Finlandia (1987)

Dopo la Danimarca della scorsa settimana, arriva puntuale la seconda parte del reportage derivato da una mia vacanza in Scandinavia che risale, purtroppo, ad addirittura ventotto anni fa. Prima o poi ritirerò giù dagli scaffali alcuni di questi dischi, che ho totalmente dimenticato, per vedere che effetto mi faranno.
Finlandia fotoSe, per la Danimarca, il riassumere in poche righe i punti salienti della questione non presentava particolari problemi, per quanto concerne la Finlandia l’esigenza di sintetizzare può comportare difficoltà di non agevole risoluzione; la nazione di Helsinki e Tampere, infatti, può vantare tradizioni rock’n’roll assai solide e radicate, un discreto numero di etichette indipendenti, un attivo circuito di club underground, una stampa ufficiale e sotterranea all’altezza della situazione e soprattutto una nutrita pattuglia di formazioni di considerevole caratura, e il tentare di mettere ordine in una materia così vasta non è impresa destinata a essere automaticamente baciata dal successo. Volendo comunque azzardare una improbabile genealogia del “nuovo rock’ finnico, non è presumibilmente errato additare gli Hanoi Rocks – versione moderna degli indimenticabili New York Dolls – come i “prime-movers” della scena garage locale; emersi sul finire degli anni Settanta con una travolgente miscela di hard-rock e street-noise, i cinque indiavolati musicisti hanno ben presto valicato i confini della terra natia, non ottenendo mai un successo di vaste proporzioni ma conquistando in tutto il globo un seguito abbastanza esteso di fedelissimi. Lo scioglimento, giunto a metà degli ‘80, li salvava da una eccessiva commercializzazione (le cui avvisaglie si erano già notate negli ultimi dischi) e consacrava alla leggenda (massì!) una manciata di ottimi 33 giri: Bangkok Shocks Saigon Shakes, Oriental Beat, Self Destruction Blues, Back To Mystery City, Two Steps From The Move, il doppio dal vivo All Those Wasted Years (Johanna, 1984; infinitamente superiore, da ogni punto di vista, a Rock & Roll Divorce, l’altro live edito postumo nel 1985).
Importanti quanto gli Hanoi Rocks, anche se nati in epoca più recente e rimasti sempre e solo “profeti in patria”, sono invece i Sielun Veljet, che fra il 1983 e il 1986 hanno confezionato per la Poko Records (la maggiore etichetta rock finlandese) quattro album (Sielun Veljet, Hei Soturit, L’Amourha e Kuka Teki Huorin), un mini-LP (Lapset) e una discreta quantità di singoli ed EP. Artefici di un sound originalissimo, ricco di atmosfere inquietanti, di graffianti intrecci elettrici e di frequenti richiami alla tribalità, i Sielun Veljet sono stati probabilmente ostacolati in una eventuale ascesa internazionale dal fatto di cantare in finlandese; per questa ragione il gruppo ha assunto nel 1986 il nome L’Amourder, realizzando per l’etichetta britannica Fun After All il singolo (e relativo mix) Tin Drum e il mini-album Ritual, entrambi in inglese. Strumentisti eccellenti, con alle spalle anni e anni di tirocinio, i Sielun Veljet/L’Amourder sono anche dotati di un look scenico di grandissimo impatto, il che potrebbe essere utile per ottenere pubblicità a buon mercato. A ulteriore testimonianza della poliedricità della band, gioverà ricordare che essa, con lo pseudonimo Leputation Of The Slaves, ha pubblicato un 45 giri (Poko, 1986) contenente remake riveduti e corretti di I Will Stay dei Lollipops e Bye Bye Love degli Everly Brothers.
Altri gruppi-cardine del panorama finnico, fra quelli più longevi e titolati, sono gli Smack (abbastanza noti anche all’estero: Stiv Bators dei Lords Of The New Church è loro fan), i Juliet Jonesyn Sydan (che quando cantano in inglese si fanno chiamare più semplicemente Juliet Jones), i 22 Pistepirkko e i Bad Sign. Formatisi nel 1982 e subìto consacratisi al culto degli Stooges, gli Smack di Claude (voce) e Manchuria (chitarra) sono uno dei più popolari ensemble finlandesi; forti di un rock’n’roll crudo e vibrante e di un look “d’assalto”, questi giovani ribelli hanno debuttato su vinile con l’eccellente singolo Criminal (1983), al quale ha fatto seguito Smack On You (Cityboy, 1984), album di ottimo livello solo parzialmente danneggiato dalla relativa prevedibilità di schemi (l’hard rock sporco e perverso, per essere efficace, non può concedersi troppe divergenze dalla linea) e da alcune, inevitabili ingenuità. Dopo aver tentato, con risultati discutibili, qualche innovazione nel secondo 33 giri (Rattlesnake Bite del 1985), gli Smack risollevavano le loro quotazioni con Live Desire, registrato dal vivo, e con l’ancor più convincente Salvation (Eden, 1987). Meno violenti, ma sempre piuttosto energici, sono invece i Juliet Jonesyn Sydan, originari della città di Oulu; il loro r’n’r secco e vivace. influenzato dai primi Clash ma non privo di inflessioni di chiara marca pop (merito principalmente del canto di Kari e dell’insinuante organo di Eeero), è documentato da tre LP in finlandese e dal mini-LP formato 10 pollici Bleeding (Gaga Goodies, 1987) unico vinile del quintetto con testi in inglese. Più singolare la storia dei 22 Pistepirkko, autori nel 1983 e nel 1985 di due album di pacato pop-rock che nulla avevano in comune con la grinta “live” dell’ensemble; in preda a evidenti crisi di identità, il terzetto decideva di imprimere una brusca sterzata al proprio sound, realizzando due 7 pollici (Ou Wee e Hong Kong King) e il 33 giri The Kings Of Hong Kong (Pygmi, 1987) che lo mostra alle prese con un punk’n’roll compatto e originalissimo basato su ritmiche incalzanti, singolari effetti di chitarra, una voce diabolicamente stridula e un organo quantomai affilato. Davvero una garage band fuori dall’ordinario, underground fino al midollo, il cui ascolto può riservare non poche sorprese. lnfine, i Bad Sign, che non cercano affatto di nascondere il loro amore per le tradizioni r’n’r/R&B americane: non è casuale che il loro terzo LP Travlin’ Bone (Rafu, 1985) sia stato registrato in Texas con la produzione di Vince McGarry, già collaboratore di Le Roi Brothers e Fabulous Thunderbirds. Born Under…, Runaround, Travlin’ Bone e Sleepwalk sono gli appassionati tributi a uno stile musicale che supplisce con il feeling e la genuinità alla carenza di innovazione.
Fondamentali nell’economia del “nuovo rock” finlandese sono anche Nights Of Iguana e Melrose, questi ultimi in attività dal 1981 ma intestatari di un unico 33 giri omonimo (Electric Kid, 1986); i primi evidenziano una certa abilità nell’amalgamare la loro devozione agli Stooges con soluzioni sonore più varie e raffinate, mentre i secondi sono artefici di un rock’n’roll potente e incisivo apparentemente scaturito dalla fusione di punk, pop e hard (The Gift; Poko, 1987). Con qualche singolo azzeccatissimo, ma soprattutto grazie alla forza dirompente delle loro esibizioni dal vivo, Nights Of lguana e Melrose hanno saputo conquistare una posizione di assoluto prestigio nell’ambito della scena finnica, e non ci sarebbe affatto da stupirsi se le due formazioni tentassero ora di esportare le proprie proposte sonore (già Melrose, seppure in sordina, è stato stampato in Europa continentale).
Terminata la breve analisi dei “veterani”, la nostra attenzione deve necessariamente rivolgersi agli emergenti che più degli altri sembrano offrire garanzie per un luminoso futuro artistico: fra questi, i nomi da citare sono quelli di Electric Blue Peggy Sue, Wanna-bees e Jolly Jumpers, i cui debutti discografici sono avvenuti sotto l’egida della giovane ma determinata etichetta Gaga Goodies. Gli Electric Blue Peggy Sue (And The Revolutionions From Mars) sono cinque musicisti innamorati dei suoni distorti, acidi e abrasivi, e le otto composizioni del loro unico disco, il 10 pollici You Say You Want A Revolutionion? (1987) dosano abilmente tensione e aggressività; atmosfere oscure e inquietanti si alternano a lancinanti cavalcate ai limiti dell’hardcore-punk, dando vita a un sound che – per quanto ostico – rivela solco dopo solco una notevole forza coinvolgente: ascoltare, a tale proposito, la pazzesca versione iper-veloce di Speedway di Alan Vega o i corrosivi intrecci strumentali di Clean Rich And Wanted e comprenderete come non sia vero che dall’accostamento di voce, chitarra, organo, basso e batteria si possano ottenere soltanto banalità. Più convenzionali, ma sempre dediti a performance assai graffianti, sono i Wanna-bees, pesantemente influenzati dal punk-pop dei tardi anni Settanta e capaci di costruire gioiellini di grezza armonia rock’n’roll; solamente uno dei brani del loro eccitante mini-LP di debutto, Next Stop Paradise (1987) supera i tre minuti di durata, ed è sorprendente constatare come questi quattro “garagisti” riescono a sintetizzare in poche note infuocate l’ABC della nostra musica. Con un po‘ di pratica in più, ne siamo certi, potranno fare grandi cose. I Jolly Jumpers, infine, si allacciano in modo piuttosto deciso alle recenti tradizioni countrypunk, fondendo assieme certe soluzioni strutturali del primo e l’irruenza del secondo; in Back To The Tom-Tom Town, loro 10” EP d’esordio del 1987, i tre finnici forniscono un eloquente saggio delle proprie qualità proponendo tre pezzi di loro composizione (due dei quali strumentali) e le cover di Let’s Go (Joe King Carrasco), Tallahssee Lassie (Freddie Cannon) e Rockabilly Rumble (originariamente dei No Alternative, misconosciuta punk-band di San Francisco dei primi anni Ottanta); più che al country, però, gli episodi del disco riportano ad un punk’n’roll nervoso e frizzante, tranne negli strumentali dove il riferimento più evidente è quello alla surf-music degli anni Sessanta.
L’elenco, a questo punto, potrebbe allungarsi a dismisurai abbracciando parecchie altre formazioni: il quartetto tutto femminile Pim, scioltosi dopo tre 45 giri (consigliato Lies; Kräk, 1985) e dedito a un Sixties-pop dai connotati vagamente “glam”; i Jalla Jalla, fieri rocker alla Clash, che non disdegnano appassionanti divagazioni melodiche nel loro singolo City Song (Fast Nuts, 1986); gli Iris Flower Group, combattuti fra street-rock e garage-pop, il cui primo album ha però tradito le attese suscitate dal singolo Pain (Megafon, 1986). Se si volesse, poi, uscire dall`ambito strettamente “nuovo rock”, la questione si complicherebbe in modo per noi insostenibile, visto che – come già sottolineato – in Finlandia il rock’n’roll fa parte della tradizione quasi quanto i laghi e le renne. In attesa di sviluppi che di sicuro non tarderanno, rubiamo la conclusione a uno slogan pubblicitario della Poko Records, coniato per L’Amourder e Nights Of The Iguana ma adattabile a buona parte degli artisti fin qui trattati: “Noi non diciamo che il rock finlandese sia la next big thing. Diciamo solo che queste band sono dannatamente buone. Il vostro cronista non può fare a meno di associarsi. Auguri.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.118 del novembre 1987

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