Lene Lovich (1979)

Qui siamo proprio nel Giurassico, inizio del 1980. Nemmeno ventenne, avevo già realizzato una manciata di interviste ad artisti che a me sembravano più stelle di quanto in realtà fossero, cosa che mi portava comprensibilmente a essere un po’ impacciato. Rileggendo oggi questa chiacchierata con l’oggi semi-dimenticata ma bravissima Lene Lovich, che fu molto più lunga ma che dovette essere compressa in un numero di battute davvero troppo esiguo, provo il solito pizzico di imbarazzo per la scarsa profondità delle domande (ma era un’artista della quale nessuno sapeva nulla, e un minimo di nozionismo era inevitabile) e per la prosa precaria (ma ero giovanissimo, e il direttore che in teoria avrebbe dovuto insegnarmi il mestiere scriveva peggio di me). Credo però di potermi permettere di riderci su, come con certe improbabili foto da bambini nelle quali siamo vestiti in modo assurdo ma in fondo siamo tanto, tanto teneri.
Lovich fotoLene Lovich è senz’altro uno dei talenti più in vista della Stiff Records, una tra le più importanti etichette alternative inglesi. Questa cantante di origine Jugoslava è nata a Detroit circa trent’anni fa e ha vissuto nell’infuocata città del Michigan per tredici anni, rimandendo assai colpita dalla musica della Tamla-Motown e in particolar modo dal suo coetaneo Stevie Wonder. Trasferitasi in Inghilterra, Lene ha molto faticato prima di raggiungere il meritato successo: la sua particolarissima voce non riscuoteva grandi consensi, ma il desiderio di sfondare era superiore al disappunto per le delusioni. Dopo vari anni di gavetta in gruppi soul, nel teatro e nel cabaret, e una breve permanenza in Europa, Lene si sentì pronta a raccogliere i frutti delle sue numerose esperienze; grazie all’interessamento del DJ Charlie Gillet, che l’ha condotta alla Stiff, il pubblico ha avuto modo di apprezzare le sue notevoli capacità con i singoli Lucky Number e Say When. L’album Stateless arrivava puntuale, e con esso anche la notorietà internazionale. Il nuovo LP Flex e il 45 giri Bird Song confermano le indubbie doti, compositive oltre che vocali, di questa ottima cantante e sassofonista. Oltre ad avere idee molto chiare in fatto di musica, Lene è anche molto simpatica e disposta al dialogo, e non disdegna di seguire la scena new wave.
Pensi che il grande interesse per la new wave abbia contribuito a far apprezzare la tua voce piuttosto particolare?
Credo di si. Prima della new wave la musica stava diventando sempre più noiosa, e tutte le grandi case discografiche erano chiuse alle nuove idee: erano sempre alla ricerca dei nuovi Beatles o dei nuovi Bee Gees.
Quali band new wave preferisci?
Mi piacciono molto gli Undertones, e anche un gruppo californiano chiamato Residents.
I Residents non sono gli unici: a San Francisco vi sono molti complessi che propongono musica più o meno elettronica, per esempio i Chrome.
Credo che il lavoro dei Chrome sia OK, ma sono un po’ troppo violenti per i miei gusti: preferisco il sense of humor che posso ascoltare nei Residents, e anche il loro modo più umano di usare gli strumenti elettronici.
Come spieghi il fatto che tante ragazze facciano parte di gruppi new wave? Per molti anni la presenza femminile nel rock è stata assai limitata.
Ritengo che ora sia più stimolante, per le donne, essere coinvolte nella musica; prima, per avere successo, una ragazza doveva adeguarsi a un certo stereotipo: essere sexy o avere l’aria dolce ed innocente, cose così. Adesso una ragazza che si senta realmente creativa e abbia voglia di fare qualcosa di suo, può essere semplicemente se stessa, senza bisogno di cercare di somigliare a qualcun’altra.
Vorrei che mi dicessi qualcosa sulla tua etichetta. la Stiff, e sugli artisti che incidono per essa. Un tuo parere personale.
La Stiff è un tipo di etichetta che non vuole interessarsi ad un solo genere musicale. Loro cercano di trovare artisti originali, diversi dagli altri. Non credo che la Stiff potrà mai essere una casa discografica davvero grande dal punto di vista commerciale, perché non vuole costringere i suoi artisti a fare musica diversa da quella che essi sentono di voler fare. Così per noi musicisti è molto bello.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.27 del febbraio 1980

 

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Categorie: interviste | Tag: | 5 commenti

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5 pensieri su “Lene Lovich (1979)

  1. Anonimo

    Piacere che anche tu consideri rilevanti sia il primo che il secondo album… poi la sua voce/stile/personalità/eccetera si sguaiò e si autocaricaturizzò scemando nell’irrilevante, ma come da noi Bertè e Patty, era soprattutto un’interprete sublime in cerca d’autore, non sempre trovabile e non sempre trovato.

  2. Vista questo inverno al Locomotiv, non la conoscevo minimamente se non per Lucky Number, beccata a caso poco prima su uno di quei canali satellitari che trasmettono non-stop videoclip vecchi e semidimenticati mentre ero in un pub a bermi una birretta con degli amici, canzone che per qualche motivo mi ha fottuto il cervello dai primi secondi. Eravamo non più di trenta.

    Lene Lovich #locomotiv #lene #lovich #lenelovich #lenelovichband

    A post shared by Nicola (@nclsrfn) on

    • Purtroppo è il destino di molte meteore o pseudo tali. Personalmente continuo a pensare che i suoi primi due album siano ottimi sia per personalità che per spessore… però in quegli anni usciva talmente tanta roba davvero epocale che persino i dischi “solo” ottimi faticavano a conquistare consensi.

  3. Anonimo

    ” (ma ero giovanissimo, e il direttore che in teoria avrebbe dovuto insegnarmi il mestiere scriveva peggio di me). ” :LOL: e non c’erano le moderne tecnologie ed ogni volta che avevi un’incertezza dovevi pazientemente sfogliare il dizionario.(mentre il direttore, presumibilmente, sfogliava la cippa o la pannocchia o la banana o qualsiasi altra cosa ma, evidentemente, mai il dizionario)

    • È la verità. A diciannove anni, beata innocenza, ero convinto che un direttore di giornale di quasi dieci anni più anziano di me dovesse per forza saperne più di me, sia di musica che di lingua italiana. Ci ho messo un po’, a capire come stessero realmente le cose. Ciò non toglie che, se avessi avuto un direttore vero, probabilmente la mia maturazione giornalistica sarebbe avvenuta prima.

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