Danimarca 1987

Quand’ero più giovane, diciamo fino a una ventina di anni fa, viaggiavo, parecchio, e da ogni nazione che visitavo finivo per riportare un bel po’ di dischi di gruppi locali che da noi erano sconosciuti o quasi. Lo feci, ad esempio, quando andai in Australia e anche, in precedenza, in occasione di una lunga vacanza in Scandinavia, dalla quale ricavai un articolo in due parti, una più breve per la Danimarca e una più lunga per la Finlandia; evitai la Norvegia, perché di cose significative ne trovai pochine, e la Svezia, perché la scena di lì era “ampiamente” nota anche in Italia.
Danimarca fotoConsiderata per molti anni la terra promessa della filosofia hippie e la meta ideale per ogni giovane (non necessariamente musicista) desideroso di libertà, la Danimarca – e soprattutto la sua capitale, Copenhagen, mollemente distesa nella parte orientale dell’isola di Siaelland, a pochissimi chilometri dalla costa svedese – non sembra il posto adatto per la nascita e la crescita di fenomeni genuinamente rock’n”roll; almeno a un’analisi in superficie, non si trova traccia di alienazione metropolitana, di repressione ideologica, di urgenze espressive che abitualmente trovano il loro sfogo ideale in una musica nervosa e aggressiva. Non c’è da stupirsi, dunque, se le formazioni rock danesi che hanno conquistato un minimo di notorietà internazionale si contano sulle dita di una mano: i Gasolin negli anni Settanta, i Sods nell’epoca punk e i Gangway in questi anni di dedizione al guitar-pop alla Smiths. In termini quantitativi, il panorama attuale rende pressoché impossibile l’affermazione di una ipotetica scena “garage” danese, vista anche l’assenza di strutture idonee – etichette, riviste specializzate eccetera) a favorirne lo sviluppo; sotto il profilo qualitativo, però, vi sono alcuni gruppi dei quali vale la pena di occuparsi, la cui attività si svolge faticosamente in ambienti dominati dalla new-wave d’importazione britannica e da artisti locali dediti per lo più all’imitazione di modelli post-punk, elettronici e magari dance. I nomi, essenzialmente, sono quelli di Disneyland After Dark, Sort Sol e Sandmen.
Dei primi, ora noti come D.A.D., si è già recensito lo scorso numero il secondo album Draws A Circle. Nato nel 1983 come terzetto composto da Jesper Binzer (voce. chitarra), Stig Pedersen (voce, basso) e Peter Lundholm (batteria), ma arricchitosi presto di Jacob Binzer (tastiere, chitarre slide e steel), il gruppo si è subito impegnato nel tentativo di far incontrare i trascorsi punk dei propri componenti con la passione per altre forme musicali, primo fra tutti il country; elaborato un live-show esplosivo, caratterizzato da look e trovate sceniche di sicuro effetto (a tratti un po’ kitsch, ma tant’è…), i D.A.D. hanno iniziato ad esibirsi dal vivo in Danimarca e Svezia, suscitando l’interesse della Mega Records (una delle più grandi etichette scandìnave) e debuttando su vinile nel 1985 con il 12”EP Standing On The Never Never. È con l’uscita del 33 giri Call Of The Wild, però, che il quartetto conquistava maggiore notorietà, nonostante il consenso solo parziale della critica. Qualcuno definiva il gruppo “la versione di plastica dei Gun Club”, contestando gli arrangiamenti raffinati e la tendenza a soluzioni in certi casi “commerciali”, ma i ragazzi tenevano a precisare: “noi non abbiamo le stesse radici di band quali Jason & The Scorchers o Long Ryders, loro sono cresciuti con quel tipo di sound ma noi non siamo limitati dalla tradizione. Possiamo fare quel che ci piace, se si adatta bene alla musica; comunque, dal vivo siamo molto più duri e diretti che su vinile”. Sull’argomento si potrebbe discutere a lungo, soffermandosi anche sulle accuse rivolte ai D.A.D. di costruire i propri brani “rubando” qua e là nei repertori altrui; in ogni caso, non ci sembra opportuno addentrarci in discorsi oziosi, visto che sia Call Of The Wild che il suo successore Draws A Circle sono album ottimamente realizzati e assai piacevoli all`ascolto e che il “cowpunk” (o, come essi stessi amano definirlo. “comic strip rock”) dei quattro giovani danesi ha tutte le carte in regola per appassionare e divertire. Originalità, doti compositivo-interpretative e soprattutto senso dell’umorismo sono le migliori qualità di un ensemble sulla cui lunghezza d’onda è consigliabile restare sintonizzati; del resto, citare come principali influenze Johnny Cash e i Ramones significherà pure qualcosa.
Proposte, riferimenti e attitudini sono invece completamente diversi per quanto riguarda i Sort Sol, veterani della scena “nuovo rock” danese: formatisi in pieno ciclone punk con il nome The Sods (il loro unico 33 giri, Minutes To Go, fu pubblicato anche in Gran Bretagna), Steen Jorgensen (voce), Peter Schneidermann (chitarra), Knud Sorensen (basso) e Tomas Ortved Larsen (batteria) assunsero l’attuale denominazione nel 1980, realizzando il singolo Marble Station per la londinese 4AD e l’a1bum Under En Sort Sol per la Medley (etichetta alla quale sono ancora oggi legati), entrambi contraddistinti da marcate inflessioni post-punk; sulle medesime coordinate si muoveva il seguente Dagger & Guitar del 1983, che se da un lato ricalcava gli schemi del debutto (significativa, in questo senso, la partecipazione al disco di Lydia Lunch), dall’altro mostrava una notevole propensione a tematiche rock più immediate. La vera svolta nel sound dei Sort Sol è comunque avvenuta con Everything That Rises… Must Converge!, registrato con la nuova line-up a cinque elementi (l’innesto è Lars Top-Galia, un chitarrista) e con la sapiente produzione di 4-Eyed Thomas (nume tutelare, fra gli altri, dei Nomads): pur non sconvolgendo completamente il proprio stile, il gruppo ha dato vita a composizioni allucinate e taglienti, lontane dal garage convenzionale ma molto più incisive e trascinanti che in precedenza. Episodi come la solenne Maguerita, l’affresco oscuro e “morriconiano” di Midget Finger, la violentissima Abyss Revisited, il blues perverso di Ode To Billie Joe e l’irriconoscibile e acidissimo rifacimento di Fire Engine dei 13th Floor Elevators dicono di una band eclettica e geniale, spesso ostica nelle sue elucubrazioni sonore ma in grado di scrivere pagine importanti nel grande romanzo del rock europeo.
Ultimi, in ordine di apparizione sul mercato discografico, i Sandmen, quartetto di nascita piuttosto recente la cui esistenza è finora documentata da un omonimo mini-LP; dedito a un pop-rock soffice ed aggraziato, non privo di citazioni roots, il gruppo sembra vantare discrete potenzialità, anche se il suo unico parto vinilico uscito per la Garden Records lamenta una certa carenza di energia e lascia perplessi per alcune “deviazioni” poco in linea con la presunta identità rock della formazione (si veda la seconda versione, personale ma discutibile, di Not Fade Away). Gli estremi per un futuro artistico soddisfacente non sembrano in ogni modo mancare, a patto che i Sandmen abbandonino qualche leziosità di troppo e provino a osare un po’ di più.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.118 del novembre 1987

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