Criminal Jokers

È vero, intervisto un sacco di gente famosa, ma quando si tratta di incontrare band emergenti di qualità non mi tiro indietro. Un ottimo esempio di “band emergente di qualità” sono di sicuro questi ragazzi toscani, e allora ecco quanto venne fuori all‘epoca del loro secondo album, risalente a ormai due anni e mezzo fa. E, giacché ci siamo, tanto vale recuperare anche le recensioni dei due dischi.
Criminal Jokers fotoCrescono bene, i Criminal Jokers, come dimostra il loro secondo album (primo in italiano) Bestie. Ce li racconta il leader Francesco Motta.
Prima domanda scontata: come e perché è maturata la decisione di cantare in italiano?
La nostra musica ne aveva bisogno perché io avevo bisogno di farmi capire: diventa automaticamente tutto più immediato. Indirettamente è una scelta legata anche alla voglia di rimanere qui, senza fuggire da nessuna altra parte. Almeno per ora…
In che modo il cambiamento ha influenzato la composizione dei testi, e – in generale – cosa vuoi esprimere con le parole? Il tuo mondo mi sembra piuttosto scuro e malsano…
All’inizio ho incontrato serie difficoltà a cantare i brani: di sicuro le immagini sono angoscianti, crude e forti. Un testo in inglese, fino ad ora, non era mai stato capace di inculcarmi così tanta responsabilità. È un percorso di scrittura che ora mi piace e mi appaga, ma che penso sia rischioso: in Italia c’è una gran voglia di pensare poco e di sentirsi rassicurati (almeno) da canzoni populiste, portatrici di “grandi verità”. Non voglio dire cosa sia giusto o sbagliato fare, ma certo non mi sarebbe riuscito di “rassicurare” chicchessia. Poi magari la gente, sorridendo, canterà “la fine che ci meritiamo è niente” e a quel punto sarò contento di non averci capito un cazzo.
Molti vi considerano “i nuovi Zen Circus”, e in effetti le analogie non mancano. Il tuo punto di vista in merito?
Le analogie ci sono perché abbiamo ascoltato la stessa musica, dai Pixies ai Violent Femmes…, e abbiamo lavorato insieme per anni: siamo parte di una scena musicale legata a un luogo, Pisa-Livorno, e ammetterlo non è un male. Ritengo però sia molto superficiale ridurci a questo, soprattutto per quanto riguarda i testi siamo distanti anni luce: “la democrazia semplicemente non funziona” contro “la nostra città ormai è coperta dal fango…”. Mi sembra abbastanza palese.
Sul piano musicale, benché non rifiutiate affatto le melodie, vantate un approccio non molto lineare e costellato di soluzioni imprevedibili e a volte spiazzanti. In questo senso, chi indichereste come principali fonti di ispirazione?
Ho ascoltato pochissimo durante la produzione del disco e quel poco è stato incentrato sui testi e quindi sui cantautori italiani. Sento però una forte necessità, all’interno di un pezzo, di dar vita a qualcosa di inatteso. La musica è una disciplina e queste soluzioni di cui parli, spesso studiate a tavolino, ci aiutano a rimettere continuamente tutto in gioco. Paradossalmente, l’immediatezza della nostra formula dipende anche da questo.
Negli ultimi anni hai raccolto parecchie esperienze, sia individualmente che con la band. Fra le tante “lezioni” che avrai certo recepito, ce n’è qualcuna che reputi di particolare rilevanza?
Quando lavoravo per gli Zen come fonico di sala ho imparato tantissimo soprattutto perché era la mia prima esperienza di un vero e proprio tour; è stato un periodo fantastico perché a loro stavano finalmente succedendo cose importanti. Ringrazio molto Enrico Amendolia, il tour manager, per avermi insegnato che è possibile fare cento date l’anno senza perdere totalmente il cervello. Con il Pan del Diavolo è stato diverso, avevamo già un bel po’ di concerti alle spalle ed è stato un onore condividere con loro il palco. Penso sia stato uno dei più bei live degli ultimi anni, i Cramps cantati in italiano. Nada, su tutti, è stata quella che mi ha spinto indirettamente a voler provare la strada della lingua madre: mi ha fatto capire che è possibile, adesso in Italia, rimettere in gioco la poesia nei testi.
A tuo avviso, i Criminal Jokers potrebbero aspirare a un successo su scala più ampia o sono condannati a rimanere “di nicchia”?
Questo non posso dirlo io, dipende da quanto il pubblico voglia capire e apprezzare quello che facciamo. Sì, penso sia un problema di voglia.
Le foto nelle quali siete coperti di fango, come i Mudhoney di oltre vent’anni fa, hanno un significato concettuale oltre che estetico?
L’idea è tutta della bravissima Claudia Pajewski. È stato un suo modo di percepire quello che alla fine si può definire un album concept.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.699 dell’ottobre 2012

Criminal Jokers cop 1This Was Supposed To Be The Future (Iceforeveryone)
Pisani, i Criminal Jokers sono cresciuti – si fa per dire, dato che sono giovanissimi – all’ombra dei concittadini Zen Circus, dai quali parecchio hanno ereditato in termini di attitudine e, almeno all’inizio, di formula musicale. Seguiti in studio proprio da Andrea Appino, i tre ragazzacci si sono però impegnati per affrancarsi dall’ingombrante influenza, peraltro innegabile nel cantato e almeno in alcune delle tracce – undici, tutte in inglese – che compongono This Was Supposed To Be The Future: un biglietto da visita discografico che comunque si erge dalla cintola in su, forte com’è di incontenibile energia, vibranti spigolosità in bilico tra punk, post-punk e folk deviato, freschezza di songwriting, voglia (e capacità) di vivere il r’n’r in modo istintivo, disturbante, (seriamente) cazzone.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.665 del dicembre 2009

Criminal Jokers cop 2Bestie (42 Records)
Messe in cantiere varie esperienze (compreso l’impegno come backing band di Nada) e attuato il (naturale) passaggio dall’inglese all’italiano, i Criminal Jokers si ripresentano con un album che potrebbe legittimamente accrescere la loro credibilità e il loro seguito. Al di là della lingua utilizzata in testi incisivi e poco rassicuranti, Bestie segna una netta evoluzione rispetto al This Was Supposed To Be The Future prodotto nel 2009 da Andrea Appino: strutture più elaborate e suoni più curati, senza però che questo comporti una minore, ruspante immediatezza, e dieci brani di buon appeal nonostante le bizzarrie che li costellano. Il trio pisano guidato da Francesco Motta, il cui songwriting potrebbe in futuro offrire ancor più belle sorprese, non è insomma solo una specie di versione meno esplicita e più wave dei padrini Zen Circus (con qualche eco di Pan del Diavolo, come nel singolo Fango), ma una realtà di ben più ampio respiro: oltre che un piacere, sostenerli favorendone l’ulteriore crescita appare dunque come un atto quasi doveroso.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.698 del settembre 2012

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