Fausto Rossi

Premessa doverosa: di Fausto Rossi già Faust’O sono da sempre – ovvero da quel lontano 1978 in cui il Nostro si affacciò alla ribalta – un convinto, appassionato estimatore. Ne ho scritto più volte (qui una retrospettiva sulla sua produzione iniziale) e di recente ho anche redatto un’introduzione per la sospirata ristampa di Faust‘O, il suo bellissimo disco edito nel 1983 della Ricordi. Quelle qui recuperate, invece, sono le mie recensioni degli ultimi tre album dell’artista, frutto della rentrée sulle scene dopo anni di assenza; sono stati tutti pubblicati dall’etichetta romana Interbeat e non hanno purtroppo (ri)portato Faust’O ai livelli qualitativi e di popolarità che meriterebbe ampiamente. Chissà se prima o poi questo musicista geniale e inafferrabile ci regalerà un altro capolavoro assoluto.

Rossi cop 1Becoming Visible
Se ne parlava da così tanto tempo, del ritorno di Fausto Rossi, noto in passato come Faust’O, che erano ormai in pochi a crederci. Invece, ecco che questo Becoming Visible – emblematico nel titolo e nella copertina – arriva a dire che uno dei personaggi più importanti della prima new wave italiana (a cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80), e in seguito cantautore di notevole originalità (basti pensare a L’erba, del 1995), non si è perso inseguendo la sua stralunata ispirazione, ma c’è; e vuole restare, se è vero che al disco in oggetto ne faranno presto seguito altri due, per di più di diverso orientamento stilistico.
Costruito quasi esclusivamente su voce e chitarra, qua e là punteggiate da qualche abbellimento, Becoming Visible mette in fila otto pezzi in inglese all’insegna di un intimismo malinconico e a tratti dolente, ma senza eccessi di tristezza e/o devastazione emotiva: canzoni scarne, tendenzialmente lo-fi, figlie di un’esigenza catartica che giustifica ruvidezze, minimalismo e quell’atmosfera onirico/visionaria – quasi si potrebbe dire barrettiana – nella quale sono avvolte. Un primo passo non stupefacente (ehm…), ma necessario e dotato di grande intensità, verso il recupero di un musicista, un compositore, un trasgressore del quale in questi anni di silenzio abbiamo spesso sentito la mancanza. Per davvero.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.659 del giugno 2009

Rossi cop 2Below The Line
Sebbene con tempi più dilatati del previsto, Fausto Rossi prosegue quella che con un po’ di comprensibile enfasi potremmo definire la sua “trilogia del ritorno”. Aspettando il terzo capitolo, annunciato come il più vicino al classico cantautorato rock alla Faust’O, al Becoming Visible dell’anno scorso – costituito da brani “artigianali” in inglese – fa adesso seguito un CD di orientamento in qualche modo sperimentale, o comunque certo poco convenzionale: un’unica traccia di circa venticinque minuti, suddivisa in sette parti, dove la voce e le rade trame strumentali di chitarra, basso e batteria sono sovrastate da un costante flusso di feedback ora rumoroso e ora modellato fino ad assumere connotati molto vagamente melodici. Non si pensi però, ad esempio, ai primi Jesus And Mary Chain: qui il feedback non “segue” le canzoni ma le sovrasta e le flagella seguendo traiettorie autonome, tanto da renderle – e lo stesso vale per le parole – pressoché indecifrabili. Un progetto evidentemente concettuale e poco accessibile, ma che alla prova d’ascolto rivela – possedendo l’adeguata propensione d’animo – una sua pur deviata evocatività. Giusto accoglierlo con favore in quanto tappa necessaria di un percorso di “rinascita”, ma per Fausto Rossi è ormai arrivato il momento di fare sul serio. Lo attendiamo con fiducia.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.671 del giugno 2010

Rossi cop 3Blank Times
Si conclude, benché con sensibile ritardo rispetto ai tempi in origine fissati, la trilogia del ritorno sulle scene di Fausto Rossi: dopo il disco in inglese (Becoming Visible, 2009) e quello “sperimentale“ (Below The Line, 2010), tocca ora al sospiratissimo nuovo lavoro in italiano… che tuttavia è tale solo a metà, dato che la lingua di Dante è utilizzata integralmente in quattro brani su dieci e parzialmente in tre (gli altri tre sono invece ancora in inglese). Non che l’idioma dei testi sia sempre elemento fondamentale, ma l’impressione è di una prova per la terza volta interlocutoria, parecchio lontana – per coesione, ispirazione, carisma – tanto dagli splendidi capitoli anni ‘90 (Cambiano le cose, soprattutto L’erba), quanto dalle opere a nome Faust’O del periodo a cavallo fra i ‘70 e gli ‘80. Rispetto ai due predecessori le strutture sono meno scarne e più compiute, ma gli arrangiamenti “rock” non brillano per incisività o fantasia e persino la voce – peraltro non priva di un suo enigmatico, sofferto magnetismo – non è certo espressiva come in altre circostanze; sembra quasi, insomma, di ascoltare dei “demo evoluti” non destinati alla diffusione pubblica, e trattandosi di un album atteso con trepidazione e autentica fede per oltre tre lustri, il disappunto è superiore alla gioia di aver verificato che Fausto Rossi, comunque, c’è.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.696 del luglio 2012

Categorie: recensioni | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Fausto Rossi

  1. Gian Luigi Bona

    Uffa ! Dai Fausto o Faust’O che è ora di fare un disco come si deve !

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