Il post numero 666

Ci sono parecchie cose da dire, e allora cominciamo subito. Come da titolo, questo è il seicentosessantaseiesimo post da quando, il 9 gennaio 2013, ho varato questo blog. Blog che per quasi un anno e mezzo, a parte episodiche eccezioni, mi ha visto seguire uno schema fisso: un’intervista il lunedì, niente il martedì (perché è il giorno della mia rubrica su fanpage.it), un articolo il mercoledì, una recensione di un album il giovedì, un video il venerdì, una recensione di un DVD e poi di un concerto il sabato, nulla la domenica. Non che il materiale presente nel mio archivio sia esaurito o in via di esaurimento, figuriamoci, ma questa serialità aveva un minimo cominciato a vincolarmi e ad annoiarmi. Occorreva un cambiamento, e allora perché non cogliere l’occasione di uno spartiacque così ad effetto? 666, il numero della Bestia, va bene anche per una pur piccola, privata Apocalisse, no? Da ora in avanti, quindi, continuerò ad aggiungere materiale da me scritto in giorni più o meno lontani e non smetterò di proporre videoclip commentati, ma lo farò in modo libero, senza autocondizionamenti. E poi, chissà.
Mi sembra allora appropriato, come post n.666, recuperare un articolo uscito sul n.666 del Mucchio, del gennaio 2010. Era una cosa alla quale avevo pensato per anni, organizzare un numero “satanico” della rivista alla quale mi sono dedicato per un quarto di secolo, e l‘idea aveva per fortuna trovato terreno fertile presso la proprietà della stessa. Ammetto che il risultato non fu eccezionale come avevo ipotizzato, perché fra il dire e il fare c’è di mezzo “e il” (op. cit.); non mi vergogno affatto, comunque, del mio personale contributo al “concept”, che rimescola(va) nel calderone delle storie trite e ritrite attorno al “rock satanico” cercando la giusta via di mezzo fra rigore e ironia.

Il post 666 fotoRockin’ With Mr.D
A sentire la vox populi, che mai come nel caso specifico sarebbe vox dei (o, meglio, dei suoi emissari in terra) fra rock e diavolo esisterebbe un rapporto piuttosto stretto: il primo sarebbe, né più né meno, uno degli strumenti attraverso i quali il secondo raccoglierebbe adepti, e quindi una dannazione (ehm…) da combattere con ogni mezzo. Da qui la tendenza a vedere segni demoniaci ovunque, anche dove in realtà non ne esistono, e da qui il gusto con il quale molti musicisti hanno alimentato l’equivoco, vuoi per cavalcare la pubblicità derivata dall’eventuale “scandalo” (si parla ovviamente dei decenni passati, non dei giorni nostri cinici dove quasi nulla più stupisce o turba), vuoi semplicemente per spirito ludico. Va detto, e tanto vale farlo subito: la massima parte dei brani, dei dischi e degli artisti di norma accomunati al “maligno” non hanno alcuna effettiva relazione con esso, neppure quando Satana (o chi per lui) è presente in titoli, testi, copertine. I Rolling Stones? La cattiva reputazione di Sympathy For The Devil (1968), un pezzo di (pur ambigua) denuncia di umane atrocità, è per lo più dovuta al clamore destato nei “benpensanti” dal titolo ironico di Their Satanic Majesties Request, l’album dell’anno prima. La “zuppa di testa di caprone” di Goats Head Soup, disco del 1973? Niente a che vedere con una delle più classiche raffigurazioni – l’ovino cornuto, appunto – del Re degli Inferi, bensì una specialità della cucina di quella Giamaica dove ebbero luogo le session di incisione. E secondo Mick Jagger il “Signor D.” della Dancing With Mr. D collocata proprio come prima traccia della scaletta non sarebbe Lucifero o chi per lui bensì Death, cioè la Morte: Morte che in effetti è citata – al femminile, com’è giusto che sia – nella strofa finale, ma che naturalmente non può identificarsi anche con l’uomo che “un giorno di questi ti renderà libero” al quale il protagonista del brano si unisce in un ballo catartico e selvaggio. Insomma, un brillante – i riferimenti dei versi sono colti e acuti – gioco di equivoci e depistaggi edificati ad arte, a scopo “promozionale” e per cazzeggio, rivelatori di null’altro se non di quella fascinazione per l’immaginario demoniaco che è comune a tutta la cultura occidentale e della quale si alimentano letteratura, fumetto, cinema. Un discorso analogo a quello dei Led Zeppelin, sul cui presunto satanismo si è a lungo ricamato o di centinaia di altre band – di nascita più recente: diciamo dagli anni ‘80 in poi – che hanno costruito le loro fortune di massa o di culto ostentando una devozione al Male e ai suoi portavoce che a ben vedere è solo scenografica. Dalle croci rovesciate ai pentacoli, dal 666 – il “numero della Bestia”: per la Bibbia, eh, mica solo per gli Iron Maiden – alle formule rituali, dai disegni blasfemi ai nomi ad hoc è tutto un fiorire di mistificazioni di infima lega ed elevato tasso di kitscherie più o meno credibilmente allestite da gente che si riempie la bocca con messe nere e magari sviene alla vista del sangue o si spaventa a trovarsi al buio. Di costoro non c’è quindi da preoccuparsi, anche se il rischio che qualche fan non si limiti a godere della forza suggestiva dei propri ascolti, e voglia dedicarsi a pratiche nocive per la salute fisica e mentale sua e del suo prossimo, esiste ed è concreto. È già successo, succederà ancora e non esistono soluzioni.
C’è però chi queste cose pare prenderle maledettamente (ehm…) sul serio e, oltre a studiarle con un rigore tanto lodevole quanto purtroppo viziato da preconcetti e dalla presumibile scarsa conoscenza delle dinamiche del r‘n’r, si lancia in autentiche crociate propagandistiche che sarebbero degne di miglior causa. Un esempio in tal senso è quello di Carlo Climati, giornalista romano con trascorsi di bassista la cui carriera ha preso concretamente il via da un libro pubblicato nel 1996 dalle Edizioni Piemme, Inchiesta sul rock satanico, oggi di ardua reperibilità. In circa duecentocinquanta pagine, l’autore organizza un complesso ordito di esegesi delle fonti e analisi critiche il cui obiettivo è “dimostrare” – Tutte le prove, recita del resto il sottotitolo – la pericolosità del rock (e di molto pop) per i nostri giovani, la nostra società e in primis la visione cattolica del “come si dovrebbe stare al mondo”. Si legge così nel capitolo introduttivo che “I satanisti non sono soltanto gli adoratori del diavolo. Anzi, credere nel diavolo è del tutto facoltativo. Il satanismo è, soprattutto, il culto di chi si mette al posto di Dio. È l’idea dell’uomo che rifiuta d’assoggettarsi a qualsiasi regola, per raggiungere il piacere personale. È il trionfo dell’egoismo e del calpestamento degli altri. Ciò è descritto, simbolicamente, anche nella Bibbia. Satana si presenta ad Adamo ed Eva sotto forma di serpente, ma non chiede di essere adorato. Chiede ad Adamo ed Eva di ‘diventare come Dio’. Invita l’uomo a mettersi al posto della divinità, rifiutando qualsiasi regola imposta dall’alto. Credere nel diavolo, per un satanista, non è essenziale. Il vero satanista è colui che pratica il culto della personalità ed è disposto a fare qualsiasi cosa pur di soddisfare i propri desideri. È una persona che non rispetta gli altri, ponendosi su un ‘divino’ piedistallo. Diventando ‘come Dio’, l’uomo sceglie di vivere come gli pare e piace. Rifiuta l’autorità e crea una morale personale, che può cambiare secondo i propri interessi. I satanisti, dunque, adorano soprattutto loro stessi. E il culto di Satana è un mezzo, più o meno coreografico, per raggiungere questo tipo di adorazione”. Un teorema non privo di basi ma applicabile a qualsivoglia ambito, dalla scienza allo sport professionistico fino alla politica: cribbio, il nostro Presidente del Consiglio è pure satanista, possibile che nessuno dell’opposizione se ne sia accorto? Ben lungi dal “provare” alcunché, nonostante al volume fosse allegata una cassetta audio con un tot di cosiddetti messaggi subliminali tratti da dischi di Queen, Led Zeppelin, Black Oak Arkansas e persino Styx, il lavoro di Climati non è altro che l’ennesimo “aggiornamento” – più documentato, ok, ma sempre imbevuto di cecità filo-manichea – degli strali di quanti, negli anni ’50, vedevano l’imminenza dell’apocalisse nel dimenarsi del bacino di Elvis: il rock’n’roll allenta i freni inibitori e pertanto corrompe, distogliendo i ragazzi da un’esistenza morigerata e tenendoli fuori dalle chiese. Il vero problema è questo, non qualche povero gatto nero crocifisso o lo psycho di turno che uccide in nome dell’Anticristo: non avesse mai conosciuto il death metal lo avrebbe fatto per una squadra di calcio, una relazione sentimentale finita male, un impiego perso, magari una fede religiosa.
Che in canzoni anche arcinote siano stati nascosti, di solito facendo girare al contrario le registrazioni, parole e versi riconducibili al diavolo (e non solo) è un po’ la scoperta dell’acqua calda: se ne parla ormai da decenni e almeno in alcuni casi negarne la presenza è impossibile, ma nessuno è stato ancora in grado di appurare se e in che maniera tali messaggi avrebbero influenza sulle menti e le azioni di chi li ascolta. L’ipotesi più probabile è che essi non abbiano nulla a che spartire con il metodo di persuasione occulta caro ad Aleister Crowley (il presunto mago più amato dai rocker: appare persino sulla copertina di Sgt. Pepper’s) e siano solo scherzi mai dichiarati – che gusto ci sarebbe, altrimenti? – o inquietanti casualità. E per quanto concerne i testi assolutamente espliciti, dei quali esiste un immenso campionario, gli autori – di fronte a una precisa richiesta di spiegazioni – si salvano in corner tirando per lo più in ballo l’immedesimazione a fini artistici, il desiderio di sconvolgere, le enfatizzazioni per far scena, le parodie. The Number Of The Beast, title track del terzo album degli Iron Maiden, sarebbe figlia di un incubo causato a Steve Harris dalla visione a tarda notte del film Damien: Omen II, mentre la controversa copertina del disco, concepita molto prima del pezzo, non avrebbe significati particolari. E, poi, quale satanista avrebbe la boria di raffigurarsi – Eddie, lo zombie onnipresente nelle grafiche, si identifica con la band – nell’atto di controllare il diavolo come fa un burattinaio con le sue marionette? Semmai, i ruoli sarebbero invertiti. Il disegno di un sacerdote che sta per essere ucciso da un demone – anche in questo caso, “mascotte” del gruppo – che occupa Holy Diver dei Dio (ehm…) sarebbe invece “volutamente ingannevole”, così come il “riprovevole” nome Black Sabbath deriva dall’omonimo film con Boris Karloff. È inconfutabile che lo storico ensemble britannico – nel quale, tra l’altro, Ronnie James Dio ha per un po’ militato, in sostituzione di Ozzy Osbourne – non si sia fatto scrupolo di trattare certi temi, ma una cosa è scrivere/cantare del diavolo e un’altra è sostenerne attivamente la causa. Nella celebre N.I.B., che oltretutto non è un acronimo per “nativity in black” bensì un nomignolo estemporaneo coniato per il batterista Bill Ward, Ozzy impersona Lucifero, ma l’angelo caduto si innamora di una donna e non commette alcuna nefandezza: una storia come un’altra, tutt’altro che fuori luogo in una scaletta nella quale figurano pezzi ispirati a Lovecraft e Tolkien. La croce rovesciata all’interno della copertina apribile della prima edizione del 33 giri d’esordio? Solo un’aggiunta di qualcuno della Vertigo, dalla quale il quartetto prese immediatamente le distanze. E a chi volesse citare Sabbath Bloody Sabbath bisognerebbe ricordare che all’inquietante immagine anteriore si contrappone, sul retro, la sua versione “angelica”.
Black Sabbath assolti, allora? Un tempo si sarebbe detto “per insufficienza di prove’, ma senz’altro sì. La giuria avrebbe al contrario non pochi dubbi sui Black Widow, altra compagine britannica giunta al primo 33 giri nel 1970 e dedita al rock progressivo solo vagamente imparentato con l’hard: concerti-happening con tanto di finto sacrificio umano di una ragazza nuda e un debutto, intitolato appunto Sacrifice, nel quale sono contenuti l’ossessiva Come To The Sabbath e altri brani dello stesso tenore. A favore della tesi della pantomima c’è però la constatazione che Kip Trevor e compagni abbandonarono subito tale strada a causa dello scarso successo: se davvero avevano venduto l’anima al diavolo, si sono fatti fregare. Il destino è stato al contrario assai più benevolo con i Venom, unanimemente consacrati (ehm…) come una delle band metal più influenti di sempre, che la scorsa estate hanno festeggiato il trentennale di attività. Le fondamenta della loro leggenda sono nel poker di album immessi sul mercato tra il 1981 e il 1985, eloquentissimi già dai titoli: Welcome To Hell, Black Metal, At War With Satan e Possessed. A rincarare la dose, gli pseudonimi dei tre membri originari – Cronos, Mantas e Abbadon: indagate sulla loro provenienza – e il “manifesto programmatico” posto sul retrocopertina di Welcome To Hell: “Siamo posseduti da tutto ciò che è male. Dio, noi chiediamo la tua morte. Sputiamo sulla vergine che venerate e sediamo alla sinistra del Signore Satana”. Interrogati in merito, i Nostri rimarcano il loro proposito di essere disturbanti e accusano i detrattori di scarsa ironia. Sarà anche così, ma nel frattempo il trio di Newcastle ha generato compatte e nutritissime schiere di assai più terrificanti epigoni che dell’opposizione non solo teorica al Cristianesimo fanno la loro bandiera: un intricato ginepraio, il black metal (specie quello scandinavo, di straordinaria ferocia), da cui è forse preferibile restar fuori onde evitare elenchi interminabili e comunque sommari. Per dirla appropriatamente con il Poeta, “perdete ogni speranza o voi che entrate”, ma documentandosi sulla scena – da segnalare, tra i suoi principali esponenti, gli svedesi Bathory, i norvegesi Mayhem, Burzum e Darkthrone, i finlandesi Impaled Nazarene – ci si imbatterebbe in vicende incredibili di omicidi, chiese date alle fiamme e assortite, gravi degenerazioni. Illuminante (ehm…) il libro di Michael Moynihan e Didrik Søderlind Lord Of Chaos – The Bloody Rise Of The Satanic Metal Underground, edito per la prima volta nel 1998 e poi ristampato con integrazioni nel 2003. Al confronto, “pionieri” che negli anni 80 terrorizzavano come i danesi Mercyful Fate, i californiani Christian Death (quelli di Rozz Williams, però) e Slayer, i Deicide e i Morbid Angel della Florida o i Death SS di Pesaro – i soli rappresentanti italiani a vantare una carriera lunga e importante, benché immancabilmente segnata dall’abituale interrogativo “ci sono o ci fanno?” – paiono timide educande. Su tutti costoro, fra aneddotica e analisi di tipo musicale, si potrebbero riempire pagine e pagine, per non dire dell’anticristo superstar Marilyn Manson e dei collegamenti del vero Manson – Charles, naturalmente, guardacaso noto come “Satana” – con Helter Skelter e la musica dei Beatles, ma in questa sede si voleva solo gettare un sasso nell’acqua della palude stigea. Al termine del nostro pur rapidissimo viaggio, l’impressione rimane quella iniziale, cioè che i satanisti reali siano nel complesso una sparuta minoranza e tutti gli altri ci abbiano marciato o ci marcino con maggiore o minore convinzione, per divertimento e/o “convenienza”. Scriveva del resto, tredici anni fa, il solito Climati: “La bestemmia fa vendere. Purtroppo è un dato di fatto. Per fare soldi, oggi, è sufficiente scrivere un libro o girare un film che prenda in giro Gesù o la Madonna. La bestemmia darà subito i suoi frutti. E state tranquilli che ci sarà sempre qualcuno pronto a chiamarla ‘arte’”. Tutto sacrosanto (ehm…). Anche perché, ribaltando la prospettiva in chiave rock, sulla scia della visibilità derivatogli dalla sua “blasfema” Inchiesta il giornalista è approdato alle Edizione Paoline, a “L’Osservatore Romano”, alla direzione di una rivista cattolica, alla conduzione di un programma su Radio Maria. Hayulellah.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.666 del gennaio 2010

6×3 canzoni “sataniche”
AC/DC – Highway To Hell
Acheron – Prayer Of Hell
Black Sabbath – N.I.B.
Black Widow – Come To The Sabbat
Christian Death – Stairs (Uncertain Journey)
Coven – Burn The Cross
Death SS – Black Mass
Deicide – Oblivious To Evil
Iron Maiden – The Number Of The Beast
Mayhem – De Mysteriis Dom Sathanas
Mercyful Fate – Into The Coven
Misfits – All Hell Breaks Loose
Morbid Angel – Vengeance Of Mine
Paul Roland – Come To The Sabbath
Rolling Stones – Dancing With Mr. D
Slayer – Hell Awaits
Super Heroines – The Beast
Venom – In League With Satan

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Categorie: articoli | Tag: , | 1 commento

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Un pensiero su “Il post numero 666

  1. Gian Luigi Bona

    Grazie di tutti i consigli e gli insegnamenti Federico !
    …e 666.666 di questi articoli !

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