Frequenze Disturbate 2008

Inatteso e gradito ritorno dell’appuntamento ideale per chi, dei festival, patisce concitazione, confusione e bruttezza delle cornici. Ancora una volta, Urbino rules ok”. Così, sei anni e mezzo fa, presentavo la recensione che riporto qui sotto, relativa alla penultima edizione di quella che per alcuni anni è stata davvero una splendida rassegna di musica alternativa. Mi dicono che la stessa atmosfera si respira, oggi, al “Siren Festival” di Vasto, e prima o poi andrò a verificare se è davvero così. Perché per me i festival, o rassegne che siano, dovrebbero essere sempre posti dove si può vedere tutto quello che c’è in cartellone e non solo parti di un programma di vastissimo dove la moltiplicazione di palchi costringe a continue migrazioni e dove gli eventi si accavallano costringendo a dolorose scelte. Lo so, lo so, sono tra i pochissimi a pensarla così. Ma chissenefrega.

Frequenze Disturbate fotoUrbino, 9/10 agosto 2008
Dopo la pausa dello scorso anno, sul festival musicale più atipico e “a misura d’uomo” dell’estate italiana avevamo mentalmente posto una pietra tombale, con tanto di commosso requiescat in pace; grande, quindi, la gioia nello scoprire che la morte era apparente, e che “Frequenze Disturbate” era tornato. Da lodare, in primis, la concentrazione in due soli giorni del programma e il recupero della sede originaria nel centro storico, proprio sotto il Palazzo Ducale: scelte che hanno favorito quel clima di “comunione culturale”, relax e distrazione, favorito dalla bellezza della città e dal suo (relativo) isolamento geografico, che della manifestazione urbinate è certo una delle più suggestive caratteristiche.
Pienamente in sintonia con le tradizioni e lo spirito della rassegna il calendario dei concerti, allestito con un budget adeguato ma certo non faraonico e in tempo di record a causa dell’incertezza sulla reale fattibilità e sulle date: una serata al femminile e una al maschile, entrambe omogenee – ma non monolitiche – sul piano stilistico e impeccabili per quanto concerne la resa sonora, che in tutto hanno goduto di un paio di migliaia di presenze. Nella prima si è registrata la bella sorpresa di St. Vincent, autrice di un’esibizione in solitudine che ha esaltato quelle canzoni folk-pop-jazzy nient’affatto banali che su disco si avvalgono di una ben maggiore ricchezza strumentale; la cantautrice americana ha creato una bella atmosfera, dopo il set inaugurale di una My Brightest Diamond che dall’assenza di accompagnatori è stata invece abbastanza penalizzata, per la più lunga performance – in questo caso con la band – di Cristina Donà, come sempre a suo agio nei panni di interprete appassionata, musicista puntuale, entertainer simpatica e imprevedibile. Piuttosto diverso quanto visto e ascoltato domenica: dopo il breve (e statico) set dei Radio Dept., legati a filo doppio agli anni 80 della 4AD, i ritrovati Massimo Volume – nel loro secondo show post-riunione – hanno fatto salire la tensione emotiva con un “best of” di circa un’ora e mezza del loro repertorio storico a base di rock nervoso e affascinanti declamazioni, dimostrandosi in gran forma e spinti dal sacro furore e non dalla nostalgia; un feeling che, con modalità alt.country dinamiche e festose, ha sorretto gli Okkervil River, più che mai autorevoli nel candidarsi al ruolo di guida dell’indie-rock più influenzato dalle radici a stelle e strisce. Una menzione, infine, per le due “postille” acustiche di Le Man Avec Les Lunettes e Musica da cucina, svoltesi più avanti nelle notti nell’Esedra del Teatro: un ulteriore, efficace elemento di originalità e compenetrazione tra spettatori, musica e ambiente che ci piacerebbe vedere incrementato in un futuro sul quale sembra – la scaramanzia è d’obbligo – si possa fare affidamento. Per fortuna.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.651 dell’ottobre 2008

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