Bruce Springsteen

A meno che dal mio archivio non sia sparito qualcosa, questa è la mia unica recensione di un concerto del Boss, dei sei o sette ai quali ho assistito a partire dagli anni ’80. Il tour era quello di Devils & Dust, la location – purtroppo – quella piuttosto infame del palasport dell’Eur. Meno male che lui c’era, in tutta la sua grandezza.

live Springsteen fotoPalalottomatica
(Roma, 6 giugno 2005)
Partiamo per una volta dagli aspetti negativi, peraltro in minima parte imputabili a Springsteen: il costo del biglietto (57 euro e 50 compresi luridi diritti di prevendita per i posti peggiori), improponibile per uno spazio dispersivo e acusticamente deficitario come il Palalottomatica, e l’elevata quantità di cerebrolesi che, incuranti delle richieste – rivolte oltretutto in italiano – dello stesso artista, hanno “arricchito” lo show di applausi fuori luogo, accenni di cori, battimani ritmici, urla e flash, disturbando la necessaria concentrazione del Boss e il pieno godimento di ogni sfumatura sonora per chi avrebbe voluto immergersi se non in un rito liturgico almeno in un’atmosfera (quasi) raccolta. Eppure, nonostante tali questioni non così irrilevanti, all’uscita si vedevano solo ampi sorrisi e/o volti commossi, come sempre accade ai concerti di questo immenso produttore/catalizzatore di emozioni che da più di trent’anni riesce a illuminare tanto la canzone americana quanto l’idea di happening rock, con tutte le policrome aperture del caso alle tradizioni folk, al pop, al soul/R&B… E persino a ciò che non ci si aspetterebbe, cioé la splendida cover organo e voce – posta a commiato, per garantire un ulteriore groppo alla gola – di Dream Baby Dream dei Suicide: un aggraziato ma potentissimo calcio nelle palle a chi innalza barriere tra i generi invece di limitarsi all’unica classificazione che abbia un senso, quella tra musica grande e piccola.
E di musica grande, a Roma, ce n’è stata a iosa, nelle due ore e mezza che l’Uomo del Jersey – totamente solo a dividersi tra pianoforte, armonica e assortite chitarre acustiche, ma mai statico o prevedibile: il coraggio di reinventarsi e il carisma personale, è risaputo, non gli fanno certo difetto – ha dedicato a una decina di migliaia dei suoi appassionati estimatori, specie quando la scaletta ha abbandonato i brani dell’ultimo Devils & Dust (in generale meno belli, o forse non ancora sedimentati nei cuori) per attingere nel repertorio più o meno storico: dalla I’m On Fire d’aperura, screziata di arie western a mo’ di dedica a un Ennio Morricone seduto in prima fila, a una lenta e irriconoscibile The Promised Land, da una The River meravigliosamente in bilico tra leggiadria e profondità (e i gorgheggi finali… da brividi!) a una rumorosa Reason To Believe a metà tra un gracchiante vinile di Robert Johnson e l’ultimo Tom Waits, da una intensissima Racing In The Street a una cupa e ossessiva State Trooper, fino a Nebraska, Lucky Town, Brilliant Disguise, Incident On 57th Street e i due soli estratti da The Rising, la title track ed Empty Sky. Moltissimo ma comunque mai abbastanza, almeno per noi che eravamo lì e che avremmo tutti potuto elencare altri dieci/venti pezzi in teoria immancabili che magari ascolteremo nella probabile tournée elettrica dell’anno prossimo… per la quale subiremo senza batter ciglio un ulteriore salasso. Perché certe sensazioni non hanno prezzo, e chiunque ci speculi su – e qualcuno c’è, inutile prendersi in giro – lo sa purtroppo benissimo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.612/613 luglio/agosto 2005

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