La prima intervista: Devo

Tutti abbiamo cominciato da qualche parte, e la mia prima intervista – dopo ne sarebbero seguite molte altre: non so il numero preciso, ma a braccio direi che è di poco superiore a cinquecento – la feci con quella che all‘epoca era la mia band preferita, i Devo, in un pomeriggio di quasi trentasei anni fa. Come andò l‘incontro che precedette di un giorno l’intervista lo racconto dettagliatamente nell’introduzione, dalla quale traspare tutto l‘entusiasmo di un ragazzino di diciannove anni che conosceva già tantissima musica ma che quasi nulla sapeva dei meccanismi del business a essa legato e del giornalismo. Naïveté a profusione, insomma, e quindi – a rileggermi oggi – tanta tenerezza e un filo di imbarazzo.
Devo piccolaRoma, 5 ottobre 1979: una giornata come tante altre fino alle 18,30, quando ricevo una notizia che mi mette in agitazione: i Devo sono qui in città, e in questo momento dovrebbero trovarsi al Teatro delle Vittorie per registrare un breve spezzone per un programma televisivo (che i dirigenti della RAI siano improvvisamente impazziti?). Esco di casa in fretta e furia e in pochi minuti giungo al teatro, dove alcuni inservienti mi impediscono di entrare; visto vano ogni tentativo, attendo per circa mezz’ora fuori, fino a quando li vedo uscire, ma prima che abbia il tempo per bloccarli sono già entrati in un ristorante. Li seguo, aspettando il momento propizio per avvicinarmi e nel frattempo li osservo bene: sono vestiti quasi normalmente, e mentre mangiano scherzano tra loro facendo divertenti smorfie. All’improvviso Mark Mothersbaugh si alza, si dirige verso l’uscita e, varcata la soglia, si ferma guardandosi intorno non sapendo bene dove andare. Ecco l’occasione che attendevo: “Excuse me, are you Mark Mothersbaugh?” – domando timidamente. ”Yes, I am”, risponde lui facendo una specie di inchino. Il ghiaccio è rotto, e subito comincio a parlarci raccontandogli di come io apprezzi la musica dei Devo e chiedendogli informazioni riguardo al gruppo e riguardo ad alcuni pezzi ancora non apparsi su dischi ufficiali. Mark mi chiede di accompagnarlo un po’ in giro, e ovviamente accetto di buon grado l’invito; i negozi stanno ormai chiudendo, ma lui riesce ugualmente a infilarsi in una tabaccheria-cartoleria, toccando tutto sotto lo sguardo meravigliato del proprietario. Acquista delle gomme da masticare e una serie di trasferibili ispirati ai cartoni animati di Goldrake (“funny”, mi dice mentre consegna i soldi al tabaccaio, che lo guarda come avesse davanti un extraterrestre).
Dopo altre piccole avventure con persone di passaggio torniamo insieme al ristorante, dove vengo presentato agli altri membri del gruppo, che sembrano molto entusiasti di sapere che in Italia c’è qualcuno che li segue con passione. Poco dopo ci rechiamo tutti al teatro, dove ora non ho problemi per entrare grazie all’intercessione di Mark presso l’addetto alla porta: ”He’s Devo too!”, dice indicandomi, e io facendo cenno di sì col capo mi introduco. Una volta nei camerini, i ragazzi indossano le loro nuove tute grigie e bianche, che hanno affiancato quelle gialle, e alcuni stranissimi elmetti con visiera. Visto che all’inizio del programma manca ancora parecchio tempo mi intrattengo con loro; i più propensi al dialogo sono, oltre a Mark, il chitarrista Bob Mothersbaugh e il batterista Alan Myers, che fra una birra e l’altra mi parlano della new wave, dei loro progetti futuri, delle loro teorie de-evoluzionistiche e di tanti altri argomenti molto più specifici. Dopo questa piacevole conversazione, durata circa due ore, Alan, Jerry e Mark si mettono a improvvisare con strumenti di fortuna una strana versione di Satisfaction (Mark suona una chitarra elettrica senza amplificatore, Jerry canta e Alan batte ritmicamente mani e piedi contro il muro, la sedia e le numerose lattine di birra vuote). Lo show si protrae con altri brani per circa quindici minuti, fino a quando si viene informati che la registrazione è rimandata al giorno dopo per motivi tecnici; un po’ contrariati i Devo si rimettono in borghese, mentre il gentilissimo Angelo Vaggi della Ricordi, che li accompagna, mi invita a un pranzo per la stampa che si terrà domenica, dove potrò portare registratore e macchina fotografica. Sotto la pioggia che non accenna a smettere, il complesso e il suo seguito prendono due taxi e partono verso il loro albergo, salutandomi dai finestrini; senz’altro una serata difficile da dimenticare.
Parlatemi degli inizi del gruppo.
Ognuno di noi della band è cresciuto ascoltando Jim Morrison, Jimi Hendrix e i gruppi inglesi: vederli on stage e sentirli suonare era meraviglioso. Qualche anno dopo ci siamo accorti del fatto che tutte le nuove band facevano lo stesso tipo di musica, e noi non ci esaltavamo più ai loro concerti. Allora ci siamo detti “cosa sta succedendo? Nessuno ha nuove idee, qualcuno dovrebbe averne!” Le abbiamo avute noi, abbiamo fondato il gruppo e ci siamo messi a suonare la stessa musica che ci sarebbe piaciuto sentire. La prima canzone che abbiamo composto è stata Smart Patrol, ma ci sono moltissimi altri pezzi di quel primo periodo che probabilmente non sentirai mai; li abbiamo eliminati dal nostro abituale repertorio perché ormai sono superati, non sono più adatti all’attuale fisionomia della nostra musica. La prima formazione vedeva Jim Mothersbaugh al posto di Alan Myers, facevamo musica tipo Kraftwerk, poi le cose sono cambiate. Abbiamo girato un film, In The Beginning Was The End – The Truth About De-Evolution, che ha ottenuto un buon successo al festival di Ann Arbour del 1977, e abbiamo inciso i primi due 45 giri per la nostra etichetta personale, la Booji Boy Records; Jocko Homo è stato registrato in un garage dietro casa di Mark. Poi sono venuti i grossi contratti e la notorietà.
Molti dicono che nel periodo degli inizi eravate più arrabbiati di quanto lo siate adesso.
Forse sì, ma abbiamo capito che l’odio e la collera sono inutili. Noi siamo nel mondo per osservare i fatti e riferirli, senza dire se li apprezziamo o meno. Solo per osservarli.
Pensate realmente tutto quello che scrivete nelle canzoni riguardo alla de-evoluzione, al DNA, eccetera?
Sì, tutto. In America a causa dell’inquinamento si producono mutazioni, il DNA si altera; ad Akron il cielo è grigio per lo smog, e il fiume è talmente pieno di petrolio e sostanze chimiche che ogni tanto si infiamma in alcuni punti. Noi siamo i prototipi dell’uomo de-evoluto, e abbiamo il dovere di illustrare la situazione.
Sempre riferendovi alle vostre teorie de-evoluzionistiche, affermate che le persone sono ormai come patate.
Sì, perché le patate sono un cibo comune, molto comune. Tutti in Ohio, tutti noi della band, tutti voi che ci ascoltate siamo sostanzialmente uguali e intellettualmente amorfi, niente di speciale, “common stock” (roba comune, NdI), proprio come le patate.
Ci sono canzoni di altri, a parte Satisfaction e Secret Agent Man, che avete rivisto in chiave de-evoluzionistica?
Il solo altro brano non composto da noi che interpretiamo è dalla colonna sonora del film Eraserhead di David Lynch; si intitola In Heaven (Everything Is Fine) ed è cantato da Booji Boy.
Chi vorrebbe essere Booji Boy, l’alter ego di Mark?
Booji Boy è lo spirito infantile dei Devo. Molti pensano che io (è Mark a parlare, NdI) ottenga quella voce con speciali filtri al microfono o alla maschera che indosso, ma non è così.
A proposito di tecnica: potreste dirmi qualcosa riguardo alle modifiche effettuate ai vostri strumenti?
Io (Bob Mothersbaugh) suono una normale chitarra che viene poi sintetizzata; Alan ha un apparato di percussioni elettroniche oltre alla normale batteria, Jerry ha basso sintetizzato, mio fratello Mark e Bob Casale fanno uso di tastiere oltre che della chitarra.
Il vostro primo album è stato prodotto da Brian Eno, il secondo da Ken Scott. A lavori compiuti, quale produttore pensate sia migliore per voi?
Nessuno dei due. Pensiamo di essere noi stessi i migliori produttori per i nostri dischi e lo dimostreremo autoproducendoci il terzo LP, che dovrebbe uscire nella prossima primavera.
Ho letto che oltre a realizzare film avete in progetto dei video-disc.
È vero, pensiamo che la nostra musica unita alle immagini sia molto più interessante e non appena questa nuova tecnologia si sarà diffusa realizzeremo un video-disc. Per ora ci sono in circolazione cinque nostri filmati pubblicitari, e finché i video-disc non saranno in commercio dovrete accontentarvi di quelli.
Avete contratti con due etichette discografiche, Virgin e Warner Bros: come mai?
Abbiamo scelto la Virgin per il mercato europeo perché è un’etichetta europea. In Europa la Warner Bros sarebbe come un turista, mentre in America è la casa discografica più importante.
Vorrei sapere qualcosa delle vostre collaborazioni con Neil Young e con Hugh Cornwell degli Stranglers.
Partecipiamo con il brano Shrivel Up al film di Neil chiamato Human Highway, che racconta le numerose avventure che un musicista può avere durante i suoi tour. All’album di Hugh, Nosferatu, partecipiamo solo io (Bob Mothersbaugh) e mio fratello Mark. Ho conosciuto Cornwell a Londra e siamo diventati buoni amici. Quando lui è venuto a Los Angeles per registrare il suo disco ha aggiunto le parole a un brano scritto da me e Mark. Noi due suoniamo e cantiamo solo in quel pezzo.
Cosa ne pensate della scena new-wave di Akron?
Siamo contenti per le numerose band che sono riuscite a venir fuori negli ultimi anni; moite di loro hanno lasciato Akron per cercare fortuna altrove, e speriamo che riescano a trovarla. Tra i nomi più interessanti potrei citare le Chi-Pig (un complesso femminile), Human Switchboard, Tin Huey e Bizarros. Penso che il gruppo migliore dopo di noi siano le Chi-Pig.
Quando siete a casa vostra che tipi di musica ascoltate?
Di tutto. Pensiamo che ogni manifestazione musicale sia importante.
Coltivate qualche hobby?
Uno solo, le donne.
Vi piacerebbe venire a suonare in Italia?
Certo, moltissimo. Nella primavera del prossimo anno vorremmo fare quattro o cinque concerti nel vostro paese. Sarebbe bellissimo poter suonare nel Colosseo!
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.24 del novembre 1979

Qui sotto: il retro dell’EP bootleg Mechanical Man, che al tempo mi fu autografato (con dediche personalizzate) dai cinque Devo.
Devo dediche

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Categorie: interviste | Tag: | 3 commenti

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3 pensieri su “La prima intervista: Devo

  1. Alessandro 'frodoflynn'

    Mi è piaciuta non poco, e il ‘cappello’ iniziale sembra una scena tagliata da Almost Famous: vietato vergognarsi!

  2. Devonimo

    uh! In 2004, the band finally released their album, Miami, consisting of material recorded in that city in 1979, with the two tracks from the single added.
    uh! eran Chi-Pig members Schmidt and Smith co-writers di “Gates of Steel”

  3. Grande inizio di una grande carriera. Bellissima la fede assoluta nell’avvento dei “video-Disc”.
    Negli anni seguenti li hai riincontrati? Non sei rimasto in contatto con loro?

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