Black Crowes

Decisamente altri-altri tempi, quelli in cui scrissi questo articolo. L’argomento era una band che in Italia era ancora pressoché sconosciuta ma che in patria aveva venduto più di un milione di copie del suo primo album. Si doveva, insomma, presentarla al nostro pubblico avendo comunque poche notizie e senza possibilità di intervistarla; e per giunta, dato che non ero più io a dettare la linea editoriale del Velvet che pure avevo fondato (l‘avrò raccontata da qualche parte, la vicenda? Mi sa che prima o poi dovrò provvedere), il compito andava assolto con un taglio e un linguaggio non troppo da cultori del rock, perché il giornale puntava a un pubblico ben più ampio di quello specializzato; un giorno o l’altro stilerò un elenco di tutti gli idioti che mi hanno detto questa frase, ovviamente senza mai centrare l’obiettivo e, anzi, fallendolo miseramente. Vabbè, non divago. Riletto oggi, l’articolo mi sembra fluido e “carino”, anche se avvolto in una cappa di aria fritta. Ah, dimenticavo: dei Black Crowes si parla anche qui, e c’è pure un‘intervist(in)a.
Black Crowes fotoSulle ali della tradizione
Non pretendono di creare un nuovo stile, ma pur accontentandosi di disseppellire le vecchie radici sono riusciti a fare breccia nei cuori di milioni di americani. Nel loro rock’n’roll l’anima del blues, nelle loro chitarre il marchio di “papà” Keith Richards, nelle loro canzoni la forza di un mito che non muore.

Heart Of (Rolling) Stone
Fossimo una rivista superficiale, o amassimo certi sensazionalismi spiccioli, avremmo probabilmente intitolato questo articolo “i nuovi Guns N’Roses?” (perché quello di “nuovi Rolling Stones” è un concetto un po’ troppo inflazionato), puntando la nostra attenzione sulle analogie esistenti fra i Black Crowes e l’ormai celeberrimo quintetto di Los Angeles. Analogie palesi, che vanno dalla comune devozione al Credo delle Pietre Rotolanti al look, nonché all’avere entrambi raggiunto un enorme successo con l’album d’esordio; un successo fulmineo ma in un certo senso graduale – dal1’uscita di Shake Your Money Maker è infatti trascorso più di un anno e mezzo – e conquistato sul campo grazie a sedici mesi di ininterrotta attività live. E i concerti, si sa, sono il veicolo promozionale più idoneo per ogni rock’n’roll band.
Tanto comuni i Black Crowes non devono però essere, considerata la facilità con la quale il mercato, di solito parsimonioso con gli artisti della loro risma, li ha gratificati del disco di platino; dimostrando, in fondo (come hanno fatto e continuano a fare le vendite dei Guns N’Roses), che il rock può ancora essere un efficace veicolo di comunicazione e godere del sostegno delle folle. E pur non inventando nulla, e adagiandosi anzi sulle sicurezze delle tradizioni musicali più consolidate, i Black Crowes ostentano un’ispirazione, una classe e una brillantezza tali da strappare l’entusiastico consenso di più generazioni di rocker: saper fondere con encomiabile equilibrio passato e presente, grinta e melodia, potenza e lirismo in un sound in grado di soddisfare i palati fini come anche i distratti figli di MTV è infatti prerogativa di pochi eletti quali Rolling Stones, Aerosmith e Guns N’Roses. Nomi che, guarda caso, sono assai di frequente accostati a quello dei Black Crowes.

You Can Always Get What You Want
Formatosi ad Atlanta, in Georgia, il gruppo deve le sue attuali fortune al produttore George Drakoulias, un lungimirante talent-scout che, dopo ripetuti e infruttuosi tentativi di far assumere i suoi pupilli dalla A&M, finì per ripiegare sulla Def American di Rick Rubin. Era rimasto colpito, il Nostro, dalla notevole presenza scenica del cantante Chris Robinson – un incrocio fra Steven Tyler degli Aerosmith e il primo Rod Stewart – che assieme al fratello minore Rich, chitarrista in erba, militava all°epoca (era il 1988) in un’anonima garage band chiamata Mr.Crowe’s Garden; e fu proprio tale istintiva fiducia nelle qualità dell’ossuto frontman a spingerlo a occuparsi dell’ensemble, aiutandolo a perfezionare tecnica e stile anche con l’ingaggio di nuovi elementi – il batterista Steve Gorman, proveniente dai Mary My Hope; il chitarrista Jeff Cease, nativo di Nashville; il bassista Johnny Colt, l’ultimo acquisto – con il dichiarato obiettivo di celebrare in modo ossequioso ma personale le radici del rock’n’roll e del R&B.
Di come tale obiettivo sia stato perfettamente centrato, Shake Your Money Maker costituisce testimonianza più che attendibile assieme all’EP Hard To Handle, che raccoglie l’eccellente cover dell’omonimo classico di Otis Redding, una versione acustica di Jealous Again e due brani dal vivo; le strutture sono forse un po’ datate, con le loro inflessioni anni Settanta, ma l’abilità mostrata nel recupero delle immortali lezioni dei maestri, senza rivoluzionarne ì contenuti e nel contempo sfuggendo le insidie del revival, ha davvero del sorprendente. E sia negli episodi più vigorosi, quasi sempre imbevuti di feeling “nero” (Twice As Hard, Could I’ve Been So Blind, Thick n’Thin, Struttin’ Blues), sia nelle ballate soffici e visionarie (Sister Luck, Seeing Things, la splendida She Talks To Angels), i Black Crowes mettono in luce una passione così intensa e vibrante da allontanare ogni possibile dubbio sulla loro spontaneità; la parola “posa” non fa infatti parte del vocabolario dei fratelli Robinson, così come la loro “trasgressione” è ben lungi dall’essere esplicita e devastante come quella di Axl Rose e compagni e le loro sane abitudini di vita – niente droghe, stabilità sentimentale, poca arroganza e molta discrezione – ben difficilmente gli porteranno quella pubblicità “negativa” tanto utile a incrementare la fama.

Time is on their side
Insomma: che dire, ancora, di questi cinque giovanotti di talento che in un lampo sono balzati dal nulla alla vetta delle charts di “Billboard”? Che hanno diviso il palco con Aerosmith, Robert Plant e ZZ Top? Che vedono i loro volti troneggiare sulla copertina di “Rolling Stone” e sentono le loro canzoni martellare dalle frequenze delle più importanti stazioni radiofoniche? Che qualcuno indica già come portabandiera di un nuovo southern rock in grado di far rivivere le emozioni un tempo evocate da Allman Brothers – è casuale che il pianoforte che sovente occhieggia fra il turbinare delle chitarre sia quello di Chuck Leavell? – e Lynyrd Skynyrd? Che stracciano la concorrenza nei poll, categoria “rivelazioni”, e che negli USA hanno venduto oltre un milione di dischi? Che vivono con apparente nonchalance il loro ruolo di star, preoccupati solo di essere sempre al1’altezza delle autentiche leggende con le quali hanno voluto confrontarsi? Che ricordano a smemorati e disfattisti come i “padri” Rolling Stones, seppur dati mille volte per sepolti, continuino a rimanere un modello e un costante punto di riferimento per chiunque imbracci una chitarra e si azzardi ad accennare una composizione? Meglio tacere e lasciare che a farsi sentire siano le note di Shake Your Money Maker, sperando di non dover attendere troppo a lungo l’album della conferma; e nel frattempo, anche se non giocano con il fuoco, non fanno uso di brown sugar e non sembrano avere grandi affinità con il Diavolo… let’s spend the night together. With the Black Crowes.
Tratto da Velvet n.7/8 (Anno IV) del luglio/agosto 1991

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Categorie: articoli | Tag: | 4 commenti

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4 pensieri su “Black Crowes

  1. “niente droghe, stabilità sentimentale”…. ah ah ah ah …. 😉

    • Infatti rileggendolo sono morto dalle risate. Però all‘epoca era così, o quantomeno i ragazzi ci tenevano molto a propagandare questo tipo di immagine. Potevo cambiare la frase, ma non avrebbe avuto senso, no? Come dire, è un segno dei tempi. 🙂

      • certo che con quella faccia, aveva voglia il buon Chris a propagandare questo tipo di immagine… 😉

        comunque è giusto lasciare tutto come fu scritto allora, non sai che emozione rileggere le recensioni che hanno formato il mio gusto musicale….

      • Non sai che emozione pure io, a ricordare cose che avevo rimosso e che, rileggendo, riaffiorano.

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