild Man copWild Man Fischer
An Evening With…
(Reprise, 1968)
Wild Man Fischer è una persona vera che vive a Hollywood, California. Era molto timido, e non aveva amici. Un giorno decise di essere più aggressivo: avrebbe scritto le sue canzoni e le avrebbe cantate alla gente per dir loro di non essere più timido. Quando lo fece, tutti pensarono che fosse matto. Sua madre lo affidò per due volte a un manicomio”. Questa la presentazione stampata sul retrocopertina del primo album, doppio (nel primo 33 giri, le facciate I e IV, nel secondo la II e la III), di Larry il selvaggio Fischer, registrato per strada e molto saltuariamente arricchito da qualche overdub a cura del produttore Frank Zappa. Una follia bell’e buona? Non per Zappa, che all’interno della confezione invitava ad ascoltare parecchie volte, prima di formulare un giudizio, le “canzoni” del suo protetto: un’impresa non da poco, considerato come a costituirle siano solo liriche urlate in modo sgraziato e scomposto che di “musicale” hanno solo – e nemmeno sempre – la scansione ritmica. Stranamente, il disco non rimarrà un episodio unico: per il Nostro ci saranno altri pur brevi momenti di gloria sotto l’egida della Rhino, che con lui inaugurerà i suoi cataloghi di 45 giri e LP.
Tratto da Mucchio Extra n.10 dell’estate 2003

 
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Categorie: recensioni | Tag: | 2 commenti

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2 pensieri su “Cinque dischi stranissimi

  1. Dickonimo

    (primo disco stranissimo)
    L’alter ego di Fearless Fosdick in basso a destra mi ha ricordato (ma non è stato stranamente wikipediato) quel curioso e geniale vezzo del glorioso alter ego di Al Capp.
    Cartoonist Chester Gould sits on a wall beside the cemetery where he “buried” vanquished villains from his Dick Tracy comic strip, 1949.

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