Robyn Hitchcock

Vai a capire per quale ragione, pur amandoli entrambi di un sentimento profondissimo, ho scritto molto (ma molto) più di Julian Cope che di Robyn Hitchcock, artista che vanta di sicuro un approccio più convenzionale ma che con l’Arcidruido ha parecchio in comune. Nel frattempo, visto che sull’ex Soft Boys non avevo ancora recuperato nulla, ecco la recensione di un album particolarmente quotato fra i suoi estimatori, che piace tantissimo anche a me.

Hitchcock copJewels For Sophia
(Warner Bros)
Pur avendo smesso di sorprendere, essendosi per forza di cose assestato sulle rassicuranti certezze di una pur estrosa e ispirata prevedibilità, Robyn Hitchock rimane una delle figure più meritevoli di attenzione dell’odierno rock inglese, lontano com’è da ogni sterile moda e dalle scalate al successo – a volte anche fruttuose, ma giustamente effimere – delle mille improbabilissime next big thing stagionali. Più che per questioni etiche, o per via della coerenza da altri vantata allo scopo di coprire sopraggiunte carenze creative, l’ex leader dei Soft Boys va infatti apprezzato per la sua rara capacità di incuriosire, intrigare ed emozionare con armi semplici e antiche, ma tutt’altro che obsolete, come una melodia immediata ma non stupida, un arrangiamento sghembo ma non astruso, un testo stravagante ma non campato in aria.
Prova eloquente della fondatezza di tale affermazione è racchiusa nelle dodici canzoni (più immancabile ghost-track) di questo ennesimo capitolo di una carriera in proprio ormai avviata verso il traguardo del ventennale: canzoni tendenzialmente semplici che, siano esse scarne ballate elettroacustiche (Mexican God, l’eterea You’ve Got A Sweet Mouth On You Baby, la fragrante Sally Was A Legend, la più allucinata Jewels For Sophia) o vivaci rock’n’roll (l’ironica, brillantissima Viva! Sea-Tac, le incanzanti Nasa Clapping e Elizabeth Jade), splendono di suggestive fantasie folk-psichedeliche sospese da qualche parte tra papà Syd Barrett e fratello di sangue Julian Cope. Anch’essi maestri, come è noto, nella difficile arte di bilanciare genio e sregolatezza.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.362 del 31 agosto 1999

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