Paola Turci

Il 21 aprile uscirà per la Warner il nuovo album di Paola Turci, Io sono, con una selezione di brani del repertorio interpretati in chiave acustico-elettronica e tre inediti. Non è quindi “fuori tema” recuperare questa interessante intervista di undici anni fa, relativa a un altro disco nel quale la cantautrice romana si guardava alle spalle.

Turci fotoRicomincio da me
Sono trascorsi alcuni mesi da quando, con Stato di calma apparente, Paola Turci ha quantomeno insinuato il germe del dubbio in quanti continuavano a vedere in lei solo una cantante pop. Registrato in presa diretta, e quindi senza trucchi né inganni, l’album – al quale ha fatto da appendice l’omonimo DVD, affinché il giudizio degli occhi si sommasse a quello delle orecchie – ha infatti immortalato un repertorio di notevoli bellezza e intensità, dimostrando come la musicista romana meriti un posto tutt’altro che secondario nelle gerarchie del nostro moderno rock al femminile. Per approfondire questi e altri temi l’abbiamo incontrata prima della partenza del tour che, proprio in questi giorni, sta consentendo all’Italia di verificare il suo talento e il suo carisma di songwriter e interprete.
È un concentrato di sensualità e grinta, Paola Turci: nell’immagine così rock – esteticamente mi dà l’idea di una Chrissie Hynde dei tempi d’oro, ma in versione mediterranea – e nel modo con cui affronta il suo ruolo di musicista, tanto sul piano del songwriting quanto su quello della sua interpretazione dal vivo. E inoltre è una conversatrice molto piacevole e vivace, come dimostrato dalla nostra chiacchierata negli uffici della sua casa discografica: un’occasione per parlare dell’ultimo album – un “live in studio” che ripercorre, in nuove e scintillanti versioni, le più belle tappe di una storia ormai piuttosto lunga – ma soprattutto per cercare di rivelare l’essenza di un’artista che soltanto ora è finalmente riuscita a essere davvero se stessa.
Hai parlato di Stato di calma apparente come di un capitolo-chiave della tua carriera: la fine di qualcosa, l’inizio di qualcos’altro, e comunque un fondamentale momento di emancipazione. Immagino che tu ne sia molto soddisfatta.
Una soddisfazione doppia: l’aver raccontato un percorso avviato nel 1986, ovviamente condensandolo e lasciando fuori quello che non era del tutto in linea con le mie idee, e l’aver constatato e dimostrato la coerenza di fondo esistente tra il materiale più datato e quello attuale.
Sul piano concettuale, di che genere di “antologia” si tratta?
Di sicuro l’album rappresenta, per me, la conquista dello spazio di libertà. Un lavoro così, che per qualsiasi discografico normale poteva diventare oggetto di manipolazione, mi era già stato proposto, ma per realizzarlo ho voluto attendere il momento dell’assoluta autonomia, che è arrivato grazie al supporto della struttura della On The Road. Ho avuto la grande fortuna, che è anche un grande impegno, un grande rischio e una grande responsabilità, ma pure una grande opportunità, di mettere in pratica quello che ho sempre sognato. Dal punto di vista strettamente artistico, invece, Stato di calma apparente risponde alla mia necessità di mettere assieme queste canzoni, sia le più famose che alcune meno note, dando loro un unico suono e affermando una linea comune che, al di là delle apparenze, è sempre esistita nel tempo.
Il repertorio è stato uniformato in una veste che valorizza l’essenza dei brani, sfrondandoli dai troppi orpelli spesso presenti nelle versioni originali.
Gli orpelli dipendevano dal fatto che, ai tempi, non ero io a produrre o arrangiare, dato che questi lavori erano affidati a professionisti… è la solita vecchia storia. Stato di calma apparente rispecchia quello che avrei voluto fare da anni, che poi è la semplicità totale: produzione piuttosto asciutta ma non povera, strutture che partono dalla chitarra acustica e impostazione derivata da quella dei concerti.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.587 del 13 luglio 2004

Continua (con altro materiale su Paola Turci): http://libri.goodfellas.it/roma-brucia.html

 

 

 

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